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Edizione originale. Collezione estremamente rara di tutto il pubblicato (1918-1931) della rivista olandese d’architettura e di arti «Wendingen». Tutti i 116 fascicoli della collezione sono in ottimo stato di conservazione, singolarmente protetti in buste trasparenti. Comprende i sette numeri speciali dedicati a Frank Lloyd Wright rilegati in unico volume con illustrazione di H. Th. Wijdeveld s pagina 1 (versione rilegata del 1926 riservata agli abbonati alla rivista). Rarissima collezione di tutto il pubblicato dell’iconica rivista olandese «Wendingen». Creata nel 1918 grazie a Hendricus Theodorus Wijdeveld e al sostegno di altri importanti architetti-artisti del panorama olandese come Jan Frederik Staal, Karel Petrus Cornelis de Bazel, Johannes Ludovicus Mattheus Lauweriks, Pieter Lodewijk Kramer, Johan Melchior van der Mey, Michel de Klerk, la rivista «Wendingen» apparve da subito come elemento di rottura e rinnovamento e, del resto, “Wendingen” significa “rivolgimenti”, “cambiamenti” destinato a iniziare un nuovo corso nella storia delle riviste di settore, per almeno due ragioni. --- La prima – quella immediatamente visibile riguarda l’aspetto della rivista stessa: con il suo grande formato quadrato (33x33 cm), la stampa solo recto dei fogli 33x66 ripiegati, l’elegante rilegatura alla giapponese con rafia e le particolari e innovative scelte tipografiche, «Wendingen» si presentava come un oggetto decisamente nuovo, bizzarro e, per alcuni detrattori, intollerabilmente lontano dai canoni estetici tradizionali. Ma l’attenzione era ancor più catturata dalle copertine, non semplici presentazioni dei contenuti ma “cappotti” come amava definirle Wijdeveld che dovevano avvolgere e rappresentare lo stile del periodico, esattamente come un abito ricercato avvolge e in qualche modo rappresenta l’identità di chi lo indossa. Ecco allora le bellissime composizioni di forme e colori appositamente commissionate ad artisti e architetti (quando non erano realizzate dallo stesso Wijdeveld) generalmente stampate con metodo litografico o xilografico, tutte lì a dichiarare che, benché l’architettura rappresentasse il terreno di partenza di questa avventura editoriale, l’orizzonte voleva includere tutte le arti. --- Impossibile non ricordare in questo senso almeno la celeberrima copertina firmata nel 1921 dal maestro dell’Avanguardia russa El Lissitzky per il monografico dedicato a Frank Llyod Wright, con l’architetto americano di nuovo protagonista – tra il 1925 e il 1926 di sette numeri speciali. Documento ancora oggi fondamentale e straordinario sui lavori realizzati tra il 1911 e il 1923 dal massimo rappresentante del Movimento Moderno, questi fascicoli vennero pubblicati in lingua inglese per volontà dell’editore Mees con il titolo «The Life-Work Of The American Architect Frank Lloyd Wright» e raccolti già nel 1926 in un unico volume rilegato. Il notissimo architetto partecipò attivamente alla realizzazione del progetto che fu fortemente voluto da Wijdeveld, suo grande estimatore e qui autore non soltanto della prefazione ma anche della copertina.
Collezione di 174 fascicoli pubblicati. Eccellenti esemplari. Straordinaria collezione che raccoglie circa l’ottanta per cento del pubblicato di questa longeva rivista: su 17 annate intere (1900-1917) il presente insieme ne conta 9 complete e 8 con lacune contenute, oltre a una buona campionatura dei fascoli 1895–1900; in ottime condizioni di conservazione, fascicoli completi delle numerose veline fuori testo e delle carte sciolte allegate. Compresi nella raccolta il raro numero d’esordio e il rarissimo numero finale, monografico sui Trucioli di Sbarbaro. Nella Riviera ligure, accanto ai numerosi contributi in edizione originale, è ancora oggi possibile trovare numerosi inediti di alcuni dei più grandi autori della letteratura italiana. --- Il 15 giugno 1895 nasce a Oneglia (Imperia) uno dei primi esperimenti di mecenatismo aziendale. Si chiama La Riviera ligure di Ponente, ed è il foglio pubblicitario dell’azienda Sasso e Figli, che produce olio d’oliva, diffuso con una tiratura dichiarata dapprima in 50.000 copie ma presto alzate a 80/100.000. Il periodico veniva inserito, piegato a metà sul lato corto, nelle confezioni di olio inviate ai clienti. Ne è direttore Angiolo Silvio Novaro, figlio del titolare Agostino (l’azienda era intestata alla madre, Paola Sasso), scrittore. --- Della Riviera Ligure di Ponente, di questa bellissima fra le riviere, si ode spesso a parlare. Coloro che senza appartenerle per nascita le appartengono per vicende di casi, non se ne sanno più distaccare; quando vi parlano dell’azzurro del suo mare o del verde de’ suoi pini o del grigio de’ suoi olivi, si accendono come un ragazzo nel sorriso dell’innamorata. --- Si apre così il primo numero de La Riviera ligure di Ponente — parole che tracciano con chiarezza il taglio della pubblicazione: la rivista, nei suoi primi anni di vita, tratterà infatti della Liguria, anzi dell’ovest della regione, e affronterà temi legati al territorio e alla coltivazione dell’olio d’oliva, affiancando ricette culinarie e brevi racconti umoristici oltre che, naturalmente, la pubblicità dell’Olio Sasso. Una pubblicazione leggera, elegante e curata nella grafica, fortemente innovativa nel marketing aziendale del tempo, ma di certo priva di intenzioni artistico-letterarie. --- Tutto però cambia nel 1899, quando assume la direzione del periodico Mario Novaro, fratello di Angiolo Silvio. Laureatosi in filosofia a Berlino con una tesi su Malebranche (pubblicata nel 1893 presso Mayer & Müller; un estratto della tesi, La teoria della casualità in Malebranche, venne letta lo stesso anno all’Accademia di Lincei, e pubblicata nei Rendiconti dell’Accademia), insegnò in Germania, per poi rientrare in Italia, a Oneglia, a lavorare per l’azienda del padre; nel frattempo, non mancò di pubblicare altri saggi di carattere politico-filosofico, e s’iscrisse al partito socialista, nelle fila del quale venne eletto assessore comunale di Oneglia. In qualità di direttore de La Riviera ligure, impresse al periodico una svolta decisiva, dando vita ad una delle più importanti e influenti riviste letterarie del primo Novecento. --- Le modalità di distribuzione rimasero le medesime, così come la presenza degli elementi più marcatamente pubblicitari: il prezzario, la descrizione e le reclames degli olii Sasso, le illustrazione ad esso dedicate. Per il resto, però, tutto cambiò: innanzitutto il titolo, ridotto al semplice La Riviera ligure; poi, la tiratura, innalzata alla cifra, assai importante per l’epoca, di 120.000 copie. Ma soprattutto, Novaro ebbe l’intuizione di abbandonare il carattere prettamente localistico e gli articoli d’occasione, in favore di un progetto segnato da un’impronta marcatamente letteraria. Verranno coinvolti dunque i più importanti nomi della letteratura italiana, pubblicati in edizione originale. --- Pirandello inizierà la collaborazione nel 1901, con la poesia Pianto del Tevere: «Egregi Sig.ri P. Sasso e Figli, con tutto il cuore accetto l’invito di collaborare nella loro simpatica e geniale Riviera ligure. Ecco i versi. Grazie e devoti ossequi. Aff.mo Luigi Pirandello». --- Collaboratori della prima ora furono anche Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, fin dal 1899, con Nell’infinito, Giuseppe Lipparini l’anno successivo, con La fata bianca; e ancora Giovanni Pascoli e Grazia Deledda, entrambi nel 1901, il primo con La Messa, La tessitrice, la seconda con La montagnola. E così, negli anni successivi furono numerosissimi i nomi prestigiosi che si unirono alla rivista, quasi a creare un’antologia a puntate della letteratura italiana: Capuana, Bontempelli, Papini, Soffici, Saba, Sbarbaro, Palazzeschi, Slataper, Jahier, Boine, Campana, Govoni, Gozzano, Marino Moretti, Onofri, Rebora, Alvaro, Savinio, Borgese... Accanto agli inediti, la rivista pubblicava anche recensioni, all’interno di una rubrica, stampata su elegante carta velina, curata prima da Lipparini, e poi affidata a Boine. --- A osservare la lunghissima durata della Riviera ligure, quello che balza all’occhio — al di là di minime differenze di carattere naturalmente evolutivo — è il nucleo assolutamente omogeneo per formato, grafica e contenuti che va dal 1901 (nn. 27ss. della «nuova [ma: seconda] serie») fino al termine, con il famoso fascicolo monografico dedicato ai Trucioli di Sbarbaro (n. 14 della quinta serie, giugno 1919). --- I fascicoli usciti nei cinque anni di fine ’800 hanno un’impianto grafico più semplice, che li avvicina al dépliant pubblicitario: autocopertinato con stampa a due colori (verde/rosso, rosso/marrone, rosso/nero), disegno di testata figurativo, seppur con svolazzi liberty, incentrato sul soggetto della riviera ligure di ponente. La brossura viene introdotta nel 1901, assieme alla normalizzazione della grafica. Piuttosto austero l’aspetto dei fascicoli del 1901, senza disegni in copertina, appena ravvivata dal colore azzurro introdotto con il numero 29 (assieme alla tipografia Fratelli Treves di Milano). --- A partire dal numero 33 Giorgio Kienerk disegna la bella grafica di testata in stile liberty, e il colore ‘verde-Sasso’ per la brossura arriva con il numero 36 (febbraio 1902): disegno e colore rimarranno gli stessi per tantissimo tempo — invariati anche nel passaggio dal tipografo Treves ad Alberto Marchi di Lucca (dicembre 1904) — fino al numero 56 della quarta serie (agosto 1916). Quindici anni e oltre 150 fascicoli dopo (!) si torna al puro disegno tipografico per la copertina, impresso in rosso su fondo verde, poi su fondo grigio chiaro dal numero 58 sino alla fine. --- Novaro era pienamente conscio dell’importanza e della novità dell’operazione culturale che stava conducendo, ma anche del ruolo di mecenate che la Sasso e Figli ricopriva nella vicenda (fatto non banale, gli scrittori venivano pagati), rendendo possibile un inedito e virtuoso intersecarsi di impresa, letteratura e arte; lo esplicitò nei numeri della Riviera ligure del 1902, al piede della copertina, proponendo la vendita in blocco di dieci fascicoli: Dieci fascicoli della Riviera Ligure formano il più bell’Albo della Poesia e Prosa italiana, e costano sole Tre Lire. La felice base su cui la Riviera Ligure poggia [cioè a dire, l’azienda Sasso e Figli] rende possibile un prezzo così tenue, mentre questa sua singolarissima condizione la fa sicura di una vita e diffusione quale nessuna altra rivista possiede né facilmente potrà possedere in Italia. --- In assenza di espliciti programmi, è possibile seguire gli sviluppi della rivista osservando le successive iscrizioni al piede della copertina: nel 1903, Novaro fa apporre la dicitura: La Riviera ligure, pubblicazione mensile di poesie, prose, e disegni originali inediti (esce ogni mese, Agosto Settembre eccettuati), à collaboratori i più e meglio noti letterati e artisti d’Italia esplicitando così il ruolo centrale che il periodico veniva ad assumere, nel panorama letterario innanzitutto, ma anche in quello delle arti figurative: la rivista era caratterizzata da una grafica fortemente innovatrice e vi collaborarono, fino al 1904, artisti del calibro di Giorgio Kienerk, Plinio Nomellini, Edoardo De Albertis, Felice Carena, Franz Laskoff, Giovanni Battista Crema, illustrando poesie e racconti, e disegnando le grafiche, improntate alle massime espressioni del liberty italiano. Dal 1905, il piede della copertina muta nuovamente: La Riviera Ligure, esce ogni mese; pubblica poesie e prose originali inedite dei più valorosi e meglio noti letterati d’Italia. Spariscono i disegni e spariscono gli artisti: si ha insomma la definitiva rinuncia, forse per motivi economici, alle illustrazioni, e il periodico uscirà, da qui in avanti, privo di apparato iconografico, dando massimo risalto agli aspetti letterari. --- Lo studio della Riviera ligure lascia aperti ampi spazi alla ricerca: l’assenza della collezione completa dalle biblioteche italiane ha infatti in parte ostacolato una sua piena valorizzazione, non consentendo, del resto, nemmeno un’individuazione completa degli inediti, numerosi e importanti; solo di recente la Fondazione Novaro di Genova, in collaborazione con il Ministero per i Beni Culturali, ha realizzato una digitalizzazione della raccolta nella sua completezza, avvalendosi della collaborazione di altre biblioteche per colmare le lacune presenti nella propria collezione. In questo quadro, quella qui presentata risulta una delle raccolte più complete ad oggi disponibili, tanto presso gli enti pubblici quanto presso i possessori privati. --- Provenienza: Conte Ludovico Lanza, Milano. «Il conte Lodovico Lanza […] è stato forse il più grande collezionista italiano di libri del Novecento»: così comincia la parte dedicata al Lanza collezionista ne In una città atta ad eroi e suicidi di Giampiero Mughini (Milano 2011, pp. 121-125). Sulla figura di Lanza collezionista e bibliofilo — che meriterebbe approfondimenti di ben altro respiro — si possono leggere cenni anche nei libri di Alberto Vigevani (es. Milano ancora ieri: «[...] bibliofilo di tradizione familiare, discendente del conte Pertusati — la cui biblioteca, acquistata da Maria Teresa, divenne il fondo iniziale della Braidense — e di Gaetano Melzi, il celebre collezionista di romanzi cavallereschi»). Mario Novaro, Indice della «Riviera ligure» (1899-1919) (in Giovanni Boine, Plausi e botte, a c. di M. Novaro, Modena: Guanda, 1939iii); Franco Vegliani, Nonni e nipoti: storia degli industriali italiani (Milano: Successo, 1972); Pino Boero, ‘La Riviera ligure’ tra industria e letteratura (Firenze: Vallecchi, 1984); Rossana Bossaglia, ‘La Riviera ligure’: un modello di grafica liberty, con un saggio di Edoardo Sanguineti (Genova: Costa & Nolan, 1985); La letteratura ligure del Novecento, Guido Bertone et al., 1 (Genova: Costa & Nolan, 1992, part. pp. 35ss.)
Collection of 120 complete years of this rare and highly important academic Armenian periodical published since 1887 (making it the second oldest Armenian journal still in print) and mainly related to Armenian philology and history, most texts are in Armenian (though some of them are in English, French, German and Italian), together ca. 35.000 pp., 30cm., The volumes up till 1989 are bound in modern hardcovers in full red cloth in very good condition (most of the 44 physical volumes contain two years each), volumes 1990-2013 are in original softcovers, some of the older illustrated frontcovers are preserved and bound in, text and interior are clean and bright, very good set, weight: 90kg., [This is a list of the "physical" volumes contained in this set: 1890, 1891-1892, 1893-1894, 1895-1896, 1897-1898, 1899-1900, 1901-1902, 1903-1904, 1905-1906, 1907-1908, 1909-1910, 1911-1912, 1913-1914, 1915-1916-1917-1918-1919-1920, 1921-1922, 1923-1924, 1925-1926, 1927, 1928-1929, 1930-1931, 1932-1933, 1934-1935, 1936-1937-1938, 1939-1940-1941-1942-1943-1944-1945, 1946-1947-1948, 1949-1950, 1951-1952, 1953-1954, 1955-1956, 1957-58, 1959-1960, 1961, 1962-1963, 1964-1965, 1966-1967, 1968-1969, 1972-1973, 1974-1975, 1976-1977-1978, 1979-1980-1981, 1982-1983-1984, 1985-1986, 1987, 1988-1989, 1990, 1991, 1992, 1993, 1994, 1995, 1996, 1997, 1998, 1999, 2000, 2001, 2002, 2003, 2004, 2005, 2006, 2007, 2008, 2009, 2010, 2011, 2012 and 2013], X111626
Collezione completa. Qualche fioritura, nel complesso un ottimo esemplare, a margini quasi pieni (375 x 255 mm), in legatura coeva (restauri con rinforzi in pelle alla cerniera superiore; la cerniera inferiore risulta parzialmente fessurata). Timbretto di antica provenienza «Raccolta Levino Robecchi» alla seconda carta. -- Allegato al volume il rarissimo bifoglio che annunciava la prossima uscita del periodico: stampato su carta bianca l’1 luglio 1818, conteneva il «Programma» e i «Patti dell’associazione». Il «Programma» qui non è firmato, ma nella ristampa approntata su carta azzurra in occasione dell’uscita del primo numero (con il differente titolo di «Introduzione») compare in fine la sigla P. B. (Pietro Borsieri). I «Patti dell’Associazione», invece, recano la firma di Vincenzo Ferrario, e risultano di grandissimo interesse, esplicitando, con oltre due mesi di anticipo rispetto all’uscita del primo numero, quale sarebbe stato l’aspetto assunto dal giornale: «I. Il primo numero del Conciliatore comparirà il giorno 3 di settembre prossimo venturo. Questo foglio uscirà due volte per settimana, ne’ giorni di Giovedì e Domenica precisamente a mezzodì. II. Esso sarà composto di quattro pagine di due colonne ciascuna, nella forma e nel carattere di questo Programma [...]. III. La carta sarà della dimensione e qualità della presente, ma di colore alquanto ceruleo [...]». Rarissima raccolta completa in 118 fascicoli compresi gli ultimi due, mai distribuiti. Il «Foglio azzurro», così detto dall’inconfondibile colore della carta utilizzata per la stampa, si pubblicò due volte la settimana dal 3 settembre 1818 al 17 ottobre 1819, per cura della Società del Conciliatore, un organismo che vedeva Luigi Porro Lambertenghi e Federico Confalonieri in qualità di soci finanziatori, Ludovico Di Breme, compilatore, Pietro Borsieri «sottocompilatore», Giovanni Berchet «sottocompilatore», Silvio Pellico, compilatore e Vincenzo Ferrario, tipografo stampatore. Tra gli altri collaboratori, Giovanni Arrivabene, Giovan Battista De Cristoforis, Giannantonio Llorente, Giuseppe Longhi, Giuseppe Montani, Fabrizio Mossotti, Giuseppe Nicolini, Giuseppe Pecchio, Giovanni Rasori, Adeodato Ressi, Gian Domenico Romagnosi, Pellegrino Rossi, Sismonde de Sismondi, Rodolfo Vantini, Ermes Visconti. Tutti firmavano con le sole iniziali. Fino al fascicolo 112 (pp. 1-454), il foglio mantenne la medesima testata, estremamente spoglia, caratterizzata dal titolo centrale in corpo grosso, sormontato in piccolo da numero (in arabi) e data, e seguito sempre in piccolo dal famoso motto «... Rerum concordia discors»; a partire dal numero 113 e fino alla fine, nella maggioranza degli esemplari il titolo viene sostituito da una piccola incisione centrata, raffigurante un albero piegato dalla tempesta, cui segue semplicemente, in corpo grosso maiuscolo, l’indicazione del numero in romani. -- Sulla falsariga del «Caffè» di Verri e Beccaria, il Foglio azzurro si occupò di moltissimi argomenti, dalle lettere alle scienze, passando per l’economia, il diritto, la filosofia morale, le questioni politico-amministrative: «Silvio Pellico si incaricava della preparazione dei singoli numeri e si preoccupava, nonostante le sue opinioni allora politicamente molto avanzate, di contrastare gli atteggiamenti anticristiani del Rasori, designato fin dall'inizio fra i collaboratori del Conciliatore. [Al periodico] collaborarono fin dal principio i giuristi Romagnosi e Ressi, mentre l’abate di Breme, Pietro Borsieri, Giovanni Berchet ed Ermes Visconti vi sostenevano con cultura e con brio la lotta contro i classicisti. Il Pecchio si occupò soprattutto di materie economiche, per le quali furono corrispondenti da Ginevra il Sismondi e Pellegrino Rossi» (Treccani 1931, s.v.). -- Del «Conciliatore» sono noti i momenti di polemica letteraria e politica, che videro i romantici, di idee liberali, attaccare a viso aperto i classicisti, vicini alla Restaurazione austriaca. Più recentemente, si è posta attenzione anche all’importante dibattito economico sviluppato nel foglio: «due sono i filoni principali d’intervento: il dibattito sull’industrializzazione e quello sulla forma di proprietà più adatta ad un corretto ed equilibrato sviluppo economico. In relazione al primo punto, la discussione sullo sviluppo industriale si amplia e arricchisce il dibattito in favore o contro il protezionismo doganale. Accanto ad autori come Pellico, convinti assertori di uno sviluppo agricolo e commerciale fondato soprattutto sulla capacità degli aristocratici illuminati della Lombardia di promuovere il benessere e l’incivilimento regionale […], Giuseppe Pecchio si dichiara a favore di una politica di diretto intervento governativo, con il compito di promuovere lo sviluppo e di garantire, mediando gli interventi delle varie classi. Esemplari in questo senso sono gli articoli tratti dall’opera di Jean Antoine Chaptal sull’industria francese […]. Pecchio allarga poi la sua analisi allo sviluppo dell’economia lombarda del periodo, esaminando i riflessi e l’importanza avuta per il Lombardo-Veneto dal blocco continentale, e dalla formazione di un più vasto mercato in seguito alla creazione di un grande stato dell’Italia settentrionale. […]. Pellico […] mostra la sua netta predilezione per il modello inglese della concentrazione terriera e nel presentare la seconda edizione dell’Inquiry di James Maitland Lauderdale scrive che benché in Gran Bretagna vi siano “parecchie enormi fortune sembra che per esse non diminuisca essenzialmente il bene della maggior parte. I contadini proprietarj, i massaj e i manifattori, se si paragonano a quello del continente, si distinguono in Inghilterra per l’agio e persino l’opulenza in cui vivono” (2 maggio 1819, p. 284) […]» (Bibliografia dei periodici economici lombardi). -- Dopo un primo periodo di relativa tranquillità, «Il Conciliatore» divenne bersaglio della censura austriaca, complici le posizioni sempre più moderne che andava abbracciando: in un crescendo di malsopportazione e ammonimenti, il foglio fu costretto a chiudere. Vittore Branca scrive che col n. 116 terminava la parte del Conciliatore distribuita agli associati; anzi lo stesso n. 116 ebbe pochissima diffusione («… come si rileva dalle numerose raccolte in cui manca») causa il sequestro quasi immediato. I numeri 117 e 118 non vennero neppure distribuiti, anche se già pronti per la stampa; le poche copie che ebbero modo di circolare furono soltanto quelle destinate ai redattori. Branca, rist. anast. del Conciliatore (3 voll. Firenze, 1953-54); Clerici, Il Conciliatore (Pisa 1903); Bibliografia dei periodici economici lombardi (Milano 2005), s.v.
Edizione originale. Tutto il pubblicato dal 1908 al 1916 compresi i fascicoli di «La Voce Politica» in ottimo stato di conservazione. Fascicoli sciolti conservati in scatole in tela per ogni anno con tasselli ai dorsi con titoli oro. Fondamentale rivista fondata nel 1908 a Firenze da Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini e diretta quasi ininterrottamente dallo stesso Prezzolini (fatta eccezione per l’aprile-ottobre del 1912 in cui la direzione fu presa da Papini e per l’ultimo biennio di attività 1914 - 1916 retto da Giuseppe De Robertis). Estremamente attenta anche a problemi di ordine politico e sociale – manifestando particolare sensibilità per l’alfabetizzazione, lo stato della scuola e per la questione meridionale - «La Voce» fu per 8 anni una fucina di elaborazione e divulgazione letteraria, artistica e culturale in senso ampio che ospitò contributi da alcuni tra i nomi più importanti e autorevoli del panorama italiano del tempo: dagli interventi di Croce, Amendola, Salvemini, Einaudi alle parole di Slataper, Michelstaedter, Boine, Stuparich, Sbarbaro, Rebora, Campana, Ungaretti. Sorretta – come testimonia la presenza di Benedetto Croce – da una forte vocazione antipositivista e filoidealista, la rivista – che avrebbe dato vita anche a storici progetti editoriali, come le “Edizioni della Voce”, i “Quaderni della Voce” e la “Libreria della Voce” – non mancò di essere attraversata da tensioni e infine da divisioni insanabili che avrebbero ancor prima della chiusura nel 1916 condotto all’allontanamento di due figure fin lì centrali, ovvero il co-fondatore Giovanni Papini e Ardengo Soffici. Nel 1913 infatti, in aperta polemica con l’impostazione estetica nonché valoriale vociana improntata sull’impegno anche sociale della cultura e dei suoi protagonisti (benché più ferocemente critica nei confronti della politica attuale che ideologicamente chiara fosse la posizione di Prezzolini), i due avrebbero dato vita al quindicinale «Lacerba».
Collezione completa. Eccezionale insieme a fascicoli sciolti con le copertine originali (quando previste); in condizioni più che buone quando non ottime; completo di una serie di allegati molto rari (dettagli nella descrizione). Fondata a Bologna il 14 gennaio 1926 da Leo Longanesi, quindicinale, dal luglio 1926 con sottotitolo: Foglio quindicinale della rivoluzione fascista, diventa mensile dal marzo 1931; dal 1932 esce con il sottotitolo: Periodico della rivoluzione fascista. Dal n. 25-26 del 1934 la sede viene trasferita a Roma. Cessa le pubblicazione nel 1942. -- Con le illustrazioni di Morandi, Soffici, Cappiello, Lautrec, Mezio, Grandville, Savinio, Groz, Roidin, e altri troviamo testi di: Baldini Antonio, Barilli, Bartolini Luigi, Benedetti Arrigo, Brancati, Buzzati, , Cardarelli, Cecchi, Comisso, De Benedetti, De Chirico Giorgio, Furst H., Groz, Moravia, Praz Mario, Raimondi, Savinio Alberto, Soffici, Soldat, Tobino, Ungaretti, ed altri. Le prime quattro annate (38 fascicoli) sono in formato folio, poi in 4° (11 fascicoli) e i fascicoli dal n 1 del marzo 31 al n 70 del novembre-dicembre 1942, per un totale di 55, sono in 8°. -- Si aggiunge «Lunario del Fascista Campagnolo coi Baffi ovvero il Gran Longanesi Volante per l’anno bisestile 1928», foglio volante di cm 36x50, curato dallo stesso Longanesi dove si legge: «Il pianeta dominante di quest’anno, secondo l’astrologia, trovo esser Mussolini con il segno del Fascio nella Casa del vecchio Giolitti. La natura del dominante pianeta sarà assai giovevole alla gente che di giorno lavora e di notte dorme o rende felice la moglie. Avremo abbondanza dei prodotti della terra nei campi di quei padroni che rispettano i contratti di lavoro e carestia in quelli dei latifondisti ingordi e strozzini [...] Marte, che si quadra a Saturno, minaccia guerre [...] Quanto io vi dico, o abitanti delle campagne, può anche non esser vero, ma quis enim hominum poterit scire consilium dei? aut quis poterit cogitare quid velit Mussolini?». Si aggiungono: foglio (500 x 350 mm) pubblicitario della rivista; Supplemento al N 14/15 dell’Anno I; Lunario del fascista Campagnolo coi Baffi ovvero Il Gran Longanesi Volante, Foglio di 500 x 350 mm con il calendario per l’Anno bisestile 1928.
Tutto il pubblicato. Fascicoli sciolti ottimamente conservati. Fondata a Firenze nel gennaio 1926, dal 1929 cambia il sottotitolo in Rivista mensile di letteratura. Uscì con cadenza dapprima mensile e poi bimestrale. Nel 1929 si associò nella direzione G. Ferrara, sostituito l'anno successivo da A. Bonsanti; nel 1933 Carocci tornò ad essere unico direttore. Solaria fu la più importante rivista letteraria del novecento. Fra i suoi collaboratori convissero due anime, due diverse vocazioni: quella dei "rondisti" (Bacchelli, Loria, Tecchi, Bonsanti) convinta di poter dar vita ad una autonoma civiltà letteraria fuori da ogni compromesso con la politica, e quella di provenienza torinese con alle spalle l'esperienza del "Baretti" (Montale, Ginzburg, Garosci, Debenedetti, Solmi) che proseguendo la linea gobettiana professò un maggior impegno civile da parte degli intellettuali. Tra i collaboratori, oltre ai sopra citati, troviamo: Saba, Raimondi, Franchi, Giotti, Debenedetti, Pavolini, Quasimodo, Gadda, Vittorini, e molti altri. Uscirono in tutto 78 fascicoli; in 16° le prime annate poi in 8°. Il n. 2, marzo-aprile, del 1934 fu sequestrato dal prefetto di Firenze. L’ultimo fascicolo porta la data settembre-dicembre 1934, ma in realtà finito di stampare e distribuito nel marzo 1936.
Collezione completa in edizione originale. Ottimo esemplare, molto fresco e pulito, con margini discreti (215 x 160 mm; da segnalare solo il taglio basso del fascicolo P del vol. 1 molto radente al testo, con la perdita di una nota a piè pagina a p. 128), in gradevole legatura ottocentesca non sofisticata (qualche segno d’usura ai bordi; cerniere allentate ma resistenti). Interessante la provenienza: al frontespizio del vol. 1 pecetta con timbro ovale recante lo stemma nobiliare della famiglia (De) Silva, e iscrizione «D. Lvigi SijLva». Parenti di Luigi furono il conte Donato Silva (1690-1779), grande matematico e bibliofilo, fra i promotori della Società Palatina, che diede vita a un’importante biblioteca nella villa di famiglia a Cinisello Balsamo (Milano), poi accresciuta da Ercole Silva (1756-1840) fino a raccogliere una ventina di codici manoscritti e una sessantina di incunaboli — oltre a opere di Beccaria e Verri, amici del conte (vedi il «Catalogo de’ libri della Biblioteca Silva in Cinisello», e Ferrari, «Libri “moderni” e libri “antiqui” nella biblioteca di S. Francesco Grande di Milano, pp. 221-223). Una vendita cospicua dei volumi della biblioteca ebbe luogo a Parigi il 15-16 febbraio del 1869. Rara raccolta completa del celebre foglio dell’illuminismo milanese diretto dai fratelli Verri. Primo volume dal giugno 1764 a tutto maggio 1765; secondo volume dal giugno 1765 a tutto l’anno seguente. Stando ai repertori istituzionali online, in Italia sono conservati presso le biblioteche pubbliche solo una decina di esemplari della collezione completa del «Caffè» in prima edizione. In Europa, si rinvengono solo due esemplari alla British Library, e uno alla storica Biblioteca centrale universitaria “Lucian Blaga”, in Romania. Un solo esemplare infine negli Stati Uniti, alla Houghton Library dell’università di Harvard (ex libris Marino Parenti). -- L’idea della stampa di un periodico che desse voce alle nuove istanze illuministe maturate all’interno dell’Accademia dei Pugni, animata da figure di spicco della cultura milanese — Pietro e Alessandro Verri, Cesare Beccaria, Sebastiano Franci, Paolo Frisi, Giuseppe Visconti, Luigi Lambertenghi, Giovan Battista Carlo — si concretizzò il primo giugno 1764, quando, sul modello della rivista inglese «The Spectator», fu pubblicato il primo numero de «Il Caffè». Programmaticamente rivolto a un pubblico di lettori curiosi e interessati, e non di eruditi e specialisti, la rivista si poneva innanzitutto lo scopo di «spargere delle utili cognizioni fra i nostri cittadini, divertendoli». Un tono leggero dunque, che non risparmiava però severe critiche alla società del tempo, le più pesanti dirette ai «Puristi della Lingua»; emblematiche in questa direzione le parole della «Nota al Lettore» del primo volume, anonima ma con tutta verosimiglianza vergata da Pietro Verri in funzione di manifesto programmatico: «La pedanteria de’ Grammatici che tenderebbe ad estendersi vergognosamente su tutte le produzioni dell’ingegno; quel posporre, e disprezzare che si fa da alcuni le cose in grazia delle parole; quel continuo, ed inquieto pensiero delle più minute cose che ha tanto influito sul carattere, sulla letteratura, e sulla politica Italiana meritano che alcuno osi squarciare apertamente queste servili catene». -- Svariati gli argomenti toccati nella rivista: oltre a letteratura e arti, la politica, l’economia, le scienze e la gastronomia. L’esperienza si concluse nel giro di due anni: dissidi interni — in particolare tra Cesare Beccaria e i fratelli Verri — l’allontanamento di alcuni redattori da Milano — Alessandro Verri a Roma, Gian Battista Biffi a Cremona — e la perdita dell’entusiasmo iniziale decretarono la fine delle pubblicazioni e lo scioglimento dell’Accademia dei Pugni, come ricorda l’accorato congedo nella Nota al lettore del secondo volume: «La piccola Società di Amici, che ha scritti questi fogli è disciolta. [...] Noi ringraziamo quelle anime gentili che si sono degnate d’applaudire al nostro progetto, e di fare coraggio a chi tentava di accrescere la coltura degli ingegni, e diminuire il numero de’ pregiudizi volgari. Sarà questa per sempre la più cara meta de’ nostri studj». -- Per la ricostruzione dettagliata della complessa vicenda editoriale del periodico si rimanda senz’altro al puntuale saggio di Luigi Firpo sugli Articoli tratti da «Il Caffè»; basti qui ricordare che, per sfuggire alla censura asburgica, Pietro Verri decise di stampare il periodico in territorio veneto, a Brescia, presso Giammaria Rizzardi, e così fece per tutto il 1764. Sorsero tuttavia non pochi problemi: innanzitutto, l’incuria della stampa, con l’impiego di piombi e carta scadenti, a cui si aggiungeva la costante mancanza di puntualità dello stampatore nella consegna dei fogli; poi, la distanza da Milano rendeva assai difficile il processo di correzione delle bozze, cosa che comportava la presenza di non pochi refusi e inesattezze; infine, contro le aspettative del Verri, anche i veneziani si dimostrarono censori invadenti, imponendo continue revisioni sui testi. Verri si risolse così di stampare a Milano presso Galeazzi, al quale affidò l’impressione di tutti i numeri della seconda annata. Infine, secondo l’uso dell’epoca, i fogli del periodico rimasti invenduti vennero raccolti in volume dallo stampatore: con un ingegnoso espediente, ancora una volta per sfuggire alla censura, il frontespizio di entrambe le annate reca la data di Brescia, genuina dunque per il primo, falsa per il secondo. Melzi, Dizionario di opere anonime e pseudonime, s.v.; Biblioteca Luigi Einaudi n. 6161; Firpo, Articoli tratti da «Il Caffè» (in Beccaria: Scritti filosofici e letterari, Milano 1984: 349-358) 2 voll. in uno
Collezione completa. Insieme in complessive ottime condizioni di conservazione, esemplari puliti e sostanzialmente intatti sia all’interno che alle copertine. Condition report: -- «Azimuth»: mimini segni d’usura perimetrali, con un leggerissimo accenno di piega verticale al piatto anteriore, visibile solo verso e che non intacca la grafica; uno dei bifoli centrali leggermente allentato; nel complesso in ottime condizioni. -- «Azimuth 2» con lieve brunitura marginale e ingiallitura verso della copertina; interni leggermente bruniti, come normale; complessivamente in ottime condizioni. In una lettera all’amico Valentino Dori (alias Giorgio Carmenati Francia), databile ai primi del 1959, Piero Manzoni annuncia la separazione dal Movimento nucleare: «Oggi ahimè il movimento si è scisso in due: io ora sono con Castellani e Bonalumi e perseguiamo quella linea che tu mi hai visto iniziare: usciremo prestissimo con una rivista nostra, di parte, che si chiamerà Pragma, e abbiamo al solito un programma quanto mai vivace» (Battino & Palazzoli, n. 79). La rivista a cui si fa riferimento finirà per chiamarsi in altro modo, ma è qui l’origine del progetto Azimut/Azimuth (senza “h” la galleria, con “h” la rivista). Nel febbraio del 1959 il trio suddetto espone alla Galleria del Prisma di Milano, una mostra poi portata alla Galleria Appia antica di Roma, in aprile, con presentazione di Leo Paolazzi (sarà Antonio Porta), e a settembre a Losanna, Galerie Kasper. Nello stesso aprile Manzoni apre una personale all’Aja (Relief schilderijen) e scrive ancora a Dori: «Sto preparando in questi giorni una nuova rivista d’arte, molto battagliera […] sembra che venga molto bene. […] Il nostro gruppo aumenta e la rivista servirà proprio a definirlo» (ivi, n. 103). In luglio è la volta dell’esordio del gruppo Zero al Rotterdam Kunstkring, istituzione fondata nel 1893 e da sempre attenta all’arte contemporanea (ospitò un’importante mostra futurista nel maggio del 1913 e già una personale di Manzoni nel settembre 1958): espone il gruppo Zero di Rotterdam più Manzoni. La stessa mostra approda alla fine di ottobre alla galleria Appia antica di Roma: il design dei cataloghi e del materiale promozionale relativo a questi due eventi mostra chiaramente l’origine grafica della copertina di Azimuth. -- «In the autumn of this year, Manzoni’s idea of opening and running a gallery materialises when he and Castellani rent and fit out a basement connected with a furniture shop in via Dei Bossi on the corner with via Clerici in Milan, which is later to become Galleria Azimut. […] In the same period, around October, while the first issue of the review “Azimuth” is going to press, Bonalumi, who has worked on it for a long time now, withdraws because of differences of opinion and disagreements about theoretical and ideological considerations. The first issue is edited by Castellani and Manzoni with the assistance of Marco Santini as editorial secretary and the graphic designer Cecco Re, who designed the cover and also suggested the title. The address of the review is via Cernaia 4 in Milan, Manzoni’s home address. “Azimuth” is printed in the workshop of Antonio Maschera, who previously printed “Direzioni N. 3” and — under the same imprint of the “E.P.I. editoriale periodici italiani” — the first issues of “Il Gesto”, the review of the Nuclear Group» (Battino & Palazzoli). -- Il primo numero di «Azimuth», chiamato semplice «Azimuth», contiene interventi militanti (Dorfles e Laszlo, ad aprire e chiudere il fascicolo), prose e poesie (Pagliarani, Agnetti, Paolazzi/Porta, Tullier, Balestrini, Picabia, Beckett), articoli di critica (Ballo, Alfieri, Y. Tono, Galvano); sei tavole a piena pagina (un «Meta-matic» di Tinguely, in foglio sciolto; un monocromo blu di Klein; un Dorfles; una scultura di Gio Pomodoro fotografata su fondo nero; una tavola di accertamento alfabetica di Manzoni; un Estienne in blu) e svariate opere riprodotte a tracciare i vasti confini della contemporaneità artistica eletta dalla rivista (Johns, Fontana, Rauschenberg, Megert, Angeli, Schwitters, Castellani, Rotella, A. Pomodoro, Bonalumi, Holweck, Mack, Fisicher, Kemeny, Piene, Wagemaker, Romyn, Manzoni, Schoonoven, Dahamen, Sanders, Bohemen, Schumaker, Tajiri, Pieters, Rossello, Dorazio, Dangelo, Marotta, Lora, Pena). Nelle pagine pubblicitarie finali, la costellazione di gallerie e riviste d’arte entro cui opera «Azimut/h» («Appia antica» di Villa, «Notizie» di Pistoi/Crispolti, «Direzioni» di Fabrizio Mondadori, «Le Arti» di Marussi/Vella e «Panderma» di Laszlo). -- Verso la fine dell’anno, Manzoni sta già lavorando ad «Azimuth 2», come apprendiamo da una lettera inviata a Heinz Mack del gruppo Zero di Dusseldorf: «Cher Mack, Piene t’a parlé de l’exposition qu’on va faire a Milan et du numéro de Azimuth, qu’on ira publier a l’occasion. […] Demain on ouvrira la Galerie Azimut: elle est à ta disposition, si tu veux l’y faire une exposition ou des manifestations» (Battino & Palazzoli n. 144). La mostra d’apertura della galleria Azimut è quella delle «12 linee» di Piero Manzoni, introdotte in catalogo da un testo di Vincenzo Agnetti, uno dei più stretti collaboratori di Manzoni e Castellani sul versante critico e letterario. «Galleria Azimut soon becomes a hotbed of encounter and debate in the artistic panorama of Milan thanks mainly to the contacts Piero Manzoni keeps up […]. A tireless organizer and promoter, he makes great efforts to discover, compare and publicise artists who are practically unknown in Italy and abroad at this time, himself included» (ivi, p. 59). Nel gennaio 1960 è la volta della fondamentale collettiva «La nuova concezione artistica», a cui è interamente consacrato il secondo e ultimo fascicolo della rivista. «Azimuth 2» è costruito attorno a un programma ben definito, proposto in italiano, inglese, francese e tedesco, ed esplicitato nel lungo testo critico di Castellani, «Continuità e nuovo», seguito dai più brevi «Una nuova concezione di pittura» di Uno Kultermann, «Libera dimensione» di Manzoni e «L’oscurità e la luce» di Piene, impaginati di nuovo da Cecco Re attorno a scelte riproduzioni delle opere esposte — in una raffinata progressione che dimostra visivamente il fil rouge della collettiva. Pinzato al mezzo del fascicolo il catalogo della mostra, impresso su cartoncino color mattone, che vede la partecipazione di Breier, Castellani, Holweck, Klein, Mack, Manzoni e Mavignier. Tutti espongono opere del ’59, eccetto i due monocromi di Klein e l’achrome di Manzoni, del ’57. Un catalogo d’esposizione esemplare per chiarezza contenutistica e grafica, nel pieno conseguimento del delicato equilibrio tra funzionalità ed estetica che sempre caratterizza questo tipo di prodotti editorial-artistici. Battino & Palazzoli, Piero Manzoni catalogue raisonné, pp. 56-57, n. 142, e p. 64 n. 165; Maffei e Peterlini, Riviste d’arte d’avanguardia, pp. 68-70; Vergine, Azimuth: mostra documentaria (Milano 1975) 2 volumi
Edizione originale. CON DEDICA Rarissima collezione di quasi tutto il pubblicato dei «Libretti di Mal’aria» (non presenti soltanto i numeri 23, 25, 41, 46, 56, 63, 66, 69, 70 della serie “500 meno”. “500 meno 62” e “500 meno 68” mai stampati) completa anche del numero speciale fuori serie «Mossieri intravisti da Dilvo Lotti» del Natale 1977. La raccolta include inoltre: una lettera d’invio di alcuni libretti dattiloscritta e firmata a mano da Arrigo Bugiani dell’ottobre 1974, un biglietto d’auguri autografato datato 1974, un altro biglietto d’auguri autografato e con una xilografia di Pietro Parigi, tre lettere dello stesso Bugiani all’illustratore Angelo Guazzoni e il libretto fuori serie preparato in occasione della morte di Bugiani con un’incisione di Maraelisa Leboroni. Tutti gli esemplari - in totale 561 - sono in ottimo stato di conservazione, privi di particolari difetti da segnalare. La prima centuria è conservata nelle buste d’invio editoriali. Ideati nell’estate del 1960 dal geniale operaio-poeta-editore toscano Arrigo Bugiani per conservare traccia della rivista maremmana - da lui fondata nel 1951 e attiva, per nove numeri, fino al 1955 - «Mal’Aria», i «Libretti di Mal’Aria» erano creati con fogli di formato A4 di tipo diverso (comuni o di pregio, ma sempre cercata e recuperata da Bugiani in cartiere, tipografie o ovunque fosse disponibile carta di risulta o di scarto) piegati in quattro parti così da ottenere otto pagine. Progettati, composti, impaginati e dopo la stampa a Pisa con una tiratura fissa di 500 copie confezionati e spediti dallo stesso Bugiani, i 569 piccoli volumi che videro la luce tra il 1960 e il 1994 contenevano sempre una poesia, un testo, un’incisione donati da uno straordinario gruppo di poeti, scrittori e artisti che, per oltre trent’anni, supportarono questa meravigliosa e unica avventura editoriale. Organizzati in centurie ed eccentricamente pubblicati - come ricorda il figlio di Bugiani, Orso, i libretti «erano suddivisi in gruppi prima di sei, poi di dieci […], omogenei per genere, o poesia o curiosità. Accadeva così che, secondo la disponibilità di materiale, due, tre o quattro gruppi fossero lavorati insieme, ciò che faceva sì che molti libretti restassero indietro, stampati appresso a quelli che nella numerazione venivano dopo» -, essi ospitarono originali, inediti o riproduzioni di opere di Boccioni, Guttuso, De Pisis, Morandi, Modigliani, Parigi (solo per ricordarne alcuni), oltre alle parole, tra i tanti, di Sbarbaro, Barile, Luzi, Sinisgalli, Caproni. Una comunità di amici più che di collaboratori, stretta intorno a un progetto che aveva come solo la fine la condivisione il più possibile libera e disinteressata di frammenti di bellezza. E basterebbe leggere le parole di Bugiani impresse nel prezioso libretto fuori serie «Mossieri intravisti da Dilvo Lotti» per comprendere l’affetto e la stima che legavano l’editore a questa comunità e viceversa fin dai tempi della rivista «Mal’Aria», nonché la volontà di rendere accessibile a tutti il lavoro di scrittori e artisti che animò questa impresa tanto bizzarra quanto poetica: «La rivista maremmana “Mal’Aria” fu un semplice capriccio di provinciali che si sbizzarrì nel giro di soli nove numeri, negli anni dal 1951 al 1955. E siccome “di cosa nasce cosa e il tempo la governa”, finita la rivista, da essa derivarono foglietti dapprincipio popolareschi: veramente popolareschi, di contenuto e di portamento non costavano due centesimi fatti per riprendere cosucce vecchie poco note o dimenticate oppure per mettere alla portata dei poveri il notevole pregio di scrittori e artisti attuali. Ma chi l’avesse detto: si vede che in tali foglietti cosiddetti “Libretti di Mal’Aria”, c’era dentro il seme della continuità, il segno dell’origine, se la passione si ridestava come al tempo di prima […]. Dev’esser stato che questi uomini che avevano già sospinto “Mal’Aria” (generosi, stupiti, spregiudicati, nobili, vivaci, altruisti, modelli, liberi bellamente liberi) dettero mano, più tardi, ai libretti, chi in un modo chi in altro modo; e se no più, tutti, per mezzo di penna o matita, certo col soffio dell’animo». A. Bugiani, «Mossieri intravisti da Dilvo Lotti», «Libretti di Mal’Aria», Cursi, Pisa 1977; O. Bugiani, «Breve storia di Arrigo Bugiani poeta», Associazione culturale Resine, Savona 2010.
Collezione consecutiva di 12 annate. Notevole insieme conservato in 4 volumi. Il settimanale politico letterario progettato come supplemento al quotidiano Il Fanfulla uscì dal 27 luglio 1879 al 31 ottobre del 1919. Molti i direttori negli anni a partire da Ferdinando Martini; Baldassare Avancini, Luigi Capuana, il critico musicale Eugenio Cecchi, Enrico Nencioni e come responsabile Bonaventura Severini. Di grande successo per la modernità delle proposte e informazioni culturali ebbe prestigiose firme, da Giosuè Carducci, Matilde Serao, Grazia Deledda, a Gabriele D’annunzio che iniziò a collaborare appena diciannovenne, Giovanni Verga vi pubblicò in anteprima le sue novelle, Collodi, Edmondo De Amicis, Federico De Roberto, Antonio Fogazzaro, Cesare Pascarella e molti altri. Fu la prima pubblicazione periodica a carattere nazionale. Disponiamo dei primi 12 anni (1879-1890) completi di indici, supplementi e frontespizi che accompagnavano la raccolta dei numeri. In straordinaria condizione. 4 voll.
Edizione originale, emissione in francese. Esemplare integro e pulito in più che buone condizioni di conservazione (piccola lieve gora all’angolo interno alto, appena visibile sulla copertina superiore e su un paio di pagine interne; poche fioriture al taglio alto di alcune carte [1/2, 5/6, 13/14, 19/20, 27/28, 31/32], che sono anche un po’ brunite; minima lacerazione senza perdite al piede interno dell’ultima carta). Ultima uscita zurighese della rivista «Dada», fondata e diretta da Tristan Tzara a partire dal 1917 (nn. 1-2, seguiti dal n. 3 nel 1918). Sarà continuata a Parigi per altre due uscite fino al marzo 1920, per poi chiudere definitivamente. Straordinario numero doppio, ricchissimo di contenuti impaginati assai creativamente — su falsariga futurista — su carte di vario colore e con ampio uso di tipografia sperimentale e parolibera, non a caso chiamato «Anthologie Dada» in copertina. Come il precedente numero della rivista, anche «Dada» 4/5 fu pubblicato in una versione tedesca e in una francese, che differiscono per sole nove pagine. L’emissione francese non presenta alcuni dei testi in tedesco, ma ha in più tre xilografie di Arp non presenti nell’emissione tedesca, per un totale di sette incisioni (sei a mezza pagina e una testatina) stampate su carta colorata. Completano il notevolissimo apparato iconografico di questo numero tre litografie a piena pagina da disegni di Francis Picabia (tra i quali il «Réveil matin» al frontespizio), due litografie astrattiste a piena pagina di Viking Eggeling, una xilografia a mezza pagina di Hans Richter e due xilografie a mezza pagina di Raul Hausmann (per tacere delle tavole patinate applicate che riproducono opere di Augusto Giacometti, A. van Rees, Hans Richter, Vassilij Kandinskij, Arp e Paul Klee). Sul versante dei contenuti, alcune poesie e un «Autre petit manifeste» di Picabia sono seguiti da Tristan Tzara (Note 14 sur la poésie; Proclamation sans prétention DADA 1919; Aa 24 IX; Bilan), Jean Cocteau (3 pièces facile pour petites mains), Pierre Reverdy (Globe; 199 Cs), Philippe Soupault (Servitudes), Louis Aragon (Statue; Le délire du fantassin – dedicata a De Chirico), André Breton (Pour Lafcadio), Raymond Rediguet (A plusieures voix), Pierre Albert-Birot (Catastrophe; Extrait de «Poèmes à la chair»), Georges Ribemont Dessaignes (Le coq fou; Trombone à coulisse), Gabrielle Buffet (Gambit de la reine), J. Perez Jorba (Elle a deux têtes). Dada Zürich 1916-1920 (Berlin 2016), n. 25; Ilk, Janco graphische Werk, n. 37; Arntz, Graphischen Arbeiten von Hans Arp, pp. 40-44
Edizione originale. Esemplare viaggiato annullo postale e francobollo conservato; lievissime tracce della piegatura in quattro, per il in eccellenti condizioni di conservazione. Rarissimo numero unico pubblicato dalle Edizioni d’Italia, ultima e definitiva forma assunta dal gruppo romano che ha attraversato gli anni ’20 sotto varie forme — dalla «Bilancia» a «2000»/«Atlas» passando per «La Ruota dentata» — per confluire in questa impresa editoriale ad altissimo gradiente di qualità e innovazione. Un solo esemplare è registrato nel censimento ICCU, quello della Biblioteca Estense di Modena; manca completamente a OCLC. Non abbiamo notizia di copie apparse in asta o in cataloghi di vendita (mancava al catalogo monografico dell’Arengario S.B. dedicato a Paladini), e indice sicuro dell’estrema rarità ne sia il fatto che manca del tutto ai repertori specialistici dedicati all’argomento: nemmeno un accenno, una riga, una sparuta menzione nelle note a piè pagina. -- Fondata nel 1931 dal ventiquattrenne Armando Ghelardini, l’editrice si distinse subito per un programma ben definito e modernissimo, che si affidava sul versante grafico alla spiazzante inventiva di Vinicio Paladini: collana ammiraglia era «Gli scrittori moderni», dove uscirono i racconti di Barbaro (L’essenza del can Barbone), lo «Spettacolo con farsa finale» di Ghelardini, il «Tatuaggio» di Talarico, l’«Orologio innamorato» di Diotima (il nome d’arte scelto da Meletta Bontempelli, moglie di Massimo). Ma «l’intero catalogo delle Edizioni d’Italia è degno di nota» — come segnalava recentemente Giampiero Mughini (Una casa romana, p. 211): la collana «Documenti», sorta di docu-fiction ante litteram dove uscirono Alvaro, Bontempelli, Pudovchin, Bardi (studiata in un recente convegno su «Literature as Document: Generic Boundaries in 1930s Western Literature», Leiden 2019); la rivista «Occidente», pubblicata in dodici quaderni zeppi di letteratura e segnalazioni culturali che non passavano sugli altri periodici italiani dell’epoca, e tanti altri progetti minori rimasti allo stadio iniziale (una collana artistica; una collana dedicata al cinema). -- «La Freccia d’argento», il cui nome fa riferimento proprio all’organizzazione editoriale sintetizzata nelle frecce disegnate da Paladini, offre anzitutto uno spaccato imprescindibile sulla progettualità in corso nell’officina editoriale di Ghelardini: nomi come A. Gide, R. Neumann, E. Settanni, S. Norman, W. Bonsels, R. Bonanni, un libro sulla «Volgarità nell’architettura» di Vinicio Paladini, e molto altro che non vide mai la luce, mentre le Edizioni d’Italia chiudevano i battenti nel 1935, un po’ per i fastidi che recavano al regime, molto per ragioni squisitamente economiche. Ma il foglio è prima di tutto un capolavoro artistico di Paladini, che non a caso apre — come già era accaduto nella «Ruota dentata» — con una prima pagina tutta affidata al maestro italo-russo, dominata da un grande ‘fotomontage’ («L’arte neoclassica, sotto il severo sguardo della critica, lotta contro le scuole di avanguardia») e corredata da un manifesto eccezionale, come già rimarcato assolutamente ignoti agli studiosi: «Teoria e pratica del fotomontage», composto nello stile futurista e visionario dell’ex-immaginista. Nel resto del fascicolo fotoritratti di tutti gli autori, alcuni assai scherzosi; anticipazioni dai romanzi; «La crisi del libro non esiste» di Lucio Ridenti; un altro fotomonage di Paladini a p. 3 (Molly e Betty ridono pensando al 1900); ampia rassegna stampa e presentazioni dei titoli imminenti.
Edizione originale. Tutto il pubblicato dal 1832 al 1835 in quindici tomi, tutti in ottime condizioni. Estremamente raro in queste condizioni e grado di completezza. Creata nel 1832 dal conte recanatese Monaldo Leopardi, già autore di opere politiche a carattere fortemente conservatore, e stampata a Pesaro dal tipografo Annesio Nobili – a sua volta ostile ai moti rivoluzionari che avevano scosso anche l’Italia nel 1830 e 1831 e pronto per questo a diffondere clandestinamente libri antiliberali, tra cui i «Dialoghetti sopra le materie correnti nell’anno 1831» del Leopardi -, «La voce della ragione» si propose come sodale ed erede della «Voce della verità» di Modena di cui, nel saggio introduttivo al primo fascicolo, i redattori - ovvero il conte e i figli Paolina e Pierfrancesco - celebravano il coraggio per aver tolto «alla cabala antisociale la privativa della favella libera e ardimentosa» e per aver sostenuto i partigiani «dell’ordine e della giustizia». E ordine, giustizia e spirito autenticamente votato alla salvaguardia della società - laddove per società si deve intendere un organismo retto sul rispetto del potere religioso e politico in quel tempo percorso da insurrezioni e rovesciamenti - sono ciò che il quindicinale si proponeva a sua volta di promuovere e difendere, ospitando contributi “filosofici, teologici, politici, istorici, letterari” in linea con questi principi.
In folio (mm. 380x245). Di questo celebre periodico bisettimanale offriamo una "raccolta completa" di 116 numeri sciolti, dal 3 settembre 1818 (n. 1) al 10 ottobre 1819 (n. 116), stampati su carta azzurrina (da qui la denominazione di “Foglio azzurro”); con timbro austriaco da 5 cent su ogni numero. Vittore Branca nel suo studio sul “Foglio azzurro” ("Il Conciliatore", Le Monnier, 1954) scrive che col n. 116 terminava la parte del "Conciliatore" distribuita agli associati; anzi lo stesso n. 116 ebbe pochissima diffusione, causa il sequestro quasi immediato da parte della polizia austriaca. I numeri 117 e 118 non vennero neppure distribuiti: se ne stamparono solo poche copie, destinate ai redattori. Verso la fine del 1920 pervennero al Museo del Risorgimento di Milano delle pagine inedite del glorioso periodico: si trattava delle bozze di stampa predisposte per i nn. 119 e 120, che non videro mai la luce per il veto della polizia austriaca. "”Il Conciliatore” fu fondato a Milano nel settembre 1818 da un gruppo di gentiluomini liberali, capeggiati da Luigi Porro-Lambertenghi e Federico Confalonieri. Suoi principali collaboratori furono Silvio Pellico (che curò anche la pubblicazione dei singoli numeri), Giovanni Berchet, Pietro Borsieri, Giuseppe Pecchio, Gian Domenico Romagnosi, Ermes Visconti e Lodovico Di Breme. Fu l'organo di battaglia dei romantici e, anche se non esplicitamente, dei liberali; sicchè divenuto ben presto sospetto alla censura, fu soppresso al suo 118° numero, nell'ottobre 1819”". Cosi' Diz. Treccani,III, p. 415. Fascicoli con qualche lieve fioritura, altrimenti ben conservati, con barbe.
Edizione originale. Rara collezione quasi completa dal gennaio 1922 al luglio 1943 mancante di soli 12 numeri: 1922 (n. 3), 1924 (n. 12), 1925 (n. 1), 1926 (n. 1), 1937 (nn. 1-6-7-8), 1941 (nn. 8-10-11-12). Fascicoli in ottime condizioni conservati in astucci e cofanetti protettiti divisi per annata con titoli al dorso. Timbri postali coevi alle brossure del 1943. Mensile fondato nel 1922 da Benito Mussolini a Milano che testimonia l’evoluzione ideologica e istituzionale del fascismo. Nata portando in sé le aspirazioni rivoluzionarie del primo fascismo sansepolcrista - e del vitalismo a esso associato, teso all’ordine attraverso però la trasformazione e la costante messa in discussione dello stato di cose esistente -, la rivista si fece nel tempo sempre di più luogo di dibattito politico-culturale e di propaganda legati al regime come organismo chiuso, saldamente retto dalla figura quasi divina del Duce e non più così avverso alla tradizione. Pubblicata ininterrottamente fino al luglio 1943, «Gerarchia» vide la collaborazione di alcune figure centrali nella parabola umana e pubblica di Mussolini, a partire da Margherita Sarfatti, per alcuni anni direttrice responsabile della pubblicazione e contributrice. Ma fondamentale fu anche l’apporto del pittore e poeta Ardengo Soffici, degli storici Gioacchino Volpe e Arrigo Solmi e del critico Lorenzo Giusti, senza dimenticare Mario Sironi che firmò, a partire dalla prima uscita del gennaio 1922, le tavole monocrome di copertina.
Edizione originale. Tutto il pubblicato in 6 fascicoli dal 1919 al 1921 in ottime condizioni (sovracoperte leggermente brunite e con minimi segni del tempo, per il resto esemplari privi di particolari difetti da segnalare). Prima di dare vita, nel 1922, all’avventura tipografica-editoriale della storica Officina Bodoni – che da Montagnola, nei pressi di Lugano, sarebbe poi stata trasferita a Verona -, Giovanni (Hans) Mardersteig – fondamentale figura di intellettuale-tipografo, creatore di elegantissime edizioni a partire dall’ «Opera omnia» di D’Annunzio del 1925 – fondò nel 1919, con l’amico e compagno di studi all’Università di Kiel Carl Georg Heise, una rivista destinata a farsi modello di equilibrio tra potenza della pura immagine e parola. «Genius. Zeitschrift für alte und Werdende Kunst» (ovvero “Genius. Rivista per l’arte antica e futura”) nacque in effetti come periodico dedicato ai movimenti artistici presenti e ai loro possibili sviluppi – su tutti, l’Espressionismo – avendo tuttavia profondo rispetto per il passato e rifiutando, come scrisse Heise, «la devozione cieca verso tutto ciò che è nuovo». Eppure, su impulso dell’editore della rivista Kurt Wolff – altro raffinato gigante dell’editoria novecentesca, a cui dobbiamo la prima pubblicazione della maggior parte delle opere di Kafka – che suggerì di suddividere la rivista in due sezioni – la prima, dal titolo “Die Bildenden Kunste” (“Le belle arti”) e la seconda, dal titolo “Dichtung und Menscheinn” (“Poesia e umanità”) -, «Genius» ospitò nelle sue pagine in formato in folio anche importantissimi contributi poetici e letterari, tra cui il racconto al tempo ancora inedito «Erstes Leid» («Primo dolore») del già nominato Kafka. Ma nei sei numeri usciti con cadenza semestrale tra il 1919 e il 1921, la rivista diede spazio, corpo e respiro a molto altro: illustrazioni, tavole applicate con riproduzioni di opere e luoghi e litografie originali, tra i tanti, di Emil Nolde, Karl Schmidt-Rotluff, Erick Heckel, Franz Marc accompagnate da approfondimenti e testi critici, e scritti – per citare solo i nomi maggiori - di Max Brod, Alfred Döblin, Hermann Hesse, Maxim Gorki, Ernst Bloch e, ovviamente, Franz Kafka.
23 quaderni di 25 totali (mancano quaderni XXIV e XXV). Fascicoli con normali tracce d’usura e fioriture, carte e tagli leggermente bruniti. Esemplari complessivamente in ottimo stato. I quaderni III e IV conservano l’estratto con le traduzioni italiane di poesie inglesi e americane. Raccolta di 23 quaderni di 25 totali (mancano i due quaderni conclusivi dell’autunno 1959 e della primavera 1960) della rivista letteraria «Botteghe Oscure» (1948 - 1960) fondata a Roma nell’omonima via da Marguerite Gilbert Chapin Caetani. I quaderni I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – XI – XII presentano la sola brossura color crema; i quaderni X – XIII – XIV – XV – XVI conservano la fascetta editoriale rossa e bianca; i restanti quaderni (XVII – XVIII – XIX – XX – XXI – XXII – XXIII) conservano la brossura bicolore riproducente i nomi degli autori presenti nel numero. Letterata, collezionista d’arte e mecenate statunitense – originaria di Waterford, Cunnecticut - naturalizzata italiana in seguito al matrimonio con il compositore Roffredo Caetani, Marguerite Caetani era già stata protagonista dell’importante esperienza con la rivista «Commerce», da lei creata a Parigi nel 1924 e pubblicata - come sarà poi anche per «Botteghe Oscure» - in francese, inglese e italiano fino alla chiusura nel 1932. Stabilitasi a Roma con il marito dopo la fine della seconda guerra mondiale, qui la Caetani fonda - con Elena Croce - il circolo «Il Ritrovo», luogo di incontri di scrittori e artisti in cui si fa largo l’idea di dare forma a una nuova rivista sul modello della precedente «Commerce». Nasce così, nel 1948, «Botteghe Oscure», periodico semestrale che prende il nome della via romana in cui si trovava il palazzo della coppia votato alla pubblicazione di testi e versi inediti di scrittori - almeno nella maggior parte dei casi - emergenti o semplicemente sconosciuti, pur non mancando contributi di romanzieri e poeti già affermati del panorama nazionale e internazionale. Priva di recensioni e di letteratura critica, la rivista intende lasciare che la parola possa esprimersi liberamente, senza mediazioni, forzature, pregiudizi o linee poetiche, teoriche e/o ideologiche da seguire o da cui essere condizionati. Francese, inglese e italiano - e, successivamente, anche tedesco, spagnolo, polacco, olandese, filippino ... – diventarono, in proporzioni diverse e variabili da un fascicolo all’altro, le lingue di «Botteghe Oscure», originando non una Babele letteraria, ma uno spazio realmente e armoniosamente internazionale (benché a nutrirlo fosse stato e fosse il fermento culturale italiano del secondo dopoguerra). E così Ungaretti, Svevo, Pasolini, Calvino, Bertolucci, Sbarbaro, Saba, Ginzburg, Cassola, Tomasi di Lampedusa sono solo alcuni dei nomi che, tra prosa e poesia, si accompagnano a Valéry, Camus, James Spencer, Bertolt Brecht, Dylan Thomas, René Char, Truman Capote, Maria Zambrano, Marianne Moore ... Un luogo di scoperta, nonché un atto d’amore per gli autori coinvolti e per i lettori che, attraverso «Botteghe Oscure», potevano – e ancora possono – prendere contatto con il libero fluire e con il libero darsi e imporsi di parole e mondi, come già si diceva, non costretti, non tradotti (fatta eccezione per poesie coreane, olandesi, filippine, indiane, polacche e pakistane presentate in inglese e considerando gli estratti con alcune traduzioni), non oppressi da giudizi, spesso fin lì trascurati dalla critica e lì, finalmente, portati alla luce. Nel «Congedo» - unico “saggio” pubblicato nei 25 quaderni - posto a chiusura dell’ultimo fascicolo della primavera 1960, Giorgio Bassani - storico e raffinatissimo redattore capo della rivista – scriveva giustamente che Marguerite Caetani aveva: «avvertito con esatta intuizione il clima, la fertilità del momento», decidendo di creare uno spazio che «accoglieva di preferenza, per non dire in modo esclusivo, contributi di persone niente affatto famose: persone oscure, appunto, cioè scarsamente conosciute nei loro stessi Paesi, e perfino nel ristretto ambito dei cenacoli letterari. Giovani, per lo più. “Botteghe oscure” non ha mai stampato saggi critici, recensioni, inchieste [...] Per ciò che riguarda la sezione italiana ritengo che i criteri di scelta del materiale siano bastevoli a esercitare un’influenza critica notevolmente incisiva sul corso della letteratura italiana del dopoguerra e sull’orientamento del gusto del nostro Paese […] Il fatto è, bisogna dirlo, che molti degli scrittori più largamente ospitati da “Botteghe oscure” in quegli anni – scrittori allora ignoti o quasi – ci hanno poi dato parecchi libri importanti, senza menzionare i quali nessun discorso serio sarebbe possibile, oggi, sulla nostra letteratura». S. Valli (a cura di), «La rivista “Botteghe Oscure” e Marguerite Caetani. La corrispondenza con gli autori italiani, 1948 - 1960, L’Erma di Bretschneider, Roma 1999; G. Bassani, «Congedo», in «Botteghe oscure», XXV, primavera 1960, pp. 434-439.
Tre fascicoli in formato album splendidamente illustrati da B. Cascella: copertine, tavole f.t. e illustrazioni n.t., tutto in litografia. S i pubblicarono solo i tre fascicoli che presentiamo, a partire dal 15 aprile del 1900, con in cop. la dicitura «Ufficiale per l’Esposizione d’igiene 1900». Tra i testi anche un inedito di Matilde Serao («Femminismo... di fumo»). L’«Illustrazione meridionale» rappresenta la prima, raffinata impresa editoriale di Cascella; seguirà «La Grande illustrazione», con impostazione grafica molto simile. Ottimi esemplari completi (solo fasc. II mancante delle velina parlante). Insieme molto raro: nessuna biblioteca pubblica possiede la serie completa, quattro risultano avere in catalogo il solo primo fascicolo. 3 voll.
Edizione originale. Parziale perdita di qualche lettera appena sotto l’intestazione, in prima pagina, causa rimozione dell’etichetta d’invio; per il resto, uno straordinario esemplare intatto e senza alcuna sofisticazione; rarissimo in queste condizioni. Rarissimo numero primo e unico pubblicato: sole tre copie nel censimento ICCU (Centrale Firenze, BSMC Roma e APICE Milano), cui OCLC aggiunte l’esemplare del MART Rovereto. -- Espressione dell’immaginismo di qualità e intensità inversamente proporzionali all’effimera durata (praticamente il solo anno 1927), l’«immaginismo» italiano — che nulla ha a che vedere con l’imagism poundiano o con l’omonimo -ismo russo — «assumeva in realtà una poetica dell’immaginazione che sembrava ricorrere fino alla messa in scena del subconscio. […] L’immaginismo italiano era di fatto molto più vicino al surrealismo. […] Ed è certamente dal cinema che l’immaginismo italiano traeva la sua linfa più segreta» (Lista, p. 7-s). Animatori principali del movimento furono l’artista Vinicio Paladini e lo scrittore Dino Terra. Paladini veniva da quel crogiolo di avanguardisti e irregolari del principio degli anni ’20 che solo verso la metà del decennio e oltre chiariranno la direzione presa dalla propria parabola artistica; dopo un breve periodo di fiancheggiamento futurista, grazie alle intercessioni di Prampolini (si veda la vicenda legata al manifesto sull’Arte meccanica), Paladini si posizionava a distanza di sicurezza con l’intervento del 1927 «Arte d’avanguardia e futurismo», pubblicato prima sulla «Bilancia» poi in plaquette. Ed è proprio il gruppo gravitante attorno alla rivista romana (mensile ma aperiodico diretto da Umberto Barbaro) che riempirà le fila dell’immaginismo — per scioglierle subito e riformarle altrove. -- Il nome della rivista che fa da altoparlante del movimento, così come il marchio che la illustra (due ingranaggi che s’arrotano), reca precisa memoria dell’origine comunista di Paladini. L’apertura del fascicolo che lancia il movimento immaginista è affidata per intero all’artista russo-romano, che compone una pagina dominata da un incredibile ‘fotomontage’ in bianco e nero, dove sono tutte le suggestioni e i temi cari (un vero e proprio manifesto ‘visivo’ che sarebbe da analizzare con la lente d’ingrandimento); la composizione è incorniciata da un testo composto a slogan, non-sense, testi in all-caps, simboli matematici e maniculae, d’impronta chiaramente dadaista. In seconda pagina comincia il lungo manifesto «Una nuova estetica per un’arte nuova», firmato da Umberto Barbaro, che condivideva con Paladini la fede politica di estrema sinistra: un testo illuminante per capire la posizione del gruppo rispetto alla questione generale del modernismo e dell’avanguardia ma, nello specifico, rispetto al futurismo, da cui in Italia non si può prescindere. In terza pagina una recensione ‘onirica’ dei due libri di Dino Terra, già pubblicati sotto le insegne della «Ruota editrice»: Riflessi (che si fregerà di uno strillo di Marinetti in fascetta) e L’amico dell’angelo, un dramma. Le altre presenze servono a fornire un’indicazione di provenienza e appartenenza (come le poesie di Majakovskij ed Elena Ferrari) oppure sono del tutto episodiche, personaggi minimi raggranellati sul fondo del vivace ambiente romano che sboccerà appieno solo negli anni ’30. Lista, Dal futurismo all’immaginismo, passim; The Oxford Critical and Cultural History of Modernist Magazines, III, p. 580; Salaris, Riviste futuriste, p. 1106-ss; Casetti, Movimento immaginista, p. 65
Collezione completa. Straordinario insieme in eccellenti condizioni di conservazione, completo, nelle fragili scatole originali (distacco netto ad alcuni degli angoli delle scatole, fermato con nastro filmoplast; scatola n. 3 con segni d’urto agli stessi angoli). Importante rivista/raccoglitore di libri d’artista, pubblicata a cadenza annuale in tiratura limitata a 500 esemplari; fanno eccezione i volumi 3 e 4, entrambi usciti nel 1977, e l’ultimo numero, il 7, pubblicato in 1100 esemplari numerati nel 1981, dopo la mancata uscita nel 1980. All’interno delle scatole sono contenuti veri e propri libri e plaquettes, ciascuno contrassegnato dalla sigla della scatola d’appartenenza (i. e. «Tau/ma 1» su tutti i volumetti della prima scatola, 1976), in un sapiente dosaggio di edizioni originali affiancate da ristampe anastatiche di testi fondativi delle avanguardie storiche. Il libri sono legati tramite incollatura a pressione, senza dorso. -- Oltre a varie opere dei direttori, contiene contributi di Emilio Villa (Alphabetum Coeleste, n. 3/1977; Verboracula, n. 7/1981), Adriano Spatola (Cantico delle creature, n. 4/1977), Edoardo Sanguineti con il figlio Federico (Papiro, n. 5/1978), Luciano Caruso (Piccola teoria della citazione, n. 5/1978), Michelangelo Pistoletto (Le stanze, n. 5/1978), Jannis Kounellis (Hotel Louisiane, n. 7/1981), Mimmo Paladino (Una piccola storia, n. 7/1981), Giulia Niccolai, Julien Blaine, Gian Pio Torricelli, Vito Acconci, Luigi Ballerini, Heinz Gappmayr, Jiri Kolar, Haroldo de Campos e Regina Silveira, Agnes Denes, Joan Jonas, JCT, Adalgisa Lugli, Ladislav Novak, Emilio Prini, Jochen Gerz, Madeline Gins, Richard Nonas, Luciano Bartolini, Elsa Ruiz, Adriano Malavasi, Carlo Serveri, Patrizia Vicinelli, Konrad Balder Schäuffelen, Francesco Pellizzi, Remo Guidieri, Robert Lax, Carlo Finale. -- Tra le ristampe anastatiche, meritano particolare menzione quelle relative a recuperi di testi antichi e raro contenenti virtuosismi calligrafici, come l’«Unius Libri versum» di Bernard Bauhus (1617), il «De furtivis literarum notis» di Giovan Battista Della Porta (1602), la «Lettera apologetica» di Raimondo di Sangro (1750), il «Musarum Liber XXV» di Baldassarre Bonifacio (1628). Maffei & Peterlini, Riviste d’arte e d’avanguardia, pp. 144-5 7 voll.
Tutto il pubblicato (32 numeri in 28 fascicoli). Collezione in ottime condizioni. Ideata nel 1970 da Tommaso Trini Castelli — già collaboratore della rivista «Domus» e in seguito docente di Storia dell’arte moderna all’Accademia di Belle Arti di Urbino e di Milano — «Data» si proponeva come un “database” — da qui il titolo — dei maggiori eventi italiani e internazionali di arte contemporanea, trovando il proprio terreno di partenza e il proprio orizzonte di riferimento — per quanto non esclusivi — nell’Arte Povera e nella Conceptual Art. Nei suoi sette anni di vita — con 32 uscite suddivise in 28 fascicoli dal settembre 1971 all’estate del 1978 — la rivista ha ospitato interventi di importanti critici — tra cui Renato Barilli, Achille Bonito Oliva, il “padre” del movimento Arte Povera Germano Celant, Maurizio Fagiolo —, interviste agli artisti, riproduzioni fotografiche di opere e di momenti performativi, recensioni, oltre a una selezione, come già ricordato, delle migliori esposizioni in corso, presentate direttamente attraverso le locandine delle gallerie coinvolte. Da segnalare, ovviamente, le copertine, realizzate ogni volta con opere di artisti diversi: la prima celebrava l’Arte Povera con «Marmo rosa del Portogallo e seta naturale» di Luciano Fabro, mentre l’ultima utilizzava un particolare di «L’occhio della pittura» di Emilio Tadini. In mezzo, tra gli altri, opere di Mario Ceroli, Alighiero Boetti, Mario Nigro, Marisa Merz, Gianni Emilio Simonetti, Mimmo Paladino. G. Maffei, Libri e documenti. Arte povera 1966-1980, Corraini, 2007, p. 278.
In-folio. 7 carte, 144 pp., 3 cc. (tavola ripiegata con Plani Villae Adrianae), 145-263 pp., 5 cc. Antiporta incisa da Romeyn de Hooghe, ritratto in rame di papa Clemente X, 25 tavole in rame (di cui 15 ripiegate) e 20 incisioni n.t. Qualche fioritura sparsa; Piena pergamena coeva con medaglione centrale e impressioni a freddo sui piatti, decorazioni al dorso. Qualche leggero difetto alle cerniere. Bibliografia: Caillet II, 5777.
Edizione originale. Rara collezione completa (10 volumi). Esemplari in ottime condizioni con rare e normali abrasioni ai piatti (da segnalare solo fioritura al piatto del X volume). Carte pulite con qualche occasionale fioritura. Rarissima collezione completa di «Novissima» “albo d’arti e lettere” ideato e fondato da Edoardo De Fonseca tra il 1900 – anno in cui diede vita a Milano alla Società Editrice di Novissima - e il 1901, anno di pubblicazione del primo volume di questa bellissima – e unica nel suo genere – rivista dedicata alla letteratura, all’arte e all’illustrazione. Contraddistinta da una grafica curata e riccamente liberty, al suo interno «Novissima» raccoglieva testi e componimenti poetici di autori importanti (tra i molti, De Amicis, Pirandello, Pascoli, D’Annunzio), rubriche di teatro, musica e moda, inserzioni pubblicitarie ma, soprattutto, illustrazioni e tavole stampate su carte di tipo diverso. Bompard, Majani, Terzi, Dudovich, Kienerk sono solo alcuni degli illustratori che De Fonseca chiamò a sé per collaborare stabilmente al periodico annuale e per firmare le copertine, piccoli gioielli d’Art Nouveau. Nel dettaglio, «Novissima» si presentò con la copertina del 1901 - raffigurante una giovane donna tra i rami di ciliegio - firmata da Aleardo Terzi; nel 1902 con l’illustrazione di Antonio Rizzi; nel 1903 con l’elegante creazione dello scultore Edoardo Rubino, a metà tra bassorilievo e cammeo; nel 1904 con la grafica del notissimo cartellonista Marcello Dudovich; nel 1905, il piatto anteriore è affidato ad Augusto Majani, mentre nel 1906 nuovamente ad Aleardo Terzi; nel 1907, in un numero che affronta i temi emersi all’Esposizione Internazionale di Milano dell’anno precedente, la copertina - che ritrae un uomo intento a innaffiare un melograno - è di Duilio Cambellotti; nel 1908 il tema femminile è invece sviluppato da Giovanni Mataloni; nel 1909 è la volta di Alfredo Baruffi, a cui viene affidata anche l’illustrazione dell’intero volume, mentre nel 1910 la pubblicazione si congeda con la copertina di Umberto Bottazzi. Tra i contributi artistici accolti all’interno dei numeri, non si può non segnalare quantomeno la presenza di un’opera di Giacomo Balla nel volume del 1904. Perfettamente in linea con i tempi, l’esperienza di «Novissima» si concluse nel 1910 al mutare del gusto artistico e del clima culturale, rimanendo tuttavia una splendida testimonianza dello spirito a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, così sospeso, onirico e borghesemente languido. 10 voll.
282 pages. Handsome bright gilt decoration upon front board. Gilt lettering upon backstrip clearly legible excepting a chip affecting three characters. Loss from top of backstrip. Prior owner's signature inside front board else unmarked. Narrow opening along back hinge. Average external wear. Additional photos available upon request. Book