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brossura Aspettavano i liberatori ma arrivò l'inferno. Dove passarono però le truppe francesi, accaddero cose mai viste in quelle terre: stupri, rapine, saccheggi, omicidi, evirazioni e torture furono all'ordine del giorno... Appena sbarcati in Italia i Goumiers fecero subito vedere di che pasta erano fatti, in Sicilia, infatti, essi cominciarono a razziare e sequestrare donne del luogo considerandole "bottino di guerra" e le portarono via come prostitute. Queste violenze non vennero compiute solo in Sicilia ma proseguirono poi nel resto della penisola, concentrandosi sopratutto nel centro Italia e si arrestò solo nell'ottobre del '44 alle porte di Firenze, quando il corpo di spedizione francese fu trasferito in Provenza. Oltre mille omicidi, 60.000 donne stuprate e ben 180.000 violenze carnali.
brossura Aspettavano i liberatori ma arrivò l'inferno. Dove passarono però le truppe francesi, accaddero cose mai viste in quelle terre: stupri, rapine, saccheggi, omicidi, evirazioni e torture furono all'ordine del giorno... Appena sbarcati in Italia i Goumiers fecero subito vedere di che pasta erano fatti, in Sicilia, infatti, essi cominciarono a razziare e sequestrare donne del luogo considerandole "bottino di guerra" e le portarono via come prostitute. Queste violenze non vennero compiute solo in Sicilia ma proseguirono poi nel resto della penisola, concentrandosi sopratutto nel centro Italia e si arrestò solo nell'ottobre del '44 alle porte di Firenze, quando il corpo di spedizione francese fu trasferito in Provenza. Oltre mille omicidi, 60.000 donne stuprate e ben 180.000 violenze carnali.
ill., br. I manifesto di fondazione del futurismo, pubblicato su "Le Figaro" il 20 febbraio 1909 (quest'anno ne ricorre il centenario), si concludeva con le parole: "La nostra sfida alle stelle". Quel grido vitalistico incarna bene l'entusiasmo tragico del futurismo per la modernità, percepita come un'epoca di lotta e di espansione della potenza dell'uomo, lanciato alla "conquista del divino". Movimento prevalentemente artistico, il futurismo aveva l'ambizione di realizzare una rivoluzione totale che investisse ogni aspetto della vita dall'arte al costume - per creare l'italiano nuovo e, diversamente da altre avanguardie del primo Novecento, ebbe da subito una vocazione politica decisamente orientata in senso nazionalista. I futuristi esaltavano la violenza e la "guerra come igiene del mondo"; furono accesamente interventisti; nel 1918 fondarono un partito e un anno più tardi, con Mussolini, diedero vita ai Fasci di combattimento; parteciparono con D'Annunzio all'avventura di Fiume; simpatizzarono per il bolscevismo; si proponevano di abbattere la monarchia e scacciare il papa dall'Italia.
ill., br. «Eravamo sotto il Popera, sepolti nella neve, che cadeva fitta fitta. Un silenzio minaccioso ovunque. Sopra di noi, a mala pena riparati in fragili baracche, più di mille soldati, soli, tagliati fuori dal mondo. Guasta la teleferica. Travolte le linee telefoniche. Impraticabile il sentiero attraverso il nevaio basso per il rovinio delle valanghe.» Quando si arruola nel 1915, pochi giorni prima della dichiarazione di guerra, Guido Ranzoli è già un uomo adulto, di estrazione borghese, medico affermato. Le sue lettere dal fronte, dove è ufficiale medico, responsabile degli ospedali da campo, coprono un arco temporale che va dal suo arruolamento fino alla disfatta di Caporetto e si diradano progressivamente lungo l'ultimo anno di guerra. Racconta la vita nelle retrovie, poi in trincea e il suo è lo sguardo di un intellettuale borghese contrassegnato da un forte senso del dovere e da un grande attaccamento alla Patria, oltre che da un'intensa devozione alla famiglia e ai propri cari. Seguiamo in questo carteggio la parabola di un uomo che sprofonda nella guerra cercando di mantenere alti i propri valori e gli affetti. (Con inserto fotografico)
brossura Il turismo costituisce un fenomeno che nel corso del Novecento ha assunto una dimensione globalizzante, richiamando nel nostro paese soltanto negli ultimi decenni l'attenzione degli storici interessati soprattutto alla ricostruzione dei caratteri dello sviluppo economico e dell'evoluzione dei consumi nell'età contemporanea, più raramente agli aspetti istituzionali delle politiche turistiche che durante il fascismo trasformarono questo settore in un'arma non secondaria per la ricerca del consenso all'interno e in una vetrina delle realizzazioni del regime sul piano internazionale. Di fronte all'emergere della società di massa, il fascismo cercò di dirigere e orientare la nuova disponibilità di tempo libero dei lavoratori verso forme di uso collettivo e familiare con i treni popolari, le gite domenicali al mare e in montagna in autobus o in bicicletta, le colonie estive per i bambini, le crociere nei territori oltremare e i viaggi patriottici sui campi di battaglia e nelle province ottenute alla fine della Prima guerra mondiale, abituando gli italiani alle vacanze e contribuendo, pur nel condizionamento ideologico, a modificarne l'orizzonte culturale e geografico. Modificazioni nei mezzi di trasporto, trasformazioni degli stili di vita e diversificazioni delle strutture dell'accoglienza si accompagnarono alla diffusione di pratiche turistiche sviluppatesi tra gli anni Venti e Trenta fra fasce di popolazione più ampie rispetto al periodo antebellico, sia con il supporto delle tradizionali organizzazioni turistiche nate in età liberale, sia con le organizzazioni di massa del regime. Durante gli anni Trenta il turismo divenne un comparto dello Stato imperniato su un'organizzazione istituzionale a forma piramidale, che rifletteva la chiara funzione politica attribuita al settore dal fascismo e finalizzata allo sviluppo, all'incremento e al sostegno ai viaggi e alle gite di quei segmenti sociali più ampi, soprattutto i ceti urbani e quello alto-borghese, che nell'età liberale aveva incarnato la facies del turista italiano.
br. Il 9 giugno 1942 Eugenio Corti partì volontario per la campagna di Russia, l'esperienza decisiva della sua vita, in cui maturò la risposta alla vocazione di scrittore. Le immagini che vide, le storie che incontrò e il gelido calvario della Ritirata, si verseranno poi nelle pagine dei suoi capolavori, "I più non ritornano" e la grande saga del "Cavallo rosso". Ora, grazie a queste preziose lettere, qui pubblicate per la prima volta, possiamo conoscere particolari inediti di quella tragica avventura e del cantiere remoto di un narratore assetato di verità e di bellezza.
br. In questo volume, oltre all'autobiografia di James Strachey Barnes fino al 1939, sono raccolte alcune importanti interviste che l'Autore ebbe con Benito Mussolini, utili ad arricchire il quadro dei rapporti storici tra Italia e Inghilterra tra le due guerre mondiali. Introduzione di Luca Gallesi.
br. Gaetano Azzariti (Napoli 1881 - Roma 1961) fu magistrato del Regno, segretario per la revisione dei codici delle colonie e segretario particolare dei ministri Scialoja e Mortara nell'Italia liberale giolittiana. Potente direttore dell'Ufficio legislativo per tutta l'epoca fascista, consigliere di Corte d'Appello e presidente di sezione della Cassazione, dopo l'emanazione delle leggi razziste del 1938, che contribuì a redigere, divenne anche presidente del Tribunale della razza. Alla caduta del fascismo, fu brevemente ministro di Grazia e Giustizia durante il governo Badoglio. Dopo la guerra, sottoposto a procedimento di epurazione, riuscì a sottrarsi alla richiesta di messa a riposo e anzi venne cooptato da Palmiro Togliatti nel Ministero di Grazia e Giustizia, dove contribuì a scrivere l'amnistia per i reati fascisti del 1946. Dal 1957 fu giudice della Corte costituzionale repubblicana, diventandone presidente l'anno dopo e fino alla morte. In tale veste redasse la storica sentenza n. 1 della Corte, e fu protagonista di aspri scontri con i primi governi repubblicani. Gaetano Azzariti è stato dunque un uomo in grado di attraversare la storia del nostro paese sempre in posizioni di primo piano e di passare indenne attraverso tutti i cambiamenti più traumatici, dal regime liberale alla dittatura fascista, e da questa alla democrazia. Onorato da una via a lui dedicata a Napoli e da un busto al palazzo della Consulta, la sua vicenda iniziò a fare scandalo nel 2015; in seguito, la via venne cancellata e intitolata a una bambina ebrea deportata, mentre il busto venne rimosso, ufficialmente per restauro. Il nodo centrale era, naturalmente, il Tribunale della razza e il ruolo del magistrato nel regime fascista. In questo libro, Massimiliano Boni mette in luce per la prima volta, grazie anche a documenti inediti, la vicenda paradigmatica di Azzariti, uomo di apparato, la cui carriera inesorabile lo vide sempre ai vertici, inamovibile al mutare degli eventi, ogni volta proteso verso nuovi traguardi, raggiunti a costo di tanti silenzi e compromissioni.
brossura I quarantacinque anni di storia del «Bagno Brunella» di San Vincenzo, dal 1950 al 1994, raccontano una vicenda familiare per molti tratti comune ad altri imprenditori locali, che grazie alla loro lungimiranza hanno aperto un nuovo capitolo di storia sociale ed economica nella comunità di appartenenza.
ill., br. ll presente volume raccoglie alcuni studi di storia militare normanna condotti nel corso degli ultimi quattro anni (...). La tesi centrale espressa fra queste pagine pertiene la non trascurabile influenza esercitata, sulla conquista normanna del Sud Italia, dalla componente etnico-culturale vichinga. (...) Non è possibile comprendere la conquista del Meridione d'Italia, da parte dei normanni, se si prescinde dall'impronta marcatamente scandinava della stessa. Nonostante parte della storiografia contemporanea abbia considerato tale interpretazione superata (...), risulta arduo negare che le dinamiche comportamentali di gruppo adottate nel nostro Mezzogiorno, rispecchiassero più l'anima vichinga, che quella franca. (...) Le saghe evidenziano il loro spirito di corpo; l'adesione a un gruppo culturale ed etnico specifico, costruito su quei valori tipicamente muscolari, peculiari di ogni società guerriera tradizionale. Il culto della forza e del valore nelle armi fra i normanni, riecheggia quello dei loro antenati, per quanto sia innegabile che costoro avessero modificato radicalmente i loro costumi, adeguandoli in buona parte a quelli franchi.
br. Tra la fine dell'Ottocento e gli inizi del nuovo secolo, all'emigrazione economica si sovrappose e si mischiò anche quella politica e in particolare quella dei socialisti e degli anarchici in fuga dall'Italia di Crispi. Tra le diverse diaspore italiane, quella degli anarchici ebbe un ruolo del tutto particolare, caratterizzata da un'elevata mobilità circolare fatta, oltre che di militanti, anche di giornali, riviste, fogli unici e, con essi, editori, pubblicisti e redattori. È all'interno di questo contesto che si posiziona la figura di Roberto D'Angiò che potremmo definire come una sorta di «redattore errante». La sua attività politica ed editoriale infatti si sviluppa tra Italia, Egitto, Inghilterra, Uruguay e Argentina esprimendosi in italiano, spagnolo e francese, anche perché «pur cambiando l'idioma si parlava lo stesso linguaggio». Un segmento dell'esperienza dell'emigrazione politica di fine secolo che va ad aggiungersi ad un quadro storicamente complesso che privilegia un approccio transnazionale allo studio delle migrazioni e dei movimenti politici.
br. "Preghiamo anche per i perfidi giudei", così recita nel venerdì santo il Missale romanum di Pio V, pubblicato nel 1570, sintetizzando l'immagine degli ebrei nella liturgia latina. Stanno qui le radici di uno stereotipo antisemita che le traduzioni in volgare dei testi liturgici introiettano nella mentalità cattolica. Ma dal tardo Settecento la cultura cattolica comincia a interrogarsi su questo "insegnamento del disprezzo" trasmesso dal culto pubblico e ufficiale della chiesa. Gli eventi culminati nella Shoah avviano poi un decisivo confronto con la storia, portando a un riesame del rapporto con gli ebrei. Lo testimoniano tormentati rifacimenti della preghiera del venerdì santo da Giovanni XXIII fino ai nostri giorni.
ill., br. Storia di un «tradimento» tra la fucilazione di Mussolini e l'oro di Dongo. L'omicidio di due partigiani comunisti, la morte di Mussolini, l'oro di Dongo: una delle pagine più oscure della storia della Resistenza. Fondatore della 52a Brigata partigiana «il capitano Neri» è un comunista da sempre sospetto alle gerarchie del Pci milanese e al Comando regionale delle Divisioni Garibaldi. Arrestato dalla Brigata Nera sul lago di Como nel gennaio del 1945 con Giuseppina Tuissi, la staffetta «Gianna», riesce a fuggire ma, accusato di tradimento, viene condannato a morte con la compagna di lotta da un tribunale partigiano. Reintegrato nella «sua» brigata, è fra i protagonisti della cattura e della morte di Mussolini, sventa il tentativo di consegnare il Duce agli Alleati, cura l'inventario del «tesoro» di Dongo, è testimone infine della decisione di Pietro Terzi «Francesco», commissario di guerra del Pci, di fucilare Mussolini e la Petacci. I due cadono a Giulino di Mezzegra per mano di Michele Moretti «Pietro Gatti», di Walter Audisio «colonnello Valerio» e di Luigi Canali che esploderà i due colpi di grazia. Il 7 maggio 1945 «il capitano Neri» scompare a Como: ucciso perché conosceva troppi fatti scomodi o perché in dissenso con i vertici del Pci? «Gianna» ne seguirà la sorte un mese dopo. (Con inserimento fotografico)
br. La storia di Emilio Colombo detto "Filopanti", narrata connettendo tra loro fonti di varia natura, orali, d'archivio, pubblicazioni. Il ritratto di un protagonista del Novecento nel contesto della storia del movimento operaio e della Resistenza partigiana.
ril. Esito di un convegno di studi in memoria di Gian Mario Bravo (1934-2020), questo volume è qualcosa di più di una tradizionale raccolta degli atti di un simposio accademico. Tutti i saggi contribuiscono in maniera originale alla ricostruzione degli itinerari di ricerca di uno dei maggiori storici del pensiero politico del secondo Novecento e sviluppano i risultati delle ricerche di Bravo nel campo delle dottrine politiche e in particolare del socialismo, del marxismo e dell'anarchismo. Si presentano pertanto inedite piste di ricerca in confronto critico col dibattito internazionale contemporaneo. L'ampia sezione di ricordi e testimonianze sulla vita e l'impegno civile e politico di Bravo costituisce, inoltre, una raccolta di fonti, configurandosi come un tentativo, implicito ma autentico, di gettare lo sguardo individuale su alcuni processi storici, di diversa portata, che hanno caratterizzato i decenni a cavallo tra XX e XXI secolo.
br. "Quando una persona si aggira per Bolzano, sia un bighellone perdigiorno o un iperattivo pieno di appuntamenti fissi, presto o tardi, voglia o non voglia, finisce regolarmente per imbattersi in uno degli svariati palazzi della Provincia. Non so quanti siano. Ma sono tanti. Sono imponenti. Sono onnipresenti. La Provincia, a Bolzano, non è irrilevante, non è indifferente, ossia, fuor di litote e fuori dai denti: è pressoché onnipotente. E come quelli che hanno già molto, o moltissimo, anche la Provincia vorrebbe sempre di più, cioè ancora più competenze, oltre a quelle che le spettano in base allo Statuto di Autonomia e relative Norme d'Attuazione. Vai in Provincia, chiedi alla Provincia, fai domanda in Provincia, sono tutte espressioni correntemente in uso presso i bolzanini, i meranesi, i brissiniesi, i brunicensi, i venostani, i pusteresi, i gardenesi e badioti e tutti gli altri indigeni, oltre che presso i forestieri avventizi o stabili o stabilizzandi": ma cosa vuol dire vivere da provinciale a Bolzano o dintorni? Lo racconta Alessandro Banda, trattando diffusamente della biografia dell'unico altoatesino (o sudtirolese) che egli conosca davvero bene, e cioè se stesso. Un'insolita guida agli aspetti, noti e meno noti, che caratterizzano Bolzano, Merano, Bressanone e le altre località dell'Alto Adige, scritta con l'occhio di un perenne outsider che registra i paradossi delle invasioni turistiche, delle passeggiate panoramiche, dei luoghi comuni delle guide.
ill., br. Intrighi, spionaggio, tradimenti, false piste. Quella contenuta in questo saggio storico potrebbe sembrare la trama di un giallo dalle svolte mozzafiato, invece è una biografia, il cui protagonista è Luca Ostèria, alias dottor Ugo Modesti, agente speciale dell'Ovra, meglio noto come «dottor Ugo» o semplicemente «Ugo». Servitore del fascismo dal 1926 sino alla primavera del 1944, cambia bandiera in accordo con Guido Leto, allora capo della rediviva Ovra, e si mette a disposizione delle forze della Resistenza e degli Alleati. Antonio Quatela con dovizia documentale ripercorre le incredibili vicende di questo enigmatico manipolatore doppiogiochista che ha saputo cambiare pelle a seconda delle necessità e delle esigenze del momento. In ultimo, però, una domanda sorge spontanea: con la nascita della Repubblica e la democrazia, che fine ha fatto la super spia «dottor Ugo»? La risposta è naturalmente in queste pagine.
ill., br. Catalogo dell'esposizione allestita all'Accademia dei Georgofili dall'11 novembre al 18 dicembre 2014, la pubblicazione ripercorre le ricerche svolte nell'arco di tre secoli da illustri accademici che vollero indicare possibili soluzioni al problema della fame e dell'alimentazione in genere, soprattutto per le classi più povere, come ad esempio i contadini, indispensabili operatori nel contesto dell'organizzazione mezzadrile dell'agricoltura toscana. Una sezione è dedicata alla saggezza popolare, e riporta motti e proverbi toscani riguardanti il grano, coltura primaria in gran parte del mondo, e il pane, alimento ancora oggi vitale pur nelle sue innumerevoli varietà e manipolazioni.
br. Il richiamo alla "crociata" è prepotentemente riemerso nel dibattito politico e culturale dell'Occidente in seguito al terrorismo islamista. Perché, da tempo finite le spedizioni militari per la liberazione della Terrasanta, ritorna questa categoria? Per alcuni la sacralizzazione della violenza è elemento costitutivo della nostra civiltà. Per altri ogni "crociata" ha caratteri determinati dalle specifiche e irripetibili contingenze in cui si produce. Il libro fornisce una risposta diversa. La suggerisce una puntuale ricostruzione delle tappe che dalla Rivoluzione francese a papa Francesco hanno posto il richiamo alla crociata al centro dei momenti nodali della storia contemporanea. Dipanando il vario intreccio della politicizzazione del religioso con la sacralizzazione del politico che caratterizza quelle vicende, si coglie infatti come i profondi mutamenti semantici nell'uso della categoria si inseriscono all'interno di una continuità di cui la cultura cattolica, almeno fino a Bergoglio, si è fatta garante.
br. Cosa facevano un barone illuminista che scriveva lavori scientifici lasciandoli nel cassetto, una ex-modista parigina appassionata di nautili e altri molluschi marini, un botanico alle prime armi scambiato per un medico, un raccoglitore di lumache scambiato per untore, un figlio di esuli mazziniani che voleva unire idealmente l'Italia in un'inchiesta ornitologica, uno scrittore inglese con il pallino delle lucertole e di Darwin, e altri interessanti personaggi in giro per le Eolie durante il XIX secolo? Le esploravano per documentarne la flora e la fauna, e magari scoprirvi nuove specie. Questa semplice constatazione stride con il principale motivo di attrazione di molti viaggiatori naturalisti che si recavano nell'arcipelago, ovvero i suoi vulcani; Lazzaro Spallanzani, sul finire del Settecento, lo scrive espressamente, parlando di isole "figlie tutte quante del fuoco". Ma il secolo successivo è quello delle grandi intuizioni - la selezione naturale e l'evoluzione - che rivoluzioneranno la biologia e il pensiero scientifico, e che molto devono proprio allo studio delle isole e dei loro organismi vegetali e animali. Sebbene l'eco delle Galapagos sia ancora lontana, all'ombra dei vulcani eoliani si intrecciano intriganti vicende - scientifiche, ma anche umane - che avranno come protagonisti una moltitudine di scienziati, raccoglitori e dilettanti, impegnati nell'esplorazione della storia naturale dell'arcipelago, e che ci raccontano un'epoca e un territorio.
br. In pieno positivismo fa la sua ricomparsa il diavolo, un dispositivo complesso in grado di riattivare impulsi in ambito sociale che la secolarizzazione e la scienza sembravano aver posto al riparo da superstizioni e credenze. Désirée Lejeune, indemoniata, giungeva a Parigi negli anni in cui Jean-Martin Charcot consacrava i suoi studi all'isteria. Non si incontrarono. Il suo esorcista e direttore di coscienza, del tutto assorbito nel ruolo che ricopre e che abbraccia come una missione contro le nuove teorie mediche sull'isteria, rinomina l'intera esperienza della donna fissandola nel personaggio della posseduta. La vicenda, esaminata nel volume, rappresenta un osservatorio peculiare da cui indagare il processo di naturalizzazione e de-moralizzazione della malattia e la conseguente ridefinizione delle prerogative della scienza e della religione.
brossura I libri fanno scoppiare le rivoluzioni? È un quesito che molti storici, da Daniel Mornet a Robert Darnton, si sono posti. Di sicuro, le monarchie assolute della Restaurazione nutrirono la convinzione che dalla parola stampata potessero derivare quanto meno delle serie preoccupazioni. La censura preventiva, infatti, fu una prerogativa sovrana comunemente esercitata in quei contesti istituzionali. Nonostante ciò, il tema della vigilanza sulla produzione e sulla circolazione libraria nella prima metà dell'Ottocento non ha ricevuto fino ad ora grande attenzione specifica da parte degli studiosi. Le poche ricerche disponibili si limitano, in linea di massima, a ribadire l'uso della censura come strumento di mero controllo dell'opposizione politica, senza scendere nel dettaglio del suo concreto funzionamento. Grazie a una vasta mole di fonti primarie, questo volume cerca di far luce su questioni poco o nulla considerate, analizzando le norme, gli uomini, i princìpi e la prassi della censura preventiva e della polizia del libro in una delle realtà editoriali più dinamiche dell'Italia preunitaria.
ill., br. Nonostante siano trascorsi cento anni dall'inizio della Grande Guerra, dai cassetti meno frequentati delle nostre case riemergono ancora frammenti di quell'esperienza. Uno di questi è il diario di Domenico Bendin. Queste memorie di guerra e di prigionia, scritte su due sottili quadernetti che Domenico è riuscito, tra mille traversìe, a conservare durante la reclusione seguita alla rotta di Caporetto, ci raccontano la sua esperienza di soldato, dal giugno 1916 all'ottobre 1917, e di prigioniero, dal novembre 1917 al maggio 1918, data in cui il diario si interrompe per motivi non noti. Le pagine di Domenico Bendin ci comunicano in modo forte le sue esperienze: l'arruolamento, la guerra e poi la prigionia, che l'acquisita consapevolezza gli suggerisce di trasferire sulla carta, unico mezzo, ieri più di oggi, per trasmettere l'immagine di sé e dei propri sentimenti ai posteri. Ne escono squarci di vita che testimoniano quanto quell'esperienza lo avesse sconvolto e cambiato rispetto al Domenico partito dalla sua città nel giugno 1916.