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2006LFA-126728922Un ouvrage de 336 pages, format 195 x 265 mm, illustré, broché couverture couleurs, publié en 2006, Larousse, bon état
In-16° pp. 310 con 3 carte ripieg. f.t. Bross. edit. con sovracoperta ill.
ill., br. "«Viviamo tutti nel mondo di Putin», ha scritto il politologo Ivan Krastev all'indomani dell'invasione dell'Ucraina. Dopo tanto strologare e sentenziare sul fatto che l'autocrate russo vivesse in un «altro mondo» (Angela Merkel), abitasse «sul lato sbagliato della storia» (Barack Obama), in un attimo fatale e tremendo tutti ci siamo resi conto che Putin non era segregato in una realtà parallela: il suo mondo, fatto di rapporti di forza, apocalissi identitarie, mire espansionistiche e pretese violente, è anche il nostro mondo. Ha ridefinito il perimetro dello spazio geopolitico russo, ha stravolto i rapporti di forza con l'Europa, gli Stati Uniti e la Cina, ha modificato anche il modo in cui si intendono i conflitti nel ventunesimo secolo. In questo volume gli esperti di Scenari discutono l'impatto della guerra avviata da Mosca sugli equilibri globali, che non saranno mai più gli stessi. Le voci più autorevoli del dibattito italiano e internazionale ripercorrono la storia e ci permettono di capire l'attualità, offrendo chiavi di lettura per interpretare i cambiamenti che ci attendono." (Mattia Ferraresi, curatore di Scenari). Con l'inserto finale Mappe, 16 pagine a colori.
br. Limes indaga la tempesta che agita gli Stati Uniti. Partendo dalle ultime elezioni presidenziali, ne scava le convulsioni interne, ne illustra le faglie. A determinare rabbia e incomprensioni è la condizione imperiale, sfruttata da alcuni Stati, subìta da altri, respinta da altri ancora. Cui si somma la diffidenza esistente tra la popolazione profonda e gli apparati federali. Per immaginare come la bufera potrà rovesciarsi sul pianeta. Nella prima parte "Americani vs Americani" approfondiamo le differenze tra le principali regioni della superpotenza. Ovvero le coste, post-storiche e massime beneficiarie dello status egemonico; il Sud, orgoglioso dell'impero e rabbioso verso il resto del paese che ne misconosce l'alterità; il Midwest, stretto tra l'istinto di estinguere l'impero e la voglia di custodirne la gloria. Quindi analizziamo la dimensione demografica, economica, elettorale dell'America attuale e futura. Nella seconda parte "Stati emersi vs Stati profondi" ci dedichiamo allo scontro tra l'amministrazione politica e gli apparati, tra il potere centrale e gli Stati federati, tra i complottisti e i media. Con passaggi sulla crisi della tecnocrazia e dell'università. Nella terza e ultima parte "La tempesta nel mondo" proviamo a stabilire il grado di maturità dell'impero, la distanza tra la superpotenza e gli alleati, le possibili conseguenze sul mondo del malessere statunitense. Descrivendo quale sarà l'approccio americano alla Cina, alla Russia, alla Germania, all'Anglosfera, all'America Latina. Limes si basa sull'incrocio di competenze e approcci molto diversi. Ad essa collaborano infatti studiosi (storici, geografi, sociologi, politologi, giuristi, antropologi eccetera) ma anche decisori (politici, diplomatici, militari, imprenditori, manager eccetera), in uno scambio aperto di opinioni e in una feconda contaminazione di approcci. Salvo le opinioni apertamente razziste, in quanto tali avverse a un dibattito aperto e paritario, tutte le idee politiche e geopolitiche hanno pieno accesso alla rivista. Essa si fonda infatti sul confronto contrastivo di rappresentazioni e progetti geopolitici diversi o anche opposti. L'essenziale è che essi siano riconducibili a conflitti di potere nello spazio (terrestre, marittimo, aereo), e che siano quindi cartografabili. L'uso di cartine geopolitiche è quindi essenziale per sviluppare il confronto, e su Limes infatti la cartografia abbonda.
br. Scindere ecologia e geopolitica si può. Il risultato è però un esperimento in vitro che mal si presta a illustrare e interpretare la realtà. Da questa convinzione prende le mosse l'ultimo numero di Limes del 2020, Il clima del virus, il cui impianto contesta la visione "globalizzante" delle problematiche - cambiamento climatico, Covid-19 - che oggi più di altre dominano il nostro orizzonte strategico. Non perché esse non sussistano, o non abbiano carattere internazionale. Ma perché il loro impatto finisce inevitabilmente per declinarsi in modo più o meno locale, a seconda dell'intensità e degli effetti di breve-medio termine che producono. Così il cambiamento climatico: minaccia esistenziale per alcuni, potenziale beneficio per altri. Così il virus, la cui variabile incidenza ha già prodotto uno sfasamento psicologico e strategico, visibile in particolare nel confronto Cina-Occidenti (al plurale).Il filo logico è sviluppato nelle tre parti del volume: la prima dedicata al collegamento funzionale e filosofico tra "Ambientalismo e viralismo"; la seconda ai diversi esiti socioeconomici e geostrategici del coronavirus ("Virus lag, il Covid-19 non è uguale per tutti"); la terza alle differenti visioni e declinazioni della problematica ambientale ("L'ambiente come arma"). Il punto d'approdo del ragionamento non è negazionista. È il suo esatto contrario. Prendere atto che i catastrofismi distopici, al pari delle utopie palingenetiche, servono a poco per mobilitare individui e società in un'azione convergente. Meglio riconoscere che, a tal fine, l'agente mobilitante di gran lunga più efficace resta la nazione-Stato. A partire da interessi diretti e immediati (il benessere e la protezione della sua popolazione), lo Stato può dar vita a forme di collaborazione internazionale - negli ambiti scientifico, economico, tecnologico, politico-strategico - capaci di prospettare soluzioni a problemi che eccedono le sue dimensioni e capacità. Ma che non per questo sono percepiti in modo unanime, uniforme e concorde. "Globale", nel gergo corrente. In appendice, due articoli scritti da una prospettiva francese fanno il punto sull'impostazione strategica della "guerra al terrorismo". Mettendone in dubbio, dati alla mano, l'efficacia e il rapporto costi-benefici. Limes si basa sull'incrocio di competenze e approcci molto diversi. Ad essa collaborano infatti studiosi (storici, geografi, sociologi, politologi, giuristi, antropologi eccetera) ma anche decisori (politici, diplomatici, militari, imprenditori, manager eccetera), in uno scambio aperto di opinioni e in una feconda contaminazione di approcci. Salvo le opinioni apertamente razziste, in quanto tali avverse a un dibattito aperto e paritario, tutte le idee politiche e geopolitiche hanno pieno accesso alla rivista. Essa si fonda infatti sul confronto contrastivo di rappresentazioni e progetti geopolitici diversi o anche opposti. L'essenziale è che essi siano riconducibili a conflitti di potere nello spazio (terrestre, marittimo, aereo), e che siano quindi cartografabili. L'uso di cartine geopolitiche è quindi essenziale per sviluppare il confronto, e su Limes infatti la cartografia abbonda.
br. Ogni comunità che aspiri ad assumere un ruolo centrale sullo scacchiere geopolitico mondiale plasma la propria identità secondo una precisa idea di se stessa, un determinato racconto. A tal fine, le collettività adattano le proprie tradizioni, saldandole nella memoria, organizzando e razionalizzandone il culto. Le maggiori potenze sono tali perché curano il fondamento mitico della loro identità per farsi soggetti geopolitici. Creano il mito per trarne il proprio scopo, la propria strategia. Usano la storia per proiettarvisi dentro. L'autolegittimazione del proprio credo diviene così metro per misurarne il progresso o il declino. Questi i temi del numero, affrontati in tre diverse sezioni. La prima parte - Miti fondanti - passa in rassegna alcuni tra i miti più rilevanti dei principali attori mondiali: Stati Uniti, Russia, Cina, Iran, Francia e Gran Bretagna (più l'Italia, la Turchia, il Giappone e la Polonia). A partire da quello di Roma, pietra angolare della mitologia imperiale. La seconda parte - Miti infondati - ritrae invece i miti solo presunti, privi di fondamento nella realtà. La terza parte - Mitopoietiche - è incentrata sui linguaggi che producono miti: dalle bandiere agli inni nazionali fino a concetti quali la fine della storia. Limes si basa sull'incrocio di competenze e approcci molto diversi. A essa collaborano infatti studiosi (storici, geografi, sociologi, politologi, giuristi, antropologi eccetera) ma anche decisori (politici, diplomatici, militari, imprenditori, manager eccetera), in uno scambio aperto di opinioni e in una feconda contaminazione di approcci. Salvo le opinioni apertamente razziste, in quanto tali avverse a un dibattito aperto e paritario, tutte le idee politiche e geopolitiche hanno pieno accesso alla rivista. Essa si fonda infatti sul confronto contrastivo di rappresentazioni e progetti geopolitici diversi o anche opposti. L'essenziale è che essi siano riconducibili a conflitti di potere nello spazio (terrestre, marittimo, aereo), e che siano quindi cartografabili. L'uso di cartine geopolitiche è quindi essenziale per sviluppare il confronto, e su Limes infatti la cartografia abbonda.
br. La rivista Limes nasce nel 1993 e si impone rapidamente come prodotto di alto valore culturale. Frutto di varie e trasversali componenti intellettuali, e impreziosita da ricche cartine tematiche, Limes è un punto di riferimento imprescindibile per chi ha interesse per la geopolitica nazionale e internazionale.
ill., br. La rivista Limes nasce nel 1993 e si impone rapidamente come prodotto di alto valore culturale. Frutto di varie e trasversali componenti intellettuali, e impreziosita da ricche cartine tematiche, Limes è un punto di riferimento imprescindibile per chi ha interesse per la geopolitica nazionale e internazionale.
ill., br. La rivista Limes nasce nel 1993 e si impone rapidamente come prodotto di alto valore culturale. Frutto di varie e trasversali componenti intellettuali, e impreziosita da ricche cartine tematiche, Limes è un punto di riferimento imprescindibile per chi ha interesse per la geopolitica nazionale e internazionale.
ill., br. Rinnegando le onde, risorsa incredibilmente negletta perché considerata foriera di sciagure e di fastidi. E facendoci scadere a paese dei campanili dalle tante rivalità intestine. Col rischio di precipitare nell'irrilevanza o, peggio ancora, a trasformarci nella preda altrui. A complicare le cose c'è la trasformazione del (fu) mare nostrum da bacino incuneato fra le terre di Europa, Africa e Asia a via acquatica di collegamento fra le masse oceaniche. Dunque mera sezione locale di un sistema d'estensione planetaria dispiegato dall'Atlantico all'Indo-Pacifico, dove si deciderà la partita per l'egemonia planetaria fra Stati Uniti e Cina e in cui presto potremmo esser chiamati a recitare una parte anche noi. Navigando molto, molto lontano dai mari di casa, fin dentro al cuore incandescente del Mediterraneo asiatico. Questi i temi affrontati dal volume. Limes si basa sull'incrocio di competenze e approcci molto diversi. Ad essa collaborano infatti studiosi (storici, geografi, sociologi, politologi, giuristi, antropologi eccetera) ma anche decisori (politici, diplomatici, militari, imprenditori, manager eccetera), in uno scambio aperto di opinioni e in una feconda contaminazione di approcci. Salvo le opinioni apertamente razziste, in quanto tali avverse a un dibattito aperto e paritario, tutte le idee politiche e geopolitiche hanno pieno accesso alla rivista. Essa si fonda infatti sul confronto contrastivo di rappresentazioni e progetti geopolitici diversi o anche opposti. L'essenziale è che essi siano riconducibili a conflitti di potere nello spazio (terrestre, marittimo, aereo), e che siano quindi cartografabili. L'uso di cartine geopolitiche è quindi essenziale per sviluppare il confronto, e su Limes infatti la cartografia abbonda.
br. La rivista Limes nasce nel 1993 e si impone rapidamente come prodotto di alto valore culturale. Frutto di varie e trasversali componenti intellettuali, e impreziosita da ricche cartine tematiche, Limes è un punto di riferimento imprescindibile per chi ha interesse per la geopolitica nazionale ed internazionale.
br. Limes, rivista italiana di geopolitica, diretta da Lucio Caracciolo, è stata da lui fondata nel 1993 e si è ormai affermata come uno dei più influenti e autorevoli luoghi di riflessione geopolitica in Europa. La data di fondazione è già in sé significativa: Limes nasce subito dopo il crollo del Muro di Berlino e dell'Unione Sovietica, in una fase di straordinari cambiamenti geopolitici in Europa e nel mondo. A differenza di altre riviste di geopolitica, Limes si basa sull'incrocio di competenze e approcci molto diversi. Ad essa collaborano infatti studiosi (storici, geografi, sociologi, politologi, giuristi, antropologi eccetera) ma anche decisori (politici, diplomatici, militari, imprenditori, manager eccetera), in uno scambio aperto di opinioni e in una feconda contaminazione di approcci. Salvo le opinioni apertamente razziste, in quanto tali avverse a un dibattito aperto e paritario, tutte le idee politiche e geopolitiche hanno pieno accesso alla rivista. Essa si fonda infatti sul confronto contrastivo di rappresentazioni e progetti geopolitici diversi o anche opposti. L'essenziale è che essi siano riconducibili a conflitti di potere nello spazio (terrestre, marittimo, aereo), e che siano quindi cartografabili. L'uso di cartine geopolitiche è quindi essenziale per sviluppare il confronto, e su Limes infatti la cartografia abbonda, senza peraltro nessun ammiccamento al determinismo geografico di moda nella geografia politica ottocentesca o anche in alcune scuole geopolitiche novecentesche. Esistono anche riviste sorelle in inglese (Heartland, Eurasian Review of Geopolitics) e in serbo croato (Limesplus).
br. Limes, rivista italiana di geopolitica, diretta da Lucio Caracciolo, è stata da lui fondata nel 1993 e si è ormai affermata come uno dei più influenti e autorevoli luoghi di riflessione geopolitica in Europa. La data di fondazione è già in sé significativa: Limes nasce subito dopo il crollo del Muro di Berlino e dell'Unione Sovietica, in una fase di straordinari cambiamenti geopolitici in Europa e nel mondo. A differenza di altre riviste di geopolitica, Limes si basa sull'incrocio di competenze e approcci molto diversi. Ad essa collaborano infatti studiosi (storici, geografi, sociologi, politologi, giuristi, antropologi eccetera) ma anche decisori (politici, diplomatici, militari, imprenditori, manager eccetera), in uno scambio aperto di opinioni e in una feconda contaminazione di approcci. Salvo le opinioni apertamente razziste, in quanto tali avverse a un dibattito aperto e paritario, tutte le idee politiche e geopolitiche hanno pieno accesso alla rivista. Essa si fonda infatti sul confronto contrastivo di rappresentazioni e progetti geopolitici diversi o anche opposti. L'essenziale è che essi siano riconducibili a conflitti di potere nello spazio (terrestre, marittimo, aereo), e che siano quindi cartografabili. L'uso di cartine geopolitiche è quindi essenziale per sviluppare il confronto, e su Limes infatti la cartografia abbonda, senza peraltro nessun ammiccamento al determinismo geografico di moda nella geografia politica ottocentesca o anche in alcune scuole geopolitiche novecentesche. Esistono anche riviste sorelle in inglese (Heartland, Eurasian Review of Geopolitics) e in serbo croato (Limesplus).
br. "È mio dovere prospettarvi determinate realtà dell'attuale situazione in Europa. Da Stettino nel Baltico a Trieste nell'Adriatico, una cortina di ferro è scesa attraverso il continente. Dietro quella linea giacciono tutte le capitali dei vecchi Stati dell'Europa centrale e orientale." Così Winston Churchill nel famoso discorso del 5 marzo 1946 alla Camera dei Comuni britannica. Quasi mai la storia si ripete uguale a se stessa. Per questo il quinto volume di Limes del 2022 è intitolato "La cortina di acciaio", a segnalare le due grandi differenze tra la storica cortina di ferro e l'attuale scenario europeo. Primo: la guerra ucraina sta approfondendo un nuovo fossato, in parte già esistente e che a differenza dell'originaria cortina di ferro è spostato molto più a est, sula verticale Baltico-Mar Nero. Secondo: se la cortina di ferro si rivelò nel tempo relativamente permeabile al dialogo tra le due superpotenze, grazie a una grammatica comune figlia anche del corale sforzo bellico contro il Terzo Reich, lo iato che oggi si apre tra Russia e resto d'Europa - afferente all'America in termini geostrategici - si prospetta potenzialmente più ampio e difficile da colmare. Da questa considerazione prende le mosse il volume, le cui tre parti indagano: le implicazioni strategiche del conflitto sul rapporto Russia-Europa e sugli schieramenti globali (Parte I: Dal ferro all'acciaio); lo stato attuale del conflitto e i rischi di escalation incontrollata (Parte II: Guerra senza limiti); le conseguenze militari e geopolitiche della storica prospettiva di riarmo tedesco (Parte III: La Germania corre alle armi, e gli altri?). In appendice La storia in carte a cura di Edoardo Boria.
ill., br. Il gas è importante nella strategia di Eni, in direzione della neutralità carbonica nel 2050: fra tutti i combustibili fossili, il gas naturale è uno di quelli con la minore impronta carbonica. Eni, nella produzione e nel trasporto di gas, punta a diminuire sempre di più le emissioni, con l'impiego di processi e tecnologie all'avanguardia. Il gas è un elemento fondamentale anche per rafforzare la sicurezza degli approvvigionamenti di energia: l'utilizzo del gas nel mix produttivo, insieme alle rinnovabili, rientra nei progetti finalizzati all'accesso all'energia nei Paesi che ospitano le attività di Eni, in linea con gli Obiettivi di Sviluppo Sostenibile (SDGs) delle Nazioni Unite. La nostra presenza nel mondo ci consente di rispondere in modo adeguato alle crescenti richieste di energia. In questo contesto, la crescita del GNL (gas naturale liquefatto) apre per Eni nuovi orizzonti a livello globale.
Il libro analizza il rapporto tra commercio estero e geopolitica, studiando le principali tipologie di restrizioni al commercio internazionale che vengono poste dagli Stati per motivi politici, strategici e di sicurezza (sanzioni, embarghi, controllo delle esportazioni, screening degli investimenti, liste di controllo). Nei saggi si affrontano temi come: la geopolitica delle sanzioni, il problema del fattore economico nei rapporti transatlantici, le secondary sanction americane, i fenomeni di de-globalizzazione, l'uso del sistema finanziario nelle sanzioni americane, la trade compliance, il rischio cyber, gli interessi finanziari dell'UE, le blockchain e la sicurezza digitale, le guerre commerciali, l'export control, le politiche sanzionatorie. Nel volume sono illustrate e analizzate le trasformazioni avvenute nel 2019 e 2020 nei regimi sanzionatori verso l'Iran, la Russia, il Venezuela, Cuba e la Corea del Nord. Prefazione di Ivan Scalfarotto e Adolfo Urso. Curatori: Paolo Quercia, Zeno Poggi. Prefazione: Ivan Scalfarotto, Adolfo Urso.
br. Stati Uniti e Cina stanno combattendo una lotta senza esclusione di colpi per il controllo del 5G, la rete di telecomunicazioni ultraveloce e ultrapotente; e si affrontano, con altrettanta determinazione, per conquistare il primato nell'intelligenza artificiale e nella robotica. Stiamo precipitando in un secondo girone della rivoluzione digitale, che promette rivolgimenti rispetto ai quali i vent'anni alle nostre spalle sembreranno solo una pallida premessa; e per controllare le tecnologie e le industrie che sono la chiave di questo futuro è scoppiata una nuova guerra fredda tra l'America, che ha governato i decenni passati, e la Cina, che sta rivendicando la leadership per il domani. La posta in gioco è il comando tecnologico nel Ventunesimo secolo e - di fatto - il primato geopolitico. Un nuovo tipo di colonialismo ne è conseguenza: i territori e i loro abitanti diventano "miniere di dati", la materia prima da sfruttare per la supremazia nelle industrie del futuro. Tramontati gli anni della globalizzazione senza vincoli, la difesa della sovranità digitale s'impone per proteggere lo sviluppo dell'economia e la libertà degli individui.
br. In questa serie di colloqui, l'ottantacinquenne linguista e politologo statunitense analizza il mondo contemporaneo e le tensioni che lo animano, denunciando i «sistemi di potere» - governi, organismi finanziari, multinazionali - che alimentano divisioni nella società allo scopo di assoggettare gli individui. A finire sotto il suo sguardo chirurgico non è solo il nuovo imperialismo americano, che perpetua persino sotto Obama strategie consolidate, ma anche il potere, più recente e oramai forse più invasivo, del capitale finanziario transnazionale, che ha scalzato quello legato all'industria e al commercio. È il potere delle multinazionali, della BCE e dei fautori dell'austerity, che impoverisce il ceto medio e tiene sotto scacco l'Europa. Sono questi «sistemi» a muovere una nuova guerra di classe contro i lavoratori e la società, una guerra che non può che essere «unilaterale». Al servizio del potere, oggi come sempre, la macchina della propaganda, che induce nuovi bisogni e crea sottomissione. «Il potere non si suicida», dice Chomsky, ma alcune forme di democrazia partecipata e di cittadinanza attiva emergono a contrastare la sua forza schiacciante: il movimento Occupy e gli indignados, la gestione operaia delle fabbriche, le rivolte della Primavera araba dimostrano che lottare per migliorare le cose è possibile. A patto di non sedersi davanti alla tv: Chomsky interviene qui, infatti, anche su questioni di politica culturale, facendo il bilancio della sua lunga attività di linguista e denunciando lo stato della cultura e dell'istruzione attraverso un'acuta critica ai libri elettronici, a Twitter e ai social network.
ill., br. Sembra di vivere nel film "The day after" (1983), in quella cittadina del Kansas dove la vita scorre tranquilla accanto ai silos dei missili nucleari, con la gente che il giorno prima ascolta distrattamente le notizie sul precipitare della situazione internazionale, finché vede i missili lanciati contro l'URSS e poco dopo spuntare i funghi atomici delle testate nucleari sovietiche. Questo libro ricostruisce la storia della corsa agli armamenti nucleari dal 1945 ad oggi, sullo sfondo dello scenario geopolitico mondiale, contribuendo a colmare il vuoto di informazione creato ad arte su questo tema di vitale importanza. Si è diffusa la sensazione che una guerra nucleare sia ormai inconcepibile e si è creata di conseguenza la pericolosa illusione che si possa convivere con la Bomba. Ossia con una potenza distruttiva che può cancellare la specie umana e quasi ogni altra forma di vita. Lo possiamo evitare, mobilitandoci per eliminare le armi nucleari dalla faccia della Terra. Finché siamo in tempo, il giorno prima.
brossura La guerra avanza, ma non è quella che il mainstream politico-mediatico fa apparire ai nostri occhi. Per capirlo non si può restare al fermoimmagine di ciò che accade in Ucraina. Si deve guardare il docufilm degli eventi che, dalla fine della Seconda guerra mondiale ad oggi, hanno portato all'attuale situazione. Cruciale è il momento in cui, finita la Guerra fredda con la disgregazione dell'URSS, gli Stati Uniti e le altre potenze dell'Occidente impongono il loro ordine unipolare, la loro egemonia economica con la globalizzazione, il loro pensiero unico con il tentacolare apparato multimediale, mentre USA e NATO demoliscono con la guerra gli Stati che sono di ostacolo ai loro piani di dominio. Su questo sfondo si colloca l'operazione militare russa in Ucraina. Essa non è solo la risposta alla escalation USA-NATO, anche nucleare, che mette in pericolo la sicurezza della Russia. È la risposta alla pretesa dell'Occidente di mantenere un mondo unipolare sotto il proprio dominio. Si apre così la sfida del nuovo periodo storico, quella di costruire un mondo multipolare.
br. "Le pagine di 'Contagio Rosso' nascono da una cattività forzata, quella del Coronavirus e del lockdown, e scandagliano una materia inquietante, quella di un'Italia che si fissa nello specchio di Xi Jinping. Il Belpaese, struzzo geopolitico, pratica un pavido neutralismo di facciata. A uno a uno, però, vengono fuori i tic dei palazzi romani alle prese con una mappa geopolitica mondiale in vorticoso riordino. Ci sono previsioni strategiche azzardate, ma anche complessi culturali e antiche sudditanze. C'è, anche, la convinzione di poter essere una tessera decisiva nel mosaico di potere della Cina".
ill., br. Che cosa unisce il Sahara all'Ucraina, Haiti e il Congo, il Pakistan e il Myanmar? La storia di comunità divise da linee tracciate sulla carta, confini che cambiano provocando deportazioni di intere popolazioni, monarchi che non vogliono abbandonare il loro scranno, frontiere illegali che creano ghetti, lasciti coloniali che provocano guerre... In questo volume - scritto a più mani e curato da Emanuele Giordana senza intenti di esaustività ma rappresentativo delle differenti tipologie di frontiere contese - si racconta la geopolitica dei confini analizzando alcuni casi emblematici, per concludere con un inquadramento storico e letterario sul concetto di confine, un'analisi sociologica sulla sua mediatizzazione come nel caso delle tragedie del Mediterraneo e uno sguardo a una situazione di portata globale più emblematica tra quelle attuali che si va consumando attorno al 38º parallelo.
br. Nella contemporaneità il confine tra azioni pubbliche e private si è assottigliato. La "spettacolarizzazione" di guerre come quella del Golfo del 1990 o quella russo-ucraina del 2022 ne è un emblematico paradigma. Viviamo in una realtà in cui è problematico individuare l'identità culturale di un popolo e dove ogni idea o sentimento trova sostanza solo nella comunicazione, nella condivisione pubblica. Analizzare e comprendere le profonde interconnessioni tra l'estetica, quale indagine dei comportamenti socialmente riconoscibili, e le forze economico-politiche che agiscono nella società appare quindi necessario, se non indispensabile, per determinare le dinamiche dell'esistenza, individuale e collettiva.
ill., br. Il saggio si pone l'obiettivo di affrontare il complesso tema del dominio dello spazio cibernetico, mettendo a paragone le condotte degli attori internazionali in questo "nuovo ambiente" che, dall'avvento di Internet, funge da arena di scambi relazionali e nuovo teatro di operazioni belliche. Dopo terra, mare, cielo e spazio, emerge così una "quinta dimensione" che non tarderà ad affermarsi come nuova frontiera della sovranità statale. Il nuovo termine coniato dalla cyber security sarà, infatti, "sovranità digitale". La sfida è anzitutto internazionale, e come molte sfide internazionali, vi sarà molto che gli Stati non potranno controllare. Da chi realmente vogliamo essere sorvegliati? La prefazione è del giornalista Paolo Borrometi e la postfazione è di Leonardo Agueci, già Procuratore aggiunto della Repubblica di Palermo.