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br. La comunicazione si presta alle più diverse declinazioni disciplinari, dalla psicologia, alla semiotica, alla sociologia. Meno battuta è la strada che questo libro si propone di percorrere: la comunicazione come oggetto di analisi della filosofia, in rapporto ai processi del pensiero, alle mosse cognitive che entrano nelle relazioni personali e sociali, alle grandi correnti filosofico-scientifiche della contemporaneità.
8°, pp. 40, brossura editoriale, titolo al piatto, Estratto dagli annali della facoltà di magistero dell'Università di Bari, Vol. II, Anno, 1961, Esemplare ottimo
8°, mm 210x140, pp. 246, brossura editoriale, discreto stato di conservazione, piccoli strappetti in prossimità del dorso, legatura parzialmente scollata.
G. PAOLO CAPRETTINI Aspetti della semiotica. Principi e storia. Torino, Einaudi 1980 italian, 208 ST1098O Brossura editoriale, volume in buone condizioni, lievi segni di usura causati dal fattore tempo sulla copertina, interno in ottimo stato, legatura salda 208 pagine circa Copertina come da foto
ill., br. I saggi qui raccolti affrontano gli interrogativi legati alla nozione di "immagine" declinandoli all'interno di ambiti culturali differenti, dall'ebraismo e dall'islam alla Cina, all'India e al Giappone. In questo modo, il volume offre l'occasione di un confronto tra modi diversi di intendere l'immagine nelle principali civiltà e religioni. Il proposito è di far emergere e discutere tratti comuni e, eventualmente, differenze irriducibili. Le prospettive scelte dagli autori coinvolgono significati diversi della nozione di immagine: dall'immagine artistica all'immagine come riproduzione della realtà, dalle immagini religiose al significato che l'immagine assume in rapporto alla scrittura. Lo sfondo teoretico che così viene messo in luce consente di ottenere un punto di vista critico ed equilibrato sull'odierna società dell'immagine e su alcune questioni di attualità molto discusse, a partire dalla questione dell'iconoclastia. Nessuna religione e nessuna cultura rifiutano l'immagine. In misure e modi diversi, l'odio delle immagini e il divieto di produrle attraversano tutte le civiltà e si rivelano sempre il frutto di forzature ideologiche.
PUF, Sociologie d'aujourd'hui, 1993, 254 pp., broché, très bon état.
8°, 20 cm, pp. 57; 57, testo in italiano e inglese. Brosura editoriale, titolo al piatto e dorso, esemplare come nuovo
Volume brossurato in cartoncino semirigido lucido, dalla copertina illustrata. Buonissimo lo stato di conservazione, pagine perfettamente tenute, velate in tonalità avorio, come i tagli. Numero pagine 300. USATO
16°, cm 19, pp. 276, brossura editoriale, molto ben conservato, sottolineatura a penna a pagina 12, 13, 28 30, 31, 33, 39. Prima edizione.
br. La fotografia è sempre stata un oggetto teorico dispettoso: paradossale e sfuggente. Da un lato il suo rapporto con la cosiddetta realtà, dall'altro il suo controverso statuto estetico, e su tutto il suo enorme valore sociale. Una sola cosa si può dire con assoluta certezza: produce senso. Un punto di partenza per questo libro, che ha come obiettivo descrivere i meccanismi che lo rendono possibile, indagando la relazione che si istituisce fra visibile e intelligibile. È un'altra semiotica della fotografia quella che qui Floch teorizza e mette in pratica, che non va a caccia di essenze ma di dispositivi, lasciando che emergano dalle immagini. Cinque capolavori la cui analisi diventa non una caccia ai significati, ma una teoria del fotografico: "Fox-terrier sul Pont des Arts" (1953) di Robert Doisneau, "L'arena di Valencia" (1933) di Henri Cartier-Bresson, "Il ponte di terza classe" (1907) di Alfred Stieglitz, "La cancellata bianca" (1916) di Paul Strand, "Nudo" (1952) di Bill Brandt. In appendice, un saggio che, discutendo a proposito di un museo della fotografia, solleva una questione attualissima: l'esposizione, e dunque la visione, delle fotografie.
br. La fotografia è sempre stata un oggetto teorico dispettoso: paradossale e sfuggente. Da un lato il suo rapporto con la cosiddetta realtà, dall'altro il suo controverso statuto estetico, e su tutto il suo enorme valore sociale. Una sola cosa si può dire con assoluta certezza: produce senso. Un punto di partenza per questo libro, che ha come obiettivo descrivere i meccanismi che lo rendono possibile, indagando la relazione che si istituisce fra visibile e intelligibile. È un'altra semiotica della fotografia quella che qui Floch teorizza e mette in pratica, che non va a caccia di essenze ma di dispositivi, lasciando che emergano dalle immagini. Cinque capolavori la cui analisi diventa non una caccia ai significati, ma una teoria del fotografico: "Fox-terrier sul Pont des Arts" (1953) di Robert Doisneau, "L'arena di Valencia" (1933) di Henri Cartier-Bresson, "Il ponte di terza classe" (1907) di Alfred Stieglitz, "La cancellata bianca" (1916) di Paul Strand, "Nudo" (1952) di Bill Brandt. In appendice, un saggio che, discutendo a proposito di un museo della fotografia, solleva una questione attualissima: l'esposizione, e dunque la visione, delle fotografie.
Folio, pp. 101 più indice, brossura editoriale con dorso rinnovato e restauro di uno strappo, macchioline e una mancanza al margine inferiore, nel complesso buona copia con barbe e molto fresca nel suo interno. Importante studio dell'autore canavesano, il primo che compilò una grammatica sanscrita in italiano e tra i più illustri esponenti dell'orientalismo ottocentesco. Non comune, estratto dalla Memoria dell'Accademia delle Scienze di Torino.
bross. edit. ill. - illustrazioni in b.n. nel testo
br. Quali sono i modi di rappresentare il "male" e il "mostruoso" nell'immaginario collettivo? Avvalendosi di esempi folclorici, cinematografici e letterari, i due autori raccontano in queste pagine come la nostra cultura abbia raffigurato tali categorie in personaggi estremi che assumono le forme dell'orco, del vampiro, dell'alieno, del defunto che viola i confini tra lo spazio dei morti e quello dei vivi. Queste creature permangono nell'universo contemporaneo, pronte a nuove evoluzioni e nuove trasfigurazioni. Nello svelarlo, il libro condurrà il lettore lungo un percorso che, muovendo da radici folcloriche, esplora la più forte concettualizzazione del male: quella che tende a una negatività assoluta, quasi metafisica. Eppure, ci si deve chiedere, queste storie ci parlano davvero di figure radicalmente non umane, indecifrabili e aliene, o non sono piuttosto strumenti per definire ciò che siamo e come sono disegnati i nostri sistemi di valori? Il percorso che gli autori tracciano in questo immaginario "negativo" parte da fiabe classiche, passa attraverso racconti e romanzi fondamentali come Carmilla e Dracula, per arrivare a opere cinematografiche chiave come Nosferatu, King Kong, la saga di Alien, Il Sesto Senso, Matrix, e lo fa in modo tale da rivelare, accanto ai modelli codificati della cultura, anche inattese dimensioni di significato.
In 8°, cop. edit. ill., pp. 254,(2); timbretto "campione gratuito" all'occhietto, per il resto ottimo es.. (a007)
br. La teoria della narrazione, fondata da maestri della semiotica quali Propp, Greimas e Lévi-Strauss, è stata poi oggetto di grande attenzione anche da parte di psicologi, storici, specialisti di letteratura e di cinema, di marketing e di comunicazione politica, sicché oggi il tema dell'espressione narrativa, o dello storytelling, si presenta come centrale. Nel libro, una rilettura in chiave attuale delle teorie classiche offre una visione profondamente nuova dell'universo narrativo: una prospettiva che tiene conto anche degli apporti di altre discipline, dell'odierna attenzione per gli impieghi operativi del narrare, nonché dello stretto legame che le forme narrative intrattengono con i processi emozionali e con i tanti modi in cui cerchiamo di rendere leggibile la realtà che ci circonda e di dare un senso alla nostra esperienza di vita. Il volume vale dunque come introduzione aggiornata alla materia, di cui propone una sistemazione teorica nuova e originale, presentata grazie anche a un ricco apparato di esempi che spaziano dalla letteratura al cinema, dal folclore alla musica, dal melodramma alla pubblicità.
330x235 mm, pp. (8), 318, (2); rilegatura coeva in piena pergamena rigida, titolo manoscritto al dorso. Grande marca tipografica incisa al frontespizio: Athena con l'armatura e lo scudo, appoggiata all'albero della conoscenza e motto: Pacis Opus, in ricca cornice decorata retta da due putti. Iniziali decorate e animate, testo su due colonne, Leggeri segni di tarlo alle prime 5 carte e alle ultime 2 lontano dal testo. Qualche brunitura dovuta alla qualità della carta. Esemplare molto buono
Cm. 22,7, br. edit., pag. (8) 264 (2). Interessantissimo studio sui tentativi nel tempo di creare una lingua unica. Ottimo esemplare, non comune.
ill., br. Questo volume scaturisce da un progetto che è stato al tempo stesso didattico, di ricerca e infine editoriale e si è sviluppato nell'arco degli ultimi dieci anni. Assume, giungendo a compimento, anche un coté o un intento intellettuale e, per certi versi, politico. "Le verità del velo" vuole significare due cose: da una parte riconoscere a un oggetto - il velo che copre e dissimula le identità dei volti, dei corpi, degli individui - una certa unità di funzione, quale che ne sia la specifica declinazione spazio-temporale e culturale; dall'altra accettare, appunto, che tale oggetto sostanzialmente univoco abbia di fatto una varietà di espressioni, ricezioni, interpretazioni che lo rendono polisemico. Non solo, dunque, in contesti diversi può essere prodotto, commercializzato, indossato, rappresentato, descritto e interpretato in maniere diverse, tutte vere, a seconda dei punti di vista, ma esso anche nel medesimo contesto, anche nella stessa realtà circoscritta, anche nella stessa specifica oggettualità può avere più significati e conseguentemente ottemperare a esigenze di produzione di valore simbolico o di verità in maniera massimamente soggettiva. Contemporaneamente è un oggetto che produce discussione, dibattito, agonismi: ciascuno può cercare di dire la sua rispetto ai motivi per cui è indossato, per cui è imposto, per cui è scelto; ma anche rispetto ai motivi per cui è tolto, per cui è sottratto, per cui è abbandonato. Le stesse persone possono farne usi diversi in contesti diversi, attribuirgli un significato diverso a seconda delle situazioni, sfruttarlo, financo, in base a istanze e aspettative variabili. Dunque non esiste solo la verità di chi lo indossa, ma anche di chi lo fa indossare; ed esistono le verità di chi interpreta questo atto e lo considera ora simbolo di emarginazione e sottomissione, ora di emancipazione e libertà.
br. "Tutta la realtà che possiamo" mette in campo saperi diversi ed eterogenei per ripensare il rapporto tra realtà e finzione che è all'origine di ogni esperienza del senso. L'esigenza di questo ripensamento viene dalle riflessioni imposte dal ruolo sempre più marcato che le strutture prettamente finzionali del linguaggio delle marche e dell'immaginario mediatico, tipiche del capitalismo maturo, hanno assunto sia nell'impatto sulla realtà, sia nelle dinamiche che guidano la stessa produzione culturale. Si pensi alla pervasività dei messaggi comunicazionali che condizionano non solo i comportamenti d'acquisto, ma anche le stesse abitudini di pensiero, alla commistione sempre più stretta tra marketing e cultura, all'erosione dei confini tra reale e virtuale nei fenomeni di rimediazione o nell'epidemia informativa del Web, dove il successo di un trending topic non dipende dall'autorevolezza della voce ma dal suo portato di divulgazione, che rende pressoché irrilevanti l'autore, il referente esterno e persino l'oggetto stesso dei suoi contenuti. In questo senso, il libro si rivolge a chiunque sia arrivato a occuparsi di media, marketing e marche a partire da una formazione umanistica, utilizzando per studio o professione gli strumenti concettuali che i saperi occidentali, dalla filosofia alla semiotica, alla sociologia, ci hanno messo a disposizione. Postfazione di Serena Feloj.