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Edizione originale. Eccellente esemplare (appena un lieve accenno di scuritura ai bordi della copertina). Molto raro in queste condizioni. Raro numero unico interamente curato dal leader dei futuristi padovani Dormal, uno dei più dotati artisti grafici del secondo futurismo. Dal raffinatissimo layout alle numerose tavole interne (diverse realizzate in fotomontaggio), tra Munari e Depero (ma anche il piacentino Bot, nelle pagine con le caricature ‘sintetiche’), tutto concorre a fare di questo libro un piccolo capolavoro del genere. L’apertura è dedicata ai fasti patavini del 1848, naturalmente riletti in chiave ‘fascisti ante-litteram’, per proseguire con i profili di Alfredo Oriani, Ippolito Nievo, una sezione poetica con ‘Libia’ di M. Nicheforos, ‘Sant’Elia’ parolibera di Nino Burrasca, ‘Vorrei’ di Farfa, ‘Il’ e ‘Un terremoto’ di Gerbino, una splendida parolibera grafica a colori firmata «s.e.S.f.O.t.S. Marinetti p.c.c. Josè Schivo», il ‘racconto rotante’ ‘Un uomo impressionabile’ di Gigi Trevisanato (impaginato in quattro blocchi voltati rispettivamente a 0°, 90°, 180°, 360°), pagine di goliardia studentesca intercalate alle notevoli caricature di Agordo Ancona, Licinio Bonàt, Caldarella, Gian Paolo Garcèa, Renato Mazza, Luigi Zecchin. Salaris, Riviste, pp. 810-13; Bohn, The other Futurism, pp. 87-94
Edizione originale. Collezione quasi completa di tutto il pubblicato dal 1931 al 1940 (mancano i soli numeri di novembre e dicembre del 1940). Annate 1931 e 1932 con evidenti segni d’usura, per il resto annate in ottimo stato. Fascicoli sciolti conservati in astucci e cofanetti protettivi. Rivista letteraria d’ispirazione dichiaratamente cattolica fondata a Firenze nel 1929 e attiva fino al 1940. Inizialmente pubblicata, a partire dal maggio 1929, come supplemento “fuori commercio, senza promesse di continuazione” al Catalogo Generale della Libreria Editrice Fiorentina, dall’agosto dello stesso anno diverrà ufficialmente un periodico mensile associato allo stesso editore di area cattolica e diretto da Enrico Lucatello. Ma la vera svolta per «Il Frontespizio» si avrà nel 1931 quando, sotto la direzione di Piero Bargellini e con il lavoro determinante di Carlo Bo, la rivista – ormai edita da Vallecchi dal 1930 –, non cambierà soltanto veste grafica assumendo un formato più piccolo (27 x 19,5 cm contro i 39,5 x 27, 5 delle prime due annate) ma soprattutto diverrà sempre di più un luogo di dibattito vivacissimo tra diverse tendenze culturali e letterarie attraversate dal comune sentire religioso – benché anch’esso non privo di profonde differenze – dei membri della redazione e dei contributori. E proprio tale diversità sarà, nel tempo, causa di profondi dissidi tra il fronte antitradizionalista e fortemente aperto alle influenze europee capeggiato da Carlo Bo e quello, più conservatore sia da un punto di vista teologico sia da un punto di vista politico, rappresentato in particolare dal direttore Bargellini e da Giovanni Papini. Nel 1938 la frattura si farà definitiva, con Bo e altri collaboratori (tra cui Mario Luzi e Leone Traverso) pronti ad abbandonare «Il Frontespizio» e la rivista affidata, dal gennaio 1939, a un Comitato direttivo formato da Bargellini, Papini e Ardengo Soffici.
Edizione originale. Ottimo esemplare (lievemente scurito il dorso, minimo strappo assolutamente non deturpante al piatto anteriore, altrimenti privo di altri particolari difetto da segnalare). Il fascicolo doppio di aprile 1964 della rivista d’arte contemporanea pubblicata dall’associazione dei musei olandesi (Stedelijk, Gemeente, Van Abbe, Groninger, Kröller-Müller), curato da Henk Peeters, dedica la copertina a Lucio Fontana: una vera e propria opera dell’artista viene riprodotta, tramite stampa litografica e intervento manuale, sul cartoncino avorio della copertina. «The artist Henk Peeters [...] made the holes in the cover by hand, according to the design sent by Fontana. Henk Peeters states that a nail was use to puncture small piles of covers simultaneously. The original design, ink on paper with punched holes, 26 x 20 cm, was sold in the auction “The Henk Peeters Collection” at Sotheby’s Amsterdam, June 11, 2001» (Ruhé & Rigo). Importanti i contributi all’interno del fascicolo, che fu concepito come vero e proprio monografico dedicato alle «nuove tendenze» dell’arte contemporanea, dagli olandesi di Nul agli italiani di Azimuth passando per i tedeschi di Zero e i francesi del “nouveau realisme”: «Bibliographie/nieuwe konseptie: zero, nul, tendenzen» di Herman de Vries, illustrato da quattro tavole dove opere di vari artisti (da Mondrian a Vlado Kristi passando per Fontana, Munari, Mari, Manzoni, Castellani, Malevich, Max Bill, e molti altri) sono impaginate in quadrati a file 4x6, con le didascalie stampate su veline semitrasparenti che si sovrappongono; il saggio «0 = nul, de nieuwe tendenzen» di Henk Peeters; il multiplo monocromo blu di Yves Klein appena sottoposto alla copertina bucherellata di Lucio Fontana. Ruhé & Rigo, Lucio Fontana Graphics, p. 205; Crispolti, Fontana: Catalogo generale, vol. 2 p. 778a; Schumacher, Museumjournaal and the reception of the neo-avant-garde in the Netherlands 1961-1973 (PhD thesis Utrecht 2007), pp. 51-53
Edizione originale. Ottimo esemplare. «Numero unico della rivista che ispirata ai contemporanei modelli americani ed inglesi si avvale della cura redazionale ma anche dell’impostazione grafica di Magdalo Mussio. Lo spazio della pagina/manifesto accoglie immagini fotografiche, design e testi in completa libertà» (Maffei). Testi e immagini di Gustav Bally, Renato Barilli, Giuseppe Bartolucci, Gianni Bertini, Sylvano Bussotti, Luciano Caruso, Paolo Castaldi, John Furnival, Sandra von Glasersfeld, Miroslosv Klivar, Michele Mancini, Giovanni Polara, Gaetano Testa. Maffei e Peterlini, Riviste d’arte d’avanguardia, p. 105
Collezione completa. Tutta tela, copertine originale conservate, buone condizioni (qualche fascicolo interessato da gore d’umido). Raffinata rivista illustrata, dai contenuti satirici, fondata a Bologna, con cadenza settimanale, il cui primo numero uscì il 6 gennaio 1900. Ebbe vita breve e l'ultimo numero (il 26) vide la luce il 30 giugno 1900, a soli sei mesi dalla prima uscita. Diretta da Amilcare Zamorani, con la direzione artistica di Augusto Majani (Nasica). Ad essa collaborarono molti cartellonisti e illustratori dell'epoca — diversi dei quali giovani — fra i quali Marcello Dudovich, Franz Laskoff, Luigi Bompard, Augusto Majani, Adolfo Magrini, Telemaco Signorini, Ardengo Soffici, Duilio Cambellotti assieme ad alcuni tra i più importanti scrittori: Luigi Capuana, Ugo Ojetti, Lorenzo Stecchetti, Giovanni Pascoli, Alfredo Oriani, Luigi Federzoni.
Collezione dei primi due numeri pubblicati. Ottimi esemplari: il primo numero intonso al taglio alto; il secondo numero con invio manoscritto a Giuseppe Prezzolini, Firenze. La brevissima esperienza di “Pickwick” — soli cinque fascicoli pubblicati dal 10 marzo al 10 maggio 1915 — rappresentò il polo del modernismo siciliano alternativo al futurismo di Jannelli, Nicastro e della “Balza”, pubblicata invece a Messina in soli tre fascicoli nel medesimo frangente, da aprile a maggio. -- Il quindicinale — animato dai «pickwickiani» Antonio Bruno (motore dell’iniziativa), Giovanni Centorbi, Giacomo D’Artemi e Mauro Ittar — si presenta come un semplice foglio delle dimensioni della mitica “Lacerba” fiorentina. Sebbene tutti i redattori sostanziano con loro contributi i fascicoli della rivista, l’autentico mattatore è Bruno, che compare anche dietro lo pseudonimo di Pierrot. I suoi «Balocchi» in formato aforis-diaristico (lo stesso stile dei «Quaderni» pubblicati postumi da Vito Sorbello per Sellerio) sono forse tra gli apici della sua produzione. Degne di nota anche le traduzioni: «Brivido d’inverno» da Mallarmé e «Giornali intimi» da Baudelaire. Tra le collaborazioni, Giuseppe Villaroel con due liriche, versi di Francesco Meriano e caricature di Telesio Interlandi. -- «I tre redattori di “Pickwick” [...] tengono sì in gran cale quelli che reputano i loro antenati letterari, da Giacomo Leopardi ai catanesi Giovanni Verga e Federico De Roberto, ma sanno che è il tempo di andare oltre e di sperimentare altro. Ritte ritte le loro antenne sono puntate spasmodicamente su quel che succede a Parigi o in “continente”. I nomi di Stéphane Mallarmé e di Arthur Rimbaud compaiono già nella prima pagina del primo numero di “Pickwick”. Al che uno dei loro abbonati, uomo colto e personaggio ben noto a Catania. si avvicina a uno dei redattori e chiede chi dei tre si celi sotto lo pseudonimo esotico di Mallarmé» (Giampiero Mughini, La collezione, p. 28).
Prima edizione. Ottimo esemplare (pagine appena brunite, come normale; lievi pieghe e fioriture al bordo esterno della copertina), pulito e intatto sia all’interno che alla copertina; proveniente dalla prestigiosa collezione futurista di Giampiero Mughini. Raro numero monografico del mensile internazionale del gruppo d’avanguardia praghese «Devětsil» diretto da Karel Teige, dedicato a Marinetti nei vent’anni del Futurismo. Notevoli contenuti — con parolibere in italiano e voltate appositamente in ceco — e parte iconografica. Il grosso del fascicolo è occupato dal corposo saggio «F.T. Marinetti + italska moderna + svetovy futurismus» di Teige, pure riccamente illustrato. «L’intero insegnamento che l’avanguardia ceca ha tratto dal futurismo è infine ben riassunto da Karel Teige nel numero monografico della rivista “ReD” del febbraio 1929» (Diz. Fut. p. 250b). Hulten, Futurismo e futurismi, p. 597; Nešlehová, Impulses of Futurism and Czech Art (in: Berghaus, ed., International Futurism in Arts and Literature: 122-144); Echaurren, Nel paese dei bibliofagi, p. 197 fig. 15
Edizione originale. Collezione scompleta di otto annate (dalla I alla IX del 1942, anno di chiusura della rivista) del periodico dei G.U.F. di Torino. Fascicoli sciolti in ottime condizioni conservati in due astucci con cofanetti in tela blu e titoli oro al dorso. Numeri presenti: 10 - 11 del I anno; dal 2 al 14 - 15 del II anno; 1 -2, 3, 5, 9, 10 - 11 del III anno; dal numero 8 al 17 e numeri 23 e 24 del V anno; numeri 1, dal 3 al 13, dal 15 al 21, 23 e 24 del VI anno; dall’1 al 24 del VII anno; dall’1 al 6, dall’8 al 21, 23 e 24 dell’VIII anno; dall’1 al 5, dal 7 al 12, 17 e 18 del IX anno. Rivista dei G.U.F. (Gruppi Universitari Fascisti) di Torino fondata da Guido Pallotta nel 1932. Originario di Forlì, dove era nato nel 1901, Pallotta partecipò diciottenne all’Impresa di Fiume per poi diventare giornalista per la «Gazzetta del popolo» e il «Popolo d’Italia». Nominato segretario dei G.U.F. torinesi nel 1931, poco dopo diede vita al mensile - dal secondo anno, quindicinale - «Vent’anni», organo ufficiale degli studenti universitari fascisti del capoluogo piemontese e poi megafono del volontarismo fascista tutto che, a ridosso dell’entrata italiana in guerra, cambiò il proprio nome in «Vent’anni in armi» (poi: «Vent’anni in armi. Quindicinale di combattimento»). Partito per il fronte africano a capo della “Compagnia universitaria Principe di Piemonte” (di cui egli stesso aveva chiesto e ottenuto la formazione), Pallotta morì in combattimento nel dicembre del 1940. Alla sua scomparsa è dedicato il numero 12 del 12 aprile 1941, quando la notizia della sua morte divenne ufficiale.
Edizione originale. Ottimo esemplare, completo di tutte le tavole fuori testo, gli allegati e le carte sottomisura. Numero monografico sulla «Casa del Fascio di Como», capolavoro del razionalismo italiano progettato verso la fine degli anni ’20 e realizzato tra 1933 e 1936.
Collezione completa in edizione originale. Ottimo stato di conservazione, esemplare con grandi margini. «E veramente io non so qual capriccio mi tocchi ora il cervello di volere con questi fogli ragionare di cose, che dipingano costumi, facciano ritratti della vita umana, e delle usanze del mondo...». Così recita la prefazione di questo celebre periodico, scritto interamente e con eleganza dal Gozzi (1713-1786) sul modello dello “Spectator” di Joseph Addison. L’autore fu poeta e traduttore, ma si segnalò in particolare per la sua attività in ambito editoriale e per la redazione di questa rivista: con una prosa limpida e vivace come poche altre nel Settecento, Gozzi fornì una serie di gustosi quadri della società veneziana, mettendone in luce gli aspetti più variegati, dalla politica al costume, fino alla morale e alla cultura. Si ristampò più volte. Ritratto del Gozzi inciso da Baratti all’antiporta del primo volume; grandi incisioni ai frontespizi dei 12 volumi. 12 voll. in 6 tomi
Tutto il pubblicato. Serie completa (5 numeri). Lievissima, marginale fioritura alla prima carta del primo numero (estate/autunno 1976), per il resto ottimi esemplari. Rivista d’artista pubblicata tra il 1976 e il 1981 con la curatela di Maurizio Nannucci. «Mèla» — “a/per/iodico di scrittura ed immagini da maricano isola d’elba” — uscì in 5 numeri con i contributi di artisti fondamentali della scena italiana e internazionale quali Alighiero Boetti, Mario Merz, Sol LeWitt, Giulio Paolini, Claudio Parmiggiani, Philip Glass, Franco Vaccari, Daniel Buren, John Lennon e Yoko Ono. Edita dal secondo numero (primavera/estate 1977) dalla Biancoenero edizioni d’arte di Roma e, per il primo numero, da Rosanna Barbiellini Amidei — fondatrice, con Gianfranco Giorgi Rossi, della stessa Biancoenero —, la rivista prevedeva per ogni uscita una tiratura di 500 copie più 50 numerate riservate agli autori, con un unico foglio 100 x 70 ripiegato quattro volte. G. Maffei, Libri e documenti. Arte povera 1966-1980, Corraini, 2007, p. 282.
Prima edizione. Copertina brunita e con sfrangiature perimetrali e piccole perdite che non interessano la parte a stampa; punto metallico originale arrugginito; per il resto ottimo esemplare. Il celebre fascicolo di «Xilografia» dedicato a Lorenzo Viani, ristampa dagli originali i seguenti legni, secondo Rodolfo Fini (Lorenzo Viani xilografo) tutti del «primo periodo 1910-1915»: «Filosofo greco»; « Boscaiole»; La Cortaccia»; «Vedova»; «Ritratto di un filosofo»; «Contadina»; «Vagabondo»; «Il cieco»; «L’elemosina»; «Nonna e nepote». -- Xilografia fu una straordinaria esperienza durata tre anni, dal 1924 al 1926: pubblicava con cadenza bi- o trime - strale quaderni composti interamente ed esclusivamente di xilografie. Non stupisce questo fascicolo interamente consacrato al maestro di Viareggio: Viani fu il primo a portare la tecnica dell’incisione su legno a valori d’arte assoluti, liberandola dal ruolo subordinato di illustrazione manieristica. La sua tecnica straordinaria ha reso in qualche modo alla xilografia la sua stessa natura, quel primitivismo e quella cupa durezza che si erano perse durante le ricerche estetizzanti condotte da Adolfo De Carolis e dalla sua cerchia. Sostituendo al raffinato legno di filo le sue «assi da taglier» e ai bulini le più elementari sgorbie, Viani fu in grado di elaborare una poetica veramente moderna che sostituiva il superato simbolismo tardottocentesco.
588 + 375 pages. Index. Colour fold-out map at back of volume I. All plates present. Text in German. Contents unmarked and moderately age-toned. Foxing to plates and some pages. Average overall wear. Narrow openings along both hinges of volume I. Documents von Richthofen's important travel and research in China. Book
Edizione originale. Tutto il pubblicato degli anni 1956 - 1957 - 1970 - 1971 - 1972 - 1976 - 1977 e 1979. Esemplari in ottime condizioni (da segnalare solo nel numero doppio 3 - 4 del del 1971 il parziale distacco del piatto anteriore della brossura), con occasionali e rare abrasioni al dorso dei fascicoli. Rivista bimestrale fondata nel 1953 dal poeta Leonardo Sinisgalli – che l’avrebbe diretta nei suoi primi cinque anni di vita - per conto di Finmeccanica. Ispirata al «Politecnico – Repertorio di studi applicati alla prosperità e coltura sociale» di Cattaneo, esattamente come il periodico milanese nato nel 1839 «Civiltà delle macchine» si proponeva di riunire cultura scientifica e tecnologica e cultura umanistica, così da favorire uno sviluppo pieno – e armoniosamente organizzato – dei lettori. Numerosi furono gli esponenti di rilievo del mondo letterario, artistico, filosofico e, ovviamente, scientifico ed economico che collaborarono alla rivista nei suoi 26 anni di vita: basterebbe qui ricordare Ungaretti (presente nel numero inaugurale), Moravia, Gadda, Dorfles, Paci, Levi-Montalcini, e poi ancora l’economista Oskar Morgenstern che, da Princeton, scriveva nel 1964 al nuovo direttore Francesco Flores d’Arcais: «Da un po’ di tempo a questa parte ricevo “Civiltà delle macchine” […]. Non conosco nessun’altra rivista che unisca così bene arte e scienza. Continui l’ottimo lavoro». E in effetti comune e importante fu lo sforzo dei suoi ideatori e dei contributori affinché si riunissero ambiti del pensiero e della conoscenza umane ormai fatalmente separati in un tempo che guardava – e che ancora guarda – con sospetto non sempre ragionevole al progresso tecnico-scientifico. Da segnalare infine le bellissime copertine – spesso realizzate con disegni originali da artisti diversi (tra i tanti: Severini, Vedova, Tamburi, Zadkine) – e la grafica curatissima che caratterizzarono l’intera storia di «Civiltà delle macchine». Cfr. D. Germanese, «Civiltà delle macchine (1953 - 1979)» in Parolechiave 1/2014, Carocci, pp. 145 - 152.
Edizione originale. Tutto il pubblicato (196 fascicoli) della prima e della seconda serie (marzo 1954 - febbraio 1958) del settimanale «Il Contemporaneo». Fascicoli sciolti in ottime condizioni conservati in eleganti astucci con titoli al dorso raccolti in 6 cofanetti in tela. Rivista di letteratura, politica e cultura d’ispirazione marxista fondata a Roma nel 1954 sotto la direzione di Romano Bilenchi, Carlo Salinari e Antonello Trombadori. Settimanale fino al febbraio 1958 (quando terminano le pubblicazioni della “seconda serie” caratterizzata dal grande formato 42 x 58 cm), il periodico - che vantava nel proprio comitato direttivo, oltre ai già ricordati Salinari e Trombadori, Abe Steiner, Glauco Viazzi, Carlo Melograni e Renato Guttuso - comincerà a uscire dal marzo di quell’anno con cadenza mensile. Con articoli, interviste e approfondimenti di altissimo livello dedicati alla letteratura, all’arte e alla politica e con le sue pregevoli illustrazioni in bianco e nero, «Il Contemporaneo» si propose, fin dal numero inaugurale, di favorire la «conquista di un modo nuovo di guardare il mondo, senza evasioni e senza pessimismo [...] ma con ferma fiducia nelle possibilità umane di progresso; la conquista di una nuova vita morale è un fatto essenziale per una nuova cultura del nostro tempo».
Brossura originale di color verde, in 4°, pagine 20/24 ogni fascicolo. La collezione che offriamo é mancante dei numeri 5 e 7 dei nove fascicoli pubblicati. Segnaliamo: n. 8 Dodici poesie di Luigi Bartolini, edizione originale, 7 litografie dello stesso a p.p., 1 su doppia pagina 3 n.t., tutte su fondo colorato; n. 4 dedicato a Lorenzo Viani con 7 xilografie a p.p., 2 n.t. e uno scritto di Bartolini; n. 9 Presenza di Domenico Giuliotti con scritti di Bartolini, Betocchi, Fallacara, Lisi, Rosai ed altri.
Edizione originale. Tutto il pubblicato, compreso il numero straordinario uscito nel dicembre 1923 in sostituzione del numero del dicembre 1922 mai pubblicato. Fascicoli in ottimo stato rilegati in otto volumi in tela rossa con titoli oro al dorso e acetato. Conserva la prima brossura originale per ogni volume. La rivista «La Ronda», tra le più importanti riviste letterarie del Novecento, cominciò le proprie pubblicazioni a Roma nell’aprile del 1919. Inizialmente diretta da un comitato redazionale composto da Vincenzo Cardarelli, Emilio Cecchi, Lorenzo Montano, Riccardo Bacchelli, Antonio Baldini, Bruno Barilli e Aurelio Emilio Saffi – ovvero “i sette savi” come amavano definirsi-, a partire dal quarto numero del 1920 la direzione passò formalmente in mano ai soli Cardarelli e Saffi allargando tuttavia il gruppo dei collaboratori esterni che includeva, tra gli altri, Carlo Carrà, Ardengo Soffici, Guglielmo Ferrero e Vilfredo Pareto. Nata con lo scopo di restituire vigore alla tradizione letteraria italiana minacciata – secondo i rondisti – dalle spinte sperimentali e avanguardiste (con i futuristi, ma anche Pascoli, riconosciuti come principali responsabili dell’impoverimento della letteratura contemporanea), «La Ronda» vedeva in Manzoni e, ancor di più, in Leopardi i modelli a cui guardare. Non a caso, proprio a Leopardi sarà dedicato il corposo numero triplo del marzo/aprile/maggio 1921 «Il Testamento letterario di Giacomo Leopardi» con la curatela di Vincenzo Cardarelli. Nonostante la condivisione di questa causa comune e il forte legame di amicizia tra i membri fondatori, la rivista cessò le pubblicazioni dopo neppure 4 anni di vita a causa di forte divisioni interne: il penultimo numero uscì infatti nel novembre del 1922 prima che nel dicembre 1923 venisse pubblicato, con la dicitura “numero straordinario”, l’atto finale di questa fondamentale avventura culturale ed editoriale tesa a ridare vita e nuove identità al classicismo e alla sua eleganza.
Sm. 8vo., First Edition, eighteenth century inscription on title, title and several following leaves age-stained, title neatly mounted without loss of text, final leaf of Appendix mounted with loss of half text; strongly and attractively bound in half calf, marbled boards, back with five flat gilt bands, second compartment with red leather label lettered and ruled in gilt, a most attractive copy. This copy was formerly in the McIntosh Library, Dunkeld, and carries the MS press-mark A8.51 and bookplate (numbered 493) on front paste-down. A sound and complete (save last leaf) copy of the first dedicated published account of Orkney and Zetland. RARE. Anderson, p.402.
Collezione completa (8 numeri): marzo 1975 (n. 1); maggio 1975 (n. 2); ottobre 1975 (n. 3 - 4); gennaio-marzo 1976 (n. 5 - 6); autunno 1976 - gennaio 1977 (n. 7 - 8). Esemplari in ottimo stato. Numero 1 e numero 2 con qualche abrasione e piccoli strappi alla testa e al piede del dorso, per il resto usuali e lievi segni d’usura; carte e tagli puliti. La rivista AlfaBeta - «Laboratorio di critica della cultura visiva, della storia dell’arte, e » - nasce nel 1975 per volontà di Gino Di Maggio con l’intento di esplorare ed esporre campi diversi del sapere, come è evidente osservando il sommario del numero esordio del marzo 1975: agli interventi di Giuseppe Galante e Achille Bonito Oliva si affiancano traduzioni di Jacques Lacan e ripubblicazioni di articoli di Antonio Gramsci, passando ovviamente per l’estrema attenzione riservata alla sfera propriamente artistica con una grafica attenta e numeri riccamente illustrati (con illustrazioni non legate ai testi, a conferma della loro autonomia). Dall’esperienza della prima serie della rivista - composta da 8 numeri usciti tra il marzo 1975 e il gennaio 1977 - prenderà vita, a partire dal 1979, la seconda serie, più specificamente legata a interessi letterari e politici. G. Maffei, Libri e documenti. Arte povera 1966-1980, Corraini, 2007, p. 274.
Celebre periodico pubblicato da Giuseppe Baretti dall’ottobre 1763 al 15 luglio 1765 per 33 fascicoli, con cadenza oscillante tra il quindicinale e il mensile. Nelle prime 396 pagine si trovano i fascicoli I-XXV pubblicati a Venezia con falso luogo Roveredo fino al gennaio 1765. Con propria numerazione seguono otto fascicoli con falso luogo di stampa, Trento, ma impressi ad Ancona per un totale di pagine 128. La «Frusta», nata con il proposito di essere il «flagello dei cattivi libri che si vanno da molti anni quotidianamente stampando in tutte le parti della nostra Italia» (tomo I p. I), è considerata oggi il primo esempio di moderna polemica giornalistica, critica letteraria militante e aggressiva revisione moralizzatrice, degno contraltare di periodici assai moderati come ad esempio l’«Osservatore» di Gasparo Gozzi, sorti nel secolo dei lumi sull’esempio della stampa inglese. Il giornale fu fermato dalla censura veneziana (da qui i falsi luoghi di stampa) in seguito al duro articolo anti-bembiano apparso nel fascicolo XXV (recensione all’edizione Lancellotti 1753 delle ‘Rime’): «… in quel Numero [XXV] io commisi l’atroce Delitto di provare, che un Gentiluomo di quella Città [Venezia], morto da più di due Secoli, fu uno dei più magri Poeti d’Italia.» (tomo III, p. 1). «[L]a proibizione di continuare la stampa del suo foglio [arrivò] col pretesto del giudizio severo da lui dato sull’opera poetica del Bembo patrizio veneziano, ma in realtà per por fine, come è detto in una comunicazione degli Inquisitori di Stato, alle “querele frequenti che giungevano d’ogni parte, ed anche dalla corte di Napoli, per li modi irriverenti e maledici dei suoi scritti”. In quel tempo stesso usciva contro di lui un libello, Bue pedagogo, del padre Appiano Buonafede dell’Ordine dei celestini […]: soprattutto per rispondere a quell’attacco Baretti proseguì con la falsa data di Trento il giornale, pubblicandovi otto discorsi contro il Buonafede in altrettanti fascicoli, oltre a un nono fascicolo con un articolo di altro argomento. Vi attese, lasciata Venezia e rifugiatosi sotto falso nome per qualche mese nei pressi di Ancona, bene accolto da quel vescovo, il cardinale F. Acciaiuoli […]. Ma ormai [Baretti] si era persuaso che non era più possibile per lui continuare in patria il suo “mestiere d’autore” e nel 1766 […] tornò a Londra.» (Fubini in DBI s.v.) Collezione completa mancante del solo fascicolo XXII
Edizione originale. Annate 1934 (mancano numeri 4, 19, 21, 22, 25, 26, 27, 46, 51), 1936 (mancano numeri 41, 46, 52) e 1940 - 1941 (dal numero 34 del 25 agosto 1940 al numero 52 del 25 dicembre 1941), per un totale di 162 numeri. Fascicoli del 1934 e del 1936 sciolti, conservati in astucci e cofanetti protettivi con titoli oro al dorso. Fascicoli del 1940 tolti da precedente legatura (ancora parzialmente legati tra loro). Esemplari complessivamente in ottime condizioni, con normali segni del tempo (distacco della copertina nel numero 34 del 1940). Notissimo e longevo settimanale satirico fondato a Roma nel 1900 e attivo fino al 1966. Nata per volontà dell’eclettico giornalista, illustratore e pittore Filiberto Scarpelli che aveva, alla fine del 1899, rilevato il periodico dell’amico Tito Livio Cianchettini «Il Travaso d’Idee», la rivista proseguì con la stessa impostazione ferocemente e ironicamente critica nei confronti della classe politica e di satira dei costumi, avvalendosi di collaborazioni importanti soprattutto per le belle illustrazioni spesso a piena pagina (da segnalare, in questo senso, almeno i nomi di Daniele Fontana, Guido Vieni, Luigi Bompard, Marcello Dudovich, Enrico De Seta, Jacovitti e del figlio di Filiberto, Furio Scarpelli). Benché privo di una precisa linea politica, in epoca fascista «Il Travaso delle Idee» si allineò progressivamente alle posizioni del regime causando anche l’allontanamento di Scarpelli, che al fascismo aveva guardato con simpatia senza tuttavia smarrire la propria vocazione insofferente nei confronti di qualsivoglia autorità e posizionamento rigido. Ancor prima della sua morte nel 1933 per mano di un creditore ubriaco, la direzione della rivista passò dunque a Toddi (Pietro Silvio Rivetta) e poi, dal 1935, a Osvaldo Gibertini (sostituito nel 1939 da Guido Milelli). Nel dopoguerra, «Il Travaso» tornò in edicola avendo come direttore l’umorista Guasta (Guglielmo Guastaveglia) - già a capo del settimanale fino al 1926 - e proseguendo le pubblicazioni fino al 1966.
Collezione completa. Tutto il pubblicato (11 numeri) in ottimo stato di conservazione, con leggere abrasioni e mancanze al dorso della brossura di alcuni numeri (in particolare 8 e 9). Raro a trovarsi così. Dell’Esposizione universale 1942, che avrebbe dovuto tenersi a Roma ma fu cancellata a causa della guerra, rimane oggi il celebre quartiere dell’EUR, con i suoi monumentali edifici razional-fascisti, traccia di un grandioso piano che avrebbe dovuto celebrare internazionalmente al massimo grado il ventennale del fascismo. Il progetto nacque ben sette anni prima per iniziativa del governatore di Roma Giuseppe Bottai. Contemporaneamente all’elaborazione urbanistico-costruttiva, affidata ad alcuni tra i più interessanti architetti del periodo (Piacentini, Pagano, Moretti, Libera), fin da subito si mise in moto anche la macchina culturale, che vide l’editore Valentino Bompiani tra i protagonisti principali: «[…] ancor prima dell’ottobre 1936, quando Mussolini aveva annunciato per la prima volta la futura Esposizione universale di Roma, l’editore Valentino Bompiani aveva presentato a Bottai, che nel 1935 ricopriva la carica di governatore di Roma, il progetto di una “Mostra della civiltà italica dai tempi di Augusto ai tempi di Mussolini che avrebbe dovuto essere realizzata in un edificio appositamente costruito […]. Bottai fin dall’inizio aveva molto apprezzato il progetto della mostra» caldeggiandolo a Vittorio Cini, commissario generale dell’expo. «Tra la fine del ’36 e i primi mesi del ’37 tale progetto continuò a essere oggetto di uno scambio di corrispondenza tra Bompiani, Cini e Oppo» (E 42, I, pp. 118b). La «lussuosissima rivista “Civiltà” accompagnò, commentò, discusse, appunto la Mostra della civiltà italiana, seguendo le strutture fisiche del palazzo e, insieme, il definirsi dei contenuti» (ivi, p. 8a), rimanendo oggi, al pari del Palazzo della Civiltà, imponente ‘Colosseo moderno’, unico monumento dell’impresa. Il primo numero esce nell’aprile del 1940, nel formato tipico della rivista/album in 4° su carta patinata. Nasce come bimestrale ma subito dal terzo fascicolo passa a trimestrale con quattro uscite l’anno. Nel comitato di direzione oltre a Bompiani figurano Emilio Cecchi, responsabile della parte storico-letteraria, e Cipriano Efisio Oppo, fondatore e direttore della Quadriennale e direttore artistico di E42; ruolo onorario ebbe il senatore Luigi Federzoni dell’Accademia d’Italia, nelle vesti di presidente del comitato. Grande attenzione è posta a coniugare alta qualità dei materiali e grandi tirature: carta a doppia patinatura Binda; compositori tipografici Grafitalia, Raffaello Bertieri, Arti Grafiche Bergamo e Stabilimento Giani; incisioni Alfieri e Lacroix e De Pedrini. Da questo punto di vista, «Civiltà» è da considerarsi come il capolavoro del Bompiani editore ai tempi del fascismo, e una delle vette della ‘via italica’ al rotocalco di qualità, quel tipo di pubblicazione d’aspetto lussuoso e curato ma a destinazione popolare inventato dal newyorkese Condé Nast con «Vanity Fair» e il rilancio di «Vogue» nei primi anni dieci del Novecento. -- Le copertine sono per lo più opere originali di artisti importanti — per «spezzare — come scrive Bompiani a Oppo nel settembre del ’40 — il cerchio dell’aulica classicità» (Cristallini, p. 271a). Impaginate al vivo e passanti lungo il dorso dal piatto anteriore al posteriore, presentano una qualità di riproduzione fotostatica elevatissima nella resa dei colori e del dettaglio: l’olio di Campigli sulla copertina del n. 1 è percepibile in tutta la sua tridimensionalità materica, così come il Morandi del n. 7, che si vede fin nella grana della tela, o il Fausto Pirandello del n. 9. Gli altri artisti ad apparire sulle copertine di «Civiltà» sono Funi, De Chirico e Boldini. L’impaginato interno è svolto secondo precise linee di classicità razionale, riconducibili al magistero di Edoardo Persico e dell’editoriale Domus: fotografie e grandi tavole a colori impaginate al vivo, veline di cellophane parlanti. I contenuti sono riservati al recupero storico e antropologico della «civiltà italiana»; grande spazio è riservato ai reperti della romanità e ai grandi artisti rinascimentali, senza dimenticare la serie dedicata al rapporto tra grandi scrittori stranieri e l’Italia, particolarmente nel corso dell’Ottocento. Gli scrittori sono scelti tra gli accademici, i professionisti e gli specialisti degli argomenti trattati, che spaziano dalla musica al design passando per la letteratura, l’arte, la storia e le scienze; spiccano i nomi di Piacentini, Alvaro, Gentile, Pasquali, D’Amico, Baldini, Bontempelli, Radius, Dettore, Praz, Manzini, Tecchi, Bacchelli, De Robertis, Vergani, Apollonio, Marpicati, Piovene. -- Il dato fotografico rimane sempre eccezionale, e a tutt’oggi di grande interesse, soprattutto quando si stacca dalla documentazione storica per ritrarre la contemporaneità: spaccati di razionalismo fascista o momenti di vita di sapore neorealista (feste popolari, lavoro nei campi, lavoro nelle grandi industrie), «tagli nuovi, audaci ingrandimenti, anche di particolari a piena o a doppia pagina, che si offrono come incisivo richiamo emotivo e spettacolare» (ivi, p. 268-s). Collaborano all’iconografia tra gli altri i fotografi Alinari, Faraglia, Guidotti, Comencini, Fiorentini, Pozzi Bellini, Parisio, Massani, Omegna e gli architetti Pagano, Peressutti, Bardi. Una menzione meritano anche le tavole pubblicitarie ordinatamente impaginate nelle prime trentadue pagine di ciascun fascicolo, e stampate a colori: si ravvisano le firme di Ricas, Derrico, Cancelli, Riccobaldi, Carboni, Menzio, Delfino, Gino Kraier, Giammusso, Gallesi, Casa, Piffero; notevole la serie per Fiat che appare sempre a rispecchio dell’occhiello, proponendo opere di Bartoli, Sironi, Paolucci, Guzzi, Casorati, Bucci. -- La rivista continua le sue uscite ininterrottamente nel corso della prima fase della guerra, quella che vede la Germania vittoriosa; segue ‘a distanza’ — per così dire — l’evolversi degli eventi bellici, registrando per esempio l’entrata in guerra del Giappone con una serie di articoli sui guerrieri Ronin. Pubblicato non senza difficoltà, come denunciano le tavole pubblicitarie per la prima volta in bianco e nero, l’ultimo numero 11 esce con data ottobre 1942, cioè alla vigilia delle disfatte di Stalingrado ed El-Alamein, le due battaglie che segnarono il cambio di rotta nelle sorti del devastante conflitto mondiale. E 42: utopia e scenario del regime (Venezia 1987); Cristallini, La rivista dell’Esposizione universale di Roma: Civiltà (ivi, II, 266-273) 11 volumi
Edizione originale. Ottimo esemplare. Secondo e ultimo numero di questa breve esperienza mensile, nata «dall’entusiasmo provocato nei due studenti dallo spettacolo del Teatro Futurista Sintetico tenutosi in città nel 1916 e dalla disponibilità subito assicurata da Marinetti a sostenere, anche finanziariamente, l'iniziativa di un giornale locale, ‘purché esso fosse sintetico, originale, antiromantico e antitradizionalista’. [...] Apportate alcune variazioni tipografiche e d’impaginazione su suggerimento di Marinetti, che nuovamente raccomandava la varietà e l’estrema brevità dei testi, esce il secondo numero, maggiormente diffuso grazie alla rete di scambi che nel frattempo si è intessuta e alla collaborazione di più noti autori. La partenza per il fronte dei due direttori mette fine alle pubblicazioni, [nonostante] il successo di critica futurista (ma anche, pare, da parte del movimento dada zurighese) [...]» (Diz. Fut., p. 463-4). Caratterizzato, un po’ come «La Balza», da un’estrema povertà tipografica a cui fa da contraltare la sovrabbondante ricchezza di contenuti, questo secondo numero ospita parolibere e interventi di Luciano Folgore («Treni militari»), Gino Soggetti («Lei lui l’altro» e «Teatro di prosa»), Paolo Buzzi («Biglietto da visita del principe di Susegana»), Maria Ginanni («Paesaggio interno»), Angelo Rognoni («Una spia», «La voluttà dello spasmo», «Io + fumo + mondo»), Mario Dessy («Riflessi poetici»), Francesco Cangiullo («La piccola cioccolataia», spassosamente dedicato «alla mazza di ARMANDO»), Armando Mazza («Vento» e «La mostra Boccioni alla Galleria d’arte di Milano»), Nelson Morpurgo («Al telefono»), Aldo Pavesi (altra parolibera dal titolo «Vento»), Giorgio Ferrante («In treno»), Gino Cantarelli («Danza Azzurra»), Rodolfo Gazzaniga («In mezzo alla piazza»), Francesco Meriano («Stasera»), Giuseppe Steiner («Il cadavere vivente»). Cammarota, Futurismo, Giornali futuristi, 19; Diz. Fut., p. 463-4; Salaris, Riviste, sub voce
Collezione pressoché completa (manca il fascicolo 28 del 7 settembre 1829). cui si unisce «Necrologia» , supplmento al numero 14, l’unico supplemento stampato. Sul numero 35 la data del lunedì 2 ottobre 1829 è stata corretta ad inchiostro, da mano coeva, in lunedì 2 novembre 1829. In ottime condizioni di conservazione(fisiologiche leggere abrasioni ai piatti e leggere fioriture alle carte). Il giornale vide la luce per 48 numeri, cessando le pubblicazioni il lunedì 8 febbraio 1830. Dal numero 41 il formato si riduce leggermente. -- Fondato e diretto da Francesco Guerrazzi, su queste pagine scrisse i primi articoli il giovane Mazzini. Il primo numero apparve il 12 gennaio 1829 presso la Tipografia Vignozzi, e proseguì le pubblicazioni per 48 numeri fino al 8 Febbraio del 1830, fino cioè all’arresto di Guerrazzi e Bini che rimasero in prigione fino al 1833. Nato poco dopo la cessazione del quasi omonimo «Indicatore genovese» il periodico fu fondato e diretto da due giovani esponenti del movimento mazziniano in Toscana, il direttore Francesco Domenico Guerrazzi (1804-1873) e il suo amico Carlo Bini (1806-1842). Repubblicani entrambi i due promotori seppero raccogliere intorno alla testata numerosi intellettuali, compreso lo stesso Mazzini che, ventiquattrenne, pubblicò sette articoli firmati con la sola sigla “M”; proprio a causa di un suo scritto giudicato sovversivo e pericoloso, il giornale fu fatto cessare. Non stupisce, considerati i legami stretti con la Giovine Italia, il loro arresto con reclusione nel carcere di Portoferraio. Il Bini morì d’infarto; il Guerrazzi (amico di Byron, cui è dedicata la prima stampa, le «Stanze») fu un romanziere di enorme successo, pervicacemente repubblicano, attivo durante i moti del ’48 (condannato a 15 anni, ottenne dopo 6 mesi la conversione nell’esilio in Corsica), parlamentare dopo l’Unità nelle file della sinistra. Oltre al Mazzini fra i collaboratori ritroviamo Andrea Maffei, Filippo Bettini, Elia Benza. Carlo Poerio, Colletta, La Cecilia, Missirini e Benza. Il settimanale fu soppresso d’autorità, risultati vani i richiami all’ordine del governo granducale. Del Bini (scrittore oggetto di recente rivalutazione); il giornale era suddiviso in due parti principali, nella prima si trovano articoli relativi al commercio e delle cose che al commercio appartengono; nella seconda della morale (notevoli gli articoli sulla pena di morte), della istruzione, di lettere, arti liberali (si commentano e recensiscono le opere di Byron, Foscolo, Pellico, Schiller, Bellini. Di notevole interesse tre articoli dedicati al «Tristan Shandy». Si traducono Sterne e Byron). -- Nelle intenzioni del fondatore e direttore Francesco Guerrazzi, il giornale avrebbe dovuto avere cadenza settimanale. Il primo numero contiene soltanto un «Prospetto» di due pagine, a firma del direttore che illustrano le intenzioni programmatiche del giornale: «Ogni genere letterario può, quando un popolo abbia in animo di scuotere il giogo della servitù, divenire arma terribile contro il nemico: dalla solenne tragedia alla umile farsa rappresentata dai burattini, dal poema alla favola, tutto diviene capace di fiere invettive o di sottili ironie, che il popolo, in certi momenti, afferra con incredibile facilità. Ma il giornale è, in tali casi, strumento più di ogni altro efficace: esso corre più rapido delle tragedie, delle commedie, dei poemi da un capo all’altro del paese, esso può penetrare dovunque, esso diviene l’amico delle famiglie, dove è letto, discusso, illustrato, esso è alla portata intellettuale ed economica della massima parte delle persone». Guerrazzi aveva già fondato a Livorno il Gabinetto scientifico letterario perché la sua città natia non fosse più vituperosamente chiamata la Beozia d’Italia; fondò dunque un giornale con l’intento di riscattare il prestigio civile e culturale della sua città, di fronte a Firenze che poteva vantare l«Antologia» o a Pisa che aveva il «Nuovo Giornale de’ Letterati». Ma c’era inoltre nel Guerrazzi un riposto intendimento politico: quello di rivolgersi agli elementi più giovani e irrequieti della borghesia, o piccola borghesia, di sentimenti liberali e democratici: e in questo senso il giornale assunse un’importanza storica notevole, nel risvegliare quelle scelte forze crescenti, e però sempre minoritarie, dalle quali sarebbero poi sortiti i primo cospiratori, i primi propugnatori della nuova politica unitaria, i primi combattenti delle sommosse, come riconosceva lo stesso Mazzini. Il programma del nuovo giornale era tutto nel suo motto: «Alere flammam!»
Collezione completa. Ottimo esemplare, fresco e pulito, in solida legatura; rara la collezione in queste condizioni. Tutto il pubblicato dal numero 1 (7 aprile 1945) al numero 61 (15 febbraio 1948). «Il Mondo» fu fondato da Alessandro Bonsanti e dal lui diretto insieme ad Arturo Loria ed Eugenio Montale, coadiuvati da una vasta schiera di collaboratori d'eccezione. Interrotta la pubblicazione a ottobre 1946, continuò a distanza di cinque mesi con «Il Mondo europeo», continuità dimostrata anche dalla numerazione dei fascicoli, che riparte nel marzo 1947 da quella interrotta l’anno precedente. Rara la collezione completa anche del «Mondo europeo», le cui pagine iniziali e finali erano stampate su carta arancione. -- «Formato appena più grande di un moderno “tabloid”; sedici pagine a quattro colonne, e solo la prima a tre, quindici lire a copia, periodicità quindicinale, quasi a confermare le prudenze e le timidezze dell’editoria fiorentina» (Spadolini in Montale). -- «La parte dedicata alla letteratura viene affidata in genere alla sesta e settima pagina per quanto riguarda la critica letteraria, le recensioni, i dibattiti tra cui va segnalato almeno l’articolo di Eugenio Montale, ‘Fascismo e letteratura’, apparso sul primo numero; mentre la narrativa, spesso a puntate, e i testi poetici seguono nei due fogli successivi con un nutritissimo gruppo di collaboratori più o meno stabili — tra i nomi incontriamo Gadda, Cassola, Bassani, Pasolini, Banti, Fortini, Piovene, Manzini, Landolfi, Luzi, Brancati — che si riuniscono intorno ai tre direttori della rivista, Bonsanti, Montale e Loria. Tra le opere pubblicate si trovano delle vere primizie come l’inedito ‘Corto viaggio sentimentale’ di Svevo, la prima versione a puntate del romanzo della resistenza di Cassola, ‘Bube’, ‘Le due zitelle’ di Tommaso Landolfi, o ancora racconti e liriche di Giorgio Bassani, le ‘Due scene’ teatrali di Elio Vittorini. [...] a Carlo Emilio Gadda vengono assegnati gli eventi teatrali e talvolta musicali; Anna Banti si occupa di moda con gli elzeviri della ‘Torre del pipistrello’, Lalla Romano e Leonardo Sinisgalli si destreggiano tra esposizioni di pittori impressionisti e mostre di ceramiche» (Gubert) Gubert, scheda CIRCE; Gurrieri, Il Mondo 1945-1946: indici (Milano 2004); Montale, I miei scritti sul «Mondo» (Firenze 1981)