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88183Kinshasa, B.K., 1974. 32 x 41, 10 grandes planches en couleurs, sous emboîtage pleine toile, bon état (plats défraîchis).
1958287551958. Large 4to. Orig. full illustr. cloth, orig. dust-jacket. Jacket w. a few tears. Internally fine. 422, (4) and richly illustr. w. plates, partly in colours.
1978C39075Tervuren, Musée royal de l'Afrique centrale 1978 vi + 121pp.+ 23 photos & 2 cartes, br.orig., bel état, 27x18cm., dans la série "Annales - série in-8, Sciences humaines" nr.95, [OCLC 5725250]
1958. Large 4to. Orig. full illustr. cloth, orig. dust-jacket. Jacket w. a few tears. Internally fine. 422, (4) and richly illustr. w. plates, partly in colours.
vi + 121pp.+ 23 photos & 2 cartes, br.orig., bel état, 27x18cm., dans la série "Annales - série in-8, Sciences humaines" nr.95, [OCLC 5725250]
567763Nerac, Imprimerie J. Owen, s.d. In-8 broché, 2 piqûres métal, 43pp, fig. in-texte. (Tiré à part du Bulletin de la Société d'Histoire de la Guadeloupe, n° 11-12)
6594P., Hachette & Cie, 1894, 1 vol. in-12 (182 x 115) relié 1/2 chagrin marron, dos à 4 nerfs, initiales L.B. en queue, de 300 pp.
193517405Paris Larose 1935 454 x 370 mm. une feuille
189320965Leipzig, Th. Grieben, 1893. Lex8vo. Cont. hcalf. Back gilt. Backs a little rubbed. Internally fine and clean. XII,361 pp. Fine textillustrations.
606042Benève, Musée Barbier-Müller, 1982. In-4 broché, couv. rempliée ill. en coul., 237 pp., 206 reprod. photogr. en n/b. et en coul., 2 pl. dépl., notes, index, bibliographie.
1376188Sare (Basses-Pyrénées): Institut Basque de Recherches, 1946 - 1947 2 fascicules in-8, 40-(2) pages et pp. 77-106, ill. Agrafé, couv. lég. défr., bon état.
196026106Ottawa, National Museum of Canada, (1960). Small 4to. 234 pp. Richly illustrated.
606065München, Prestel, 1988. In-4, rel. éd. pleine-toile beige sous jaquette ill. en coul.; 362 pp., front. en coul., très nb. ill. en n/b. et en coul. in et h.-t. (photogr., cartes, fig. etc...), texte en anglais sur 2 colonnes, bibliographie.
1885139370Couverture souple. Tiré à part de 37 pages, Couverture muette.
QWA-19954Casablanca, Editions d'Art Paul Bory, 1944, pet. in-4 br. (19,5 x 25,5), 255 p., E.O., tirage limité à 1000 exemplaires numérotés, celui-ci l'un de 475 exemplaires sur vergé; illustrations pleine page sur bois de Jean Hainaut dont 8 planches en coul., exemplaire non coupé, bon état.
San Sebastian, Auñamendi, 1969. 4to. menor; 237 pp. Dibujos entre el texto. Cubiertas originales.
ill., br. Il Candomblé è un culto sincretico afro-brasiliano nato dall'unione tra i culti africani e il Cattolicesimo, attraverso un processo dinamico e reinterpretativo in continua evoluzione. Originato dagli schiavi africani nelle piantagioni del Nord del Brasile all'inizio del Novecento, si è poi diffuso in tutto il paese, anche in grandi metropoli quali Rio de Janeiro e San Paolo, fino a diventare, nel corso dei decenni, un sincretismo popolare e universale praticato anche da ricchi e bianchi. L'importanza del Candomblé per la cultura brasiliana si coglie nella musica (il samba, l'axé), nella gastronomia (le specialità della cucina di Bahia), nelle arti visive e performative (la capoeira), nei modi di dire e persino nella maniera di pensare. I protagonisti del culto sono gli Orixás (come Ogum, Xangô e la dea-madre Iemanjá, che si saluta con "Odoyá!"), divinità meravigliose e superbe, ricche di umanità e di vizi, che esercitano un fascino particolare per i propri fedeli, i quali cadono in trance per riceverli. Il Candomblé insomma è qualcosa di più di una religione: è un modo di intendere la natura, la spiritualità, il rapporto con gli animali e gli altri uomini; una filosofia, se vogliamo, semplice ma profonda; un decodificatore di simbologie universali, di archetipi, di mitologie. Il Candomblé permea, profuma, condisce il Brasile di oggi; se non ci fosse stato e se non resistesse ancora, questo paese, questa cultura e questo popolo sarebbero profondamente diversi. Quasi irriconoscibili.
Ottawa, National Museum of Canada, (1960). Small 4to. 234 pp. Richly illustrated.
Mm 210x300 Volume nella sua brossura originale, 101 pagine con numerose figure in nero e a colori nel testo. Copia eccellente, spedizione in 24 ore dalla conferma dell'ordine.
br. Non bisognerebbe affrontare le sfide del Ventunesimo secolo con l'armamentario concettuale e ideologico del Settecento, ma succede. La convivenza fra persone di provenienze diverse, portatrici di diverse esperienze, stili di vita e convinzioni, pone problemi complessi. Per una curiosa reazione, molti invocano soluzioni illusoriamente semplici - fili spinati, muri, quote di immigrati, fogli di via - rispolverando vecchissime teorie sull'insanabile differenza razziale fra popoli del nord e del sud. Questo testo cerca, al contrario, di stimolare qualche ragionamento. Prima di tutto, sulle responsabilità di molti scienziati nel fornire giustificazioni di comodo per lo schiavismo e il colonialismo; e poi su quanto le teorie della razza, che pure hanno generato sofferenze e conflitti enormi e reali, si siano rivelate irrealistiche, incoerenti e incapaci di farci comprendere la natura delle nostre differenze. "Gli africani siamo noi" racconta anche un po' delle cose che abbiamo capito da quando la biologia ha abbandonato il paradigma razziale: parla di come nel nostro genoma restino tracce di lontane migrazioni preistoriche; e anche di come forme umane diverse, forse specie umane diverse, si siano succedute e abbiano coesistito, finché sessantamila anni fa i nostri antenati, partendo dall'Africa, si sono diffusi su tutto il pianeta.
ill., br. Non bisognerebbe affrontare le sfide del Ventunesimo secolo con l'armamentario concettuale e ideologico del Settecento, ma succede. La convivenza fra persone di provenienze diverse, portatrici di diverse esperienze, stili di vita e convinzioni, pone problemi complessi. Per una curiosa reazione, molti invocano soluzioni illusoriamente semplici - fili spinati, muri, quote di immigrati, fogli di via - rispolverando vecchissime teorie sull'insanabile differenza razziale fra popoli del nord e del sud. Questo testo cerca, al contrario, di stimolare qualche ragionamento. Prima di tutto, sulle responsabilità di molti scienziati nel fornire giustificazioni di comodo per lo schiavismo e il colonialismo; e poi su quanto le teorie della razza, che pure hanno generato sofferenze e conflitti enormi e reali, si siano rivelate irrealistiche, incoerenti e incapaci di farci comprendere la natura delle nostre differenze. "Gli africani siamo noi" racconta anche un po' delle cose che abbiamo capito da quando la biologia ha abbandonato il paradigma razziale: parla di come nel nostro genoma restino tracce di lontane migrazioni preistoriche; e anche di come forme umane diverse, forse specie umane diverse, si siano succedute e abbiano coesistito, finché sessantamila anni fa i nostri antenati, partendo dall'Africa, si sono diffusi su tutto il pianeta.
br. La tematizzazione della violenza comporta l'assunzione della sua dimensione culturale, mutevole nello spazio e nel tempo, e della sua connaturata ambiguità, poiché la violenza si ascrive spontaneamente alla categoria del "male" ma può essere giustificata in nome di un "bene" o del "Bene". Superato il concetto di "civiltà" pregiudizialmente etnocentrico (prerequisito necessario ma non scontato), al cui vaglio ancora soggiace certa lettura dei fatti umani, la violenza perde i connotati dell'eccezionalità. Appare come elemento permanente e invasivo della storia umana, come una componente intrinseca ai comportamenti pubblici e privati, individuali e collettivi, quasi un dato impresso nel patrimonio genetico dell'umanità. In quest'ottica ogni cultura non può che incontrare varie forme di violenza e con esse variamente relazionarsi, per gestirle, neutralizzarle, indirizzarle, istituzionalizzarle, eventualmente fruirle. D'altra parte la violenza dell'essere umano non può essere ricondotta, in nome della sua riconosciuta generale pervasività, a mero fatto biologico, ad attitudine istintuale e animalesca, né liquidata come silenzio della coscienza, poiché trova sostanza nello "scorrere ininterrotto di pratiche, discorsi, parole e gesti costitutivi e costituenti". Questo libro propone una riflessione articolata e multidisciplinare sul tema della violenza verbale, cioè individuabile nella comunicazione orale e scritta, letteraria e mediatica, privata e pubblica, in modo esplicito ma anche implicito o neutralizzato. L'obiettivo è quello di cogliere aree di intersezione e contiguità come elementi di rottura, registrabili nel passaggio fra una lingua e l'altra, ma anche fra diversi contesti storico-culturali, nella convinzione che maturare una più profonda coscienza della comunicazione sia strumento indispensabile per "incontrare" l'Altro.
br. Se pensiamo alla caduta di Adamo ed Eva ci vengono subito alla mente i grandi affreschi sul peccato originale e sulla cacciata dall'Eden e non possiamo non considerare quella storia nei termini del mito, o della favola. C'è però molto altro, perché la caduta dei progenitori è stata concepita per molti secoli, e fin dentro la modernità, come il preambolo per comprendere la natura umana, da quel momento preda di passioni antisociali. Che cosa sarebbe successo alla nostra convivenza se Adamo ed Eva non fossero caduti, se fossero rimasti nello stato di innocenza? E questa la sorprendente domanda controfattuale che filosofi, teologi, intellettuali si sono posti non per immaginare un mondo perduto, ma per poter meglio capire il nostro. Dal rigore di Agostino alle narrazioni storiche di Tolomeo da Lucca, dal sempre innovatore Tommaso d'Aquino al francescano Ockham, da Wyclif a Suàrez e a molti altri, in un conflitto continuo e creativo di idee, di teorie, di immagini, di posizioni irriducibili e di aperture sempre nuove, lo stato d'innocenza è il luogo paradossale per pensare l'ambiguità della convivenza, l'ambivalenza della politica, il perimetro della natura umana. Tutt'altro che semplice favola, stato d'innocenza è uno dei nomi della realtà. Prefazione di Alex Comfort.
Madrid, Historia 16, 1989 ("Crónicas de América"). 4to. menor; 317 pp., 1 h. Cubiertas originales.
br. La creazione di un'area protetta destinata alla salvaguardia della natura è molto spesso occasione di conflitto, dal momento in cui contribuisce inevitabilmente all'alterazione degli equilibri localmente preesistenti, soprattutto sul piano sociale. Gli strumenti attraverso i quali si compie il turbamento sono quelli del vincolo, della regolamentazione e del controllo, il cui carattere egemonico ne acuisce gli effetti; il Parco Regionale della Maremma, oggi affermato e riconosciuto a livello internazionale, non fa eccezione. Istituito nel 1975, ha trovato da subito una netta opposizione da parte di quelle forze che ne temevano gli effetti limitativi, registrando numerosi episodi di resistenza, anche violenta. Se la maggior parte di quelle reazioni viscerali oggi può dirsi estinta, è anche perché nel corso degli anni l'economia locale si è riassestata proprio in virtù di quella presenza inizialmente problematica. Valutare l'impatto di un patrimonio naturale che diventa risorsa principale per il mercato turistico di una zona storicamente a vocazione agricola sarà uno degli obiettivi di questo lavoro.