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br. Le nuove convinzioni penetrano nella mente in silenzio, senza assolutismi, senza fanatismi, senza sospette passioni viscerali "L'utopia minimalista cerca una via d'uscita alla tenaglia che inchioda i due opposti polari dell'indifferenza e della protesta tutta esteriore, infantile e paranoica." Romano Màdera "In una prospettiva sorprendente, Utopie minimaliste esplora il territorio di frontiera tra etica pubblica e interiorità." Alessandro Zaccuri Massimaliste sono le utopie che hanno dominato il secolo scorso. Con la promessa di un mondo migliore hanno seminato violenze peggiori di quelle che intendevano combattere. Ma una società senza utopie rappresenta uno scenario altrettanto preoccupante. In questo libro, riproposto in una nuova edizione rivista e aggiornata, Luigi Zoja esplora l'utopia come bisogno psicologico primario e mette in risalto il valore di un approccio minimalista, capace di intervenire direttamente e con forza sulle nostre vite occupando uno spazio psicologico prima ancora che politico. Un libro ricco di intuizioni e spunti di riflessione utili per muoverci in questo nostro presente incerto e per non ripetere gli errori del passato.
PARIS, Ed. Universitaires - 1974 - Coll. "Citoyens" - In-12 - Broché - Couverture illustrée - 193 pages - Très propre, bon exemplaire
br. In tutta Europa è in atto una vera e propria contro-rivoluzione che attacca i fondamenti liberali del continente. Alcuni dei 'controrivoluzionari' sono neofascisti, altri sono neocomunisti; alcuni sono contro l'austerità, altri contro i musulmani; alcuni sono secessionisti, altri nazionalisti; alcuni sono moderati, altri estremisti. Ma tutti hanno una cosa in comune: sono contrari all'ordine liberale e ai suoi progetti chiave come l'integrazione europea, il liberalismo costituzionale e l'economia liberista. In tutta l'Europa il sistema liberale pare sgretolarsi. Non solo a Varsavia o Budapest, ma anche a Londra, Roma, Atene e Parigi. I cittadini europei si sentono arrabbiati e in pericolo. La violenza politica è in aumento. Come è possibile che un continente prospero e pacifico stia andando in pezzi? Jan Zielonka, liberale di lungo corso, riflette in modo critico e autocritico sulla caduta del liberalismo e sulla nascita di movimenti populisti in tutto il continente partendo da un dato: i populisti guadagnano voti perché i liberali hanno completamente screditato il loro nobile progetto. La lista delle colpe dei liberali dal 1989 è lunga: le diseguaglianze sono drammaticamente cresciute, l'evasione fiscale si è diffusa, i tagli alla spesa sociale sono ben noti. I liberali non hanno davanti una strada facile: quanto prima capiranno il senso di quel che sta accadendo, tanto maggiori saranno per loro le possibilità di rendere di nuovo credibile il loro progetto.
br. Il periodo storico in cui siamo collocati è informato da una visione di matrice liberale e da un indirizzo economico capitalista. Ma cosa significhi qui davvero "liberale" e quale nesso vi sia con il capitalismo è tutt'altro che ovvio. Il primo compito che questo testo si assume è dunque quello di fornire un chiarimento circa la genesi di lungo periodo della "ragione liberale" in Occidente, seguendone la maturazione dal XVII secolo al presente. Questo passo è necessario per identificare cosa conti come nucleo centrale e cosa come periferia accessoria nello sviluppo liberale. In seconda battuta il testo mira a identificare la logica di fondo che alimenta la ragione liberale, logica che nutre i processi capitalistici, ma va ben al di là di essi. Ne emerge un quadro in cui la ragione liberale non ha più bisogno di essere "rappresentata" perché ha occupato tacitamente l'intero spazio concettuale del politico. Essa gioca oramai tutte le parti in commedia, maggioranze e opposizioni, destra e sinistra, dissimulando la sistematica operazione di distorsione di senso che ha operato. Accade così che le ramificazioni della ragione liberale si siano insediate in intellettuali e movimenti che si ritengono "neutrali", o persino "anticapitalisti". E questa occupazione, pervasiva quanto inavvertita, sta alla base della percepita impossibilità di concepire alternative, e dunque dello scacco perenne in cui si agita la coscienza contemporanea.
Paris, Gallimard, 1968. In-12 broché couverture illustrée de 245 pages. Bon état Collection Idées
Come nuovo – L’deologia fascista in Francia. Prima Edizione
cm. 17 x 24, 280 pp. con 4 tavv. f.t. Biblioteca della ?Rivista di storia e letteratura religiosa? - Studi 553 gr. 280 p.
ill., br. Il volume, oltre ai disegni della coppia Zap e Ida, raccoglie i pareri di cittadini bolognesi sull'operato di Cofferati a due anni dall'elezione. Le osservazioni che, alla fine, gli autori ne hanno dedotto, è che Cofferati risulta gradito alla quasi totalità dei pensionati interpellati. Piace anche a tanti che avevano votato per Guazzaloca. Non piace ai giovani e ai lavoratori delle categorie piú diverse che avevano votato per lui; ovviamente non a tutti, ma sicuramente alla stragrande maggioranza di loro.
br. Che fine ha fatto il referendum del 2011 sull'acqua pubblica? I governi che si sono succeduti hanno stravolto la volontà dei cittadini. Il movimento per l'acqua ha continuato a battersi, riuscendo anche a far nascere un apposito intergruppo parlamentare. Nei cassetti delle Camere dorme una proposta di legge per attuare il referendum; ma forse qualcosa comincia a muoversi. Per questo gli appelli che padre Alex Zanotelli ha lanciato da Napoli - «l'unica grande città in Italia che ha avuto il coraggio di obbedire al referendum sull'acqua» - rimangono di bruciante attualità. Perché... Introduzione di Paolo Carsetti.
br. Ancora negli ultimi giorni del conflitto, e a un passo dalla vittoria, le forze alleate si impegnano in Italia, da nord a sud, in un mirato sostegno a istanze separatiste ai fini del contenimento delle sinistre. Affidata ad un esordiente Eugenio Cefis, e ad un ancor più giovane Gianfranco Miglio, questa strategia finisce per incrociarsi con un complesso apparato di istituti culturali federalisti, emanazione della CIA, che gli anglo-americani impongono sul continente, al fine di controllarne il futuro geopolitico. Via via che il verbo etnico e identitario si fa paradigma di questi movimenti, il federalismo diventa in Italia il laboratorio di una trama sottile volta a creare un'ulteriore opzione alla deriva a sinistra del Paese: quella della sua disgregazione in macro-regioni distinte per criteri etnici da sottrarre a uno Stato centrale, una volta caduto sotto il governo del PCI. Le ombre dei servizi, delle logge e dell'eversione nera entrano così in scena, senza esclusione di morti eccellenti quanto ambigue, fino al frutto di questo progetto politico e al suo leader, la Lega di Umberto Bossi. Di qui sono le maglie della P2 a raffinare il progetto e poi, mentre Tangentopoli dissolve l'equilibrio politico della Penisola, Licio Gelli in persona a siglare, fuori dai clamori, l'intesa con una pletora di formazioni autonomiste innescate a sud dalla mafia. Un percorso destinato a mutare solo quando, a sorpresa, Silvio Berlusconi irrompe sulla scena, dirottando nel suo nuovo partito quelle medesime forze intese a impedire l'accesso dei comunisti al potere.
br. II peronismo emerge in Argentina tra l'espansione della civiltà liberale, borghese e capitalista e le reazioni a essa, nella delicata fase di passaggio dal liberalismo alla democrazia. In questo incrocio, si fa veicolo d'una peculiare via d'ingresso nella modernità, antiliberale e antiborghese. Il richiamo a un immaginario antico, plasmato da secoli di cattolicità, che postulava l'armonia sociale e l'unanimismo politico, dà forma a un singolare impasto d'integrazione sociale e autoritarismo, consenso e pulsione totalitaria, nazionalismo e socialismo. Pur con le sue caratteristiche singolari, Perón e il suo movimento trovano posto così nell'album di famiglia delle reazioni antiliberali che spazzarono con tanta forza il mondo latino e cattolico, d'Europa e d'America, a cavallo tra le due guerre.
br. In cima a una collina nel Monferrato c'è il pezzo di terra dove, un giorno, è approdata Lorenza Zambon con un piccolo gruppo di artisti, «in cerca di casa e di teatro». La casa c'era, anche se diroccata; gli alberi avevano quasi cento anni, il pozzo e la cisterna molti di più, ma in decenni di abbandono tutto era stato invaso e ricoperto da un intrico di vegetazione. Il primo gesto dei nuovi arrivati, dettato dalla paura di quella natura primordiale, fu ripulire, ridisegnare, svuotare. In quel vuoto prese forma il teatro; il pezzo di terra divenne, come avrebbe detto Hermann Hesse, una creazione. Un giardino. Alla scoperta di questa terra e della sua essenza più profonda ci guida Lorenza Zambon nelle pagine dense e allo stesso tempo limpide di questo libro. Nel suo microcosmo «lungo novantaquattro passi» incontriamo stagioni e personaggi, umani, animali e naturalmente vegetali, i loro colori, forme, profumi. Cose buffe e cose misteriose, come i vermi, la luna, l'aria; come la bellezza, il tempo, la storia e il mistero dell'appartenenza al nostro essere qui, e ora. Nel pezzo di terra ora è tracciato un sentiero, per sentirsi liberi, creativi e ritornare bambini mentre si diventa grandi.
Mm 115x180 Brossura editoriale , 122 pagine, copertina illustrata a colori. Buono stato. Spedizione entro 24 ore dalla conferma dell'ordine.
Yvon de Begnac Taccuini mussoliniani. , Il Mulino 1990, Copertina uso tela. Sovraccoperta plastificata con piccolo strappo alla testa del piatto ant. e lievemente sporca. Tagli sporchi di polvere in modo lievissimo. Pagine integre. Buono (Good) . <br> <br> <br> <br> 8815023992
br. Non sono uno storico né un esperto di filosofia ebraica, e nemmeno uno studioso del sionismo e dell'Olocausto; non pretendo di giungere a delle conclusioni scientifiche su questi argomenti. Il positivo sviluppo di nuovi orientamenti all'interno delle scienze ebraiche non può esentare il singolo dall'esprimere un giudizio su questi problemi, per arrivare a una visione del mondo chiara e personale. La diaspora, l'Olocausto, le questioni morali legate al contrasto arabo-israeliano e in particolare a quello con i palestinesi non sono questioni da lasciare esclusivamente a ricercatori e esperti, ma costituiscono una parte della nostra esistenza e della costruzione dell'identità di ognuno di noi. (A. B. Yehoshua).
ill., ril. Con l'autorevolezza del giornalista che ha attraversato e narrato otto presidenze americane, da Nixon a Obama, Bob Woodward rivela, con dettagli inediti, i retroscena della presidenza di Donald Trump, e i processi decisionali sulle maggiori questioni di politica interna ed estera. "Paura" è un reportage in presa diretta dalla Casa Bianca che mette sotto esame i dibattiti più scottanti e le risoluzioni più importanti decise all'interno dello Studio Ovale, della Situation Room, dell'Air Force One e della residenza privata del presidente. Woodward attinge a centinaia di ore di interviste, a verbali di incontri, appunti/diari, documenti privati e indaga su temi decisivi della politica estera americana - Corea del Nord, Afghanistan, Iran, Medio Oriente, NATO, Cina, Russia - riportando minuziosamente dialoghi e corrispondenze segrete. Spiega e documenta come sono state affrontate questioni politiche cruciali, dalle controversie commerciali all'immigrazione, dall'Accordo sul Clima di Parigi fino alle questioni sollevate dalla violenza razziale esplosa a Charlottesville nel 2017. Riporta le negoziazioni fra i consiglieri di Trump e Robert Mueller, il procuratore speciale nell'inchiesta del Russiagate, svelando, meeting dopo meeting, discussioni e strategie. Rivela come dirigenti e funzionari della Casa Bianca abbiano cospirato per far sparire dalla scrivania del presidente ordini esecutivi non ancora firmati, salvaguardando così il buon esito di delicate operazioni di intelligence. "Si è verificato niente di meno che un colpo di Stato amministrativo" scrive l'autore. "Un collasso nervoso dei vertici esecutivi della nazione più potente al mondo".
in-8°, 204 pp., broché. Bel exemplaire. [WE-3]
Seuil, Points, 1990. In-12 broché de 444 pages. Très bon état
br. Uscito originariamente nel 2013, il Manifesto accelerazionista di Alex Williams e Nick Srnicek è tra gli scritti politici più discussi e controversi degli ultimi anni. A partire da una critica a quella 'folk politics' di sinistra arroccata su nostalgismi ormai inattuabili, gli autori provano a immaginare quali possano essere i caratteri di una sinistra moderna che recuperi lo slancio prometeico inscritto nel suo DNA. E che finalmente si trovi a suo agio in un mondo nuovo, complesso e tecnologico. Postfazione di Valerio Mattioli.
brossura Marsiglia, autunno 1940. Simone Weil scrive una lettera al ministro dell'Istruzione della Francia di Vichy, Jérôme Carcopino, in polemica con lo "Statut des Juifs", di cui mette in luce incoerenze e assurdità, e afferma con forza la propria estraneità alla tradizione ebraica. Il tono con cui rivendica questa estraneità spiega, almeno in parte, anche uno dei suoi scritti più controversi, steso durante gli ultimi mesi di vita, a Londra, mentre lavorava per "France Libre": sono pagine di commento a un testo prodotto da una delle organizzazioni della Resistenza attive nella Francia occupata dai tedeschi. In esse Simone Weil approva le proposte xenofobe e antisemite di questa organizzazione della destra politica, suggerendo di procedere certo in modo non brutale, ma con l'adozione di misure discriminatorie (per esempio impedendo agli ebrei di insegnare nelle scuole), l'imposizione di un'educazione cristiana, l'eventuale privazione della nazionalità francese. Questa estraneità personale all'ebraismo, però, si alimenta nella Weil anche di una serie di ragioni teoriche, ovvero teologiche. In alcuni scritti stesi tra Marsiglia e New York, per la prima volta riuniti in questo volume, Simone Weil ritorna ossessivamente sulla differenza radicale che, a suo dire, separa e isola Israele dagli altri popoli del Mediterraneo antico. L'unicità di Israele, ai suoi occhi, sta tutta e solo nel suo rifiuto caparbio della idea del divino che dagli egizi si diffonde in tutte le altre culture mediterranee.
br. Assistiamo in tutta Europa all'ascesa di movimenti populisti, di destra e di sinistra, diversi tra loro ma accumunati dalla rivendicazione di un ruolo, quello di veri portavoce della volontà del popolo, e dall'attribuire alle élite, colpevoli di essersi appropriate della democrazia rappresentativa, l'origine di ogni male. Osservando con attenzione i miti democratici spesso evocati dai populisti, come il modello dell'antica Atene o la volontà generale di Rousseau, e analizzando i vari sistemi di formazione della maggioranza, il funzionamento dei suoi cicli e le problematiche insite nello strumento favorito dai populisti, il referendum, Albert Weale dimostra che quello della volontà popolare è, a tutti gli effetti, soltanto un mito. Non si può raggiungere alcun obiettivo democratico facendo finta che le cose siano più semplici di quello che sono o sostenendo che esista una volontà del popolo univoca. Il pluralismo è il cuore pulsante della democrazia ed esercitare responsabilmente il potere significa pensare con molta attenzione alle conseguenze delle scelte politiche e affrontare con onestà le obiezioni. Prefazione di Richard Bellamy. Con un saggio di Valentina Gentile.
DISPONIBILITÀ GARANTITA AL 99%; SPEDIZIONE ENTRO 12 ORE DALL'ORDINE. OTTIME CONDIZIONI GENERALI, MAI SFOGLIATO, LIEVE BRUNITURA, LIEVI SEGNI DEL TEMPO ALLA COPERTINA, TRACCE DI FIRMA IN ANTIPORTA. Operai e lavoratori non manuali sono soggetti, nelle società in cui vivono a ineguaglianze economiche, sociali politiche: qual è il loro atteggiamento nei confronti di questi fenomeni? Runciman scopre, attraverso un'indagine che investe quasi mezzo secolo di storia inglese e sfocia in un'inchiesta condotta nel 1962, che quasi mai l'insoddisfazione e il risentimento, per quanto acuti, corrispondono alla reale entità dell'ineguaglianza. L'indagine storica e quella sociologica occupano la parte centrale del libro, che contiene però anche un importante contributo alla teoria delle classi e un tentativo di mettere in rapporto i risultati empirici della ricerca con una teoria della giustizia sociale. Come sottolinea nella sua introduzione Angelo Pichierri, numerosi sono i temi che il lavoro di Runciman propone alla riflessione del lettore italiano: tra gli altri, i meccanismi usati dalla classi dominanti per frenare lo sviluppo di uno scontento potenzialmente egualitario, la frustrazione della "classe media", le trasformazioni della coscienza operaia, le motivazioni con cui le organizzazioni che rappresentano gli interessi di classe propongono rivendicazioni e riforme. Descrizione bibliografica Titolo: Ineguaglianza e coscienza sociale. L'idea di giustizia sociale nelle classi lavoratrici Titolo originale: Relative deprivation and Social Justice: A Study of Attitudes to Social Inequality in Twentieth-century England Autore: Walter Garrison Runciman Curatore: Angelo Pichierri Editore: Torino: Giulio Einaudi, Luglio 1972 Lunghezza: 437 pagine; 21 cm ISBN: 8806339931, 9788806339937 Collana: Volume 31 di Paperbacks e Readers Soggetti: Sociologia, Lavoro, Impiego, Lavoratori, Operai, Classe operaia, Classi sociali, Diseguaglianze, Classismo, Giustizia sociale, Scienze sociali, Società, Politica, Comunicazione, Inghilterra, Gran Bretagna, Regno Unito, Europa, America, Atteggiamento, Mentalità, Percezione, Comportamento, Reportage, Inchieste, Indagini, Ricerca, Studi culturali, Frustrazione, Odio sociale, Classe dominante, Ideologie, Ideologia, Classe media, Coscienza, Identità, Appartenenza, Razzismo, Discriminazioni, Interessi, Difesa, Tutela, Corporazioni, Industria, Associazioni di categoria, Diritti sociali, 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W. Laqueur Storia del terrorismo. , Rizzolo Editore 1978, Copertina uso tela con titolo dorato e lievemente stanca al dorso. Tagli sporchi di polvere, lievemente bruniti ai margini con piccolissime barbe e piccole fioriture. Pagine ingiallite, lievemente brunite ai bordi, con qualche sottolineatura a matita al testo. Collana "Collana Storica Rizzoli" . Buono (Good) . <br> <br> <br> <br>
In-8° pp. 334, bross. edit. con sovrac.
Paris, FM Fondations 1982. In-8 broché de 328 pages. Bon état