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Edizione originale. Parziale perdita di qualche lettera appena sotto l’intestazione, in prima pagina, causa rimozione dell’etichetta d’invio; per il resto, uno straordinario esemplare intatto e senza alcuna sofisticazione; rarissimo in queste condizioni. Rarissimo numero primo e unico pubblicato: sole tre copie nel censimento ICCU (Centrale Firenze, BSMC Roma e APICE Milano), cui OCLC aggiunte l’esemplare del MART Rovereto. -- Espressione dell’immaginismo di qualità e intensità inversamente proporzionali all’effimera durata (praticamente il solo anno 1927), l’«immaginismo» italiano — che nulla ha a che vedere con l’imagism poundiano o con l’omonimo -ismo russo — «assumeva in realtà una poetica dell’immaginazione che sembrava ricorrere fino alla messa in scena del subconscio. […] L’immaginismo italiano era di fatto molto più vicino al surrealismo. […] Ed è certamente dal cinema che l’immaginismo italiano traeva la sua linfa più segreta» (Lista, p. 7-s). Animatori principali del movimento furono l’artista Vinicio Paladini e lo scrittore Dino Terra. Paladini veniva da quel crogiolo di avanguardisti e irregolari del principio degli anni ’20 che solo verso la metà del decennio e oltre chiariranno la direzione presa dalla propria parabola artistica; dopo un breve periodo di fiancheggiamento futurista, grazie alle intercessioni di Prampolini (si veda la vicenda legata al manifesto sull’Arte meccanica), Paladini si posizionava a distanza di sicurezza con l’intervento del 1927 «Arte d’avanguardia e futurismo», pubblicato prima sulla «Bilancia» poi in plaquette. Ed è proprio il gruppo gravitante attorno alla rivista romana (mensile ma aperiodico diretto da Umberto Barbaro) che riempirà le fila dell’immaginismo — per scioglierle subito e riformarle altrove. -- Il nome della rivista che fa da altoparlante del movimento, così come il marchio che la illustra (due ingranaggi che s’arrotano), reca precisa memoria dell’origine comunista di Paladini. L’apertura del fascicolo che lancia il movimento immaginista è affidata per intero all’artista russo-romano, che compone una pagina dominata da un incredibile ‘fotomontage’ in bianco e nero, dove sono tutte le suggestioni e i temi cari (un vero e proprio manifesto ‘visivo’ che sarebbe da analizzare con la lente d’ingrandimento); la composizione è incorniciata da un testo composto a slogan, non-sense, testi in all-caps, simboli matematici e maniculae, d’impronta chiaramente dadaista. In seconda pagina comincia il lungo manifesto «Una nuova estetica per un’arte nuova», firmato da Umberto Barbaro, che condivideva con Paladini la fede politica di estrema sinistra: un testo illuminante per capire la posizione del gruppo rispetto alla questione generale del modernismo e dell’avanguardia ma, nello specifico, rispetto al futurismo, da cui in Italia non si può prescindere. In terza pagina una recensione ‘onirica’ dei due libri di Dino Terra, già pubblicati sotto le insegne della «Ruota editrice»: Riflessi (che si fregerà di uno strillo di Marinetti in fascetta) e L’amico dell’angelo, un dramma. Le altre presenze servono a fornire un’indicazione di provenienza e appartenenza (come le poesie di Majakovskij ed Elena Ferrari) oppure sono del tutto episodiche, personaggi minimi raggranellati sul fondo del vivace ambiente romano che sboccerà appieno solo negli anni ’30. Lista, Dal futurismo all’immaginismo, passim; The Oxford Critical and Cultural History of Modernist Magazines, III, p. 580; Salaris, Riviste futuriste, p. 1106-ss; Casetti, Movimento immaginista, p. 65
Edizione originale. Esemplare viaggiato annullo postale e francobollo conservato; lievissime tracce della piegatura in quattro, per il in eccellenti condizioni di conservazione. Rarissimo numero unico pubblicato dalle Edizioni d’Italia, ultima e definitiva forma assunta dal gruppo romano che ha attraversato gli anni ’20 sotto varie forme — dalla «Bilancia» a «2000»/«Atlas» passando per «La Ruota dentata» — per confluire in questa impresa editoriale ad altissimo gradiente di qualità e innovazione. Un solo esemplare è registrato nel censimento ICCU, quello della Biblioteca Estense di Modena; manca completamente a OCLC. Non abbiamo notizia di copie apparse in asta o in cataloghi di vendita (mancava al catalogo monografico dell’Arengario S.B. dedicato a Paladini), e indice sicuro dell’estrema rarità ne sia il fatto che manca del tutto ai repertori specialistici dedicati all’argomento: nemmeno un accenno, una riga, una sparuta menzione nelle note a piè pagina. -- Fondata nel 1931 dal ventiquattrenne Armando Ghelardini, l’editrice si distinse subito per un programma ben definito e modernissimo, che si affidava sul versante grafico alla spiazzante inventiva di Vinicio Paladini: collana ammiraglia era «Gli scrittori moderni», dove uscirono i racconti di Barbaro (L’essenza del can Barbone), lo «Spettacolo con farsa finale» di Ghelardini, il «Tatuaggio» di Talarico, l’«Orologio innamorato» di Diotima (il nome d’arte scelto da Meletta Bontempelli, moglie di Massimo). Ma «l’intero catalogo delle Edizioni d’Italia è degno di nota» — come segnalava recentemente Giampiero Mughini (Una casa romana, p. 211): la collana «Documenti», sorta di docu-fiction ante litteram dove uscirono Alvaro, Bontempelli, Pudovchin, Bardi (studiata in un recente convegno su «Literature as Document: Generic Boundaries in 1930s Western Literature», Leiden 2019); la rivista «Occidente», pubblicata in dodici quaderni zeppi di letteratura e segnalazioni culturali che non passavano sugli altri periodici italiani dell’epoca, e tanti altri progetti minori rimasti allo stadio iniziale (una collana artistica; una collana dedicata al cinema). -- «La Freccia d’argento», il cui nome fa riferimento proprio all’organizzazione editoriale sintetizzata nelle frecce disegnate da Paladini, offre anzitutto uno spaccato imprescindibile sulla progettualità in corso nell’officina editoriale di Ghelardini: nomi come A. Gide, R. Neumann, E. Settanni, S. Norman, W. Bonsels, R. Bonanni, un libro sulla «Volgarità nell’architettura» di Vinicio Paladini, e molto altro che non vide mai la luce, mentre le Edizioni d’Italia chiudevano i battenti nel 1935, un po’ per i fastidi che recavano al regime, molto per ragioni squisitamente economiche. Ma il foglio è prima di tutto un capolavoro artistico di Paladini, che non a caso apre — come già era accaduto nella «Ruota dentata» — con una prima pagina tutta affidata al maestro italo-russo, dominata da un grande ‘fotomontage’ («L’arte neoclassica, sotto il severo sguardo della critica, lotta contro le scuole di avanguardia») e corredata da un manifesto eccezionale, come già rimarcato assolutamente ignoti agli studiosi: «Teoria e pratica del fotomontage», composto nello stile futurista e visionario dell’ex-immaginista. Nel resto del fascicolo fotoritratti di tutti gli autori, alcuni assai scherzosi; anticipazioni dai romanzi; «La crisi del libro non esiste» di Lucio Ridenti; un altro fotomonage di Paladini a p. 3 (Molly e Betty ridono pensando al 1900); ampia rassegna stampa e presentazioni dei titoli imminenti.
Collezione completa. Asportazione di un rettangolo al margine superiore dx del n 5, ma ottimo esemplare con grandi margini. Dal n 1/2 del 24 Aprile al n 30 del 31 Ottobre 1858 per complessive 224 pagine con numerazione progressiva, legato in pieno cartonato coevo a colori. Tutto il pubblicato compreso i supplementi, ognuno di 4 pagine, stampati su carta colorata, (uscivano allegati al giornale); con un “Supplemento straordinario” al numero 8 “per compensare gli abbonati della mancata stampa del n 6 sequestrata dalle autorità”. Riccamente illustrato da bellissime scanzonate litografie, molte a piena pagina, il Giornale, anticonformista e critico nei confronti del potere, e come molti periodici in quel periodo, ebbe vita breve. Rarissima collezione completa.
Edizione originale dell’inedito pascoliano «Le dodici fanciulle di Crotone». Qualche segno del tempo, ma esemplare in buone condizioni, in gran parte intonso. La rivista diretta da Carlo Calasso pubblica in apertura, per le cure di Anna Carrara, l’inedito di Pascoli «Le dodici fanciulle di Crotone. Ricerca della bellezza assoluta» (inc.: «Zeuxis viene a Crotone, perché sa che v’è la più bella razza greca»). Ignoti l’anno di composizione e la provenienza, di cui la curatrice non fornisce alcuna indicazione. Il testo, affascinante rielaborazione in forma di appunti del mito di Zeus e delle dodici fanciulle, «non è più di un appunto, una serie di riflessioni, e non sempre coerenti, conseguenti e compiute. Uno scrivere per fermare sulla carta i pensieri, quasi a volerli costringere in una subordinazione logica». Non più ristampato, stando ai repertori.
Edizione originale; il testo è qui pubblicato in anteprima in vista della stampa in volume («Regole e saggi di metrica neo-classica», Firenze, 1900). Lievi segni del tempo, qualche restauro conservativo alle prime carte, ma bell’esemplare. In questo numero della «Rivista d’Italia», interamente dedicato alla poesia di Carducci, alle pp. 167-73 è stampato il breve saggio di Pascoli «Il Ritmo», incentrato sullo studio della metrica neo-classica, che sarebbe stato pubblicato di lì a breve in Pascoli, «Regole e saggi di metrica neo-classica, con una lettera di Giuseppe Chiarini», Milano-Palermo, Remo Sandron. Occorre segnalare che la pubblicazione in rivista avvenne ad insaputa di Pascoli, e per la sola iniziativa del curatore Chiarini, che così scrive nella nota al testo: «Egli [Pascoli] mi mandò gentilmente i fogli già tirati del suo libro sulla ‘metrica neo-classica’, che nella parte, diremo così, discorsiva, è una lettera indirizzata a me. [...] Allora mi dissi: la lettera in fin de’ conti è un po’ cosa mia; e perché dovrebbe dispiacere al Pascoli o all’editore, ch’io ne faccia conoscere un piccolo saggio, che invoglierà tutti del resto? [...] Così è avvenuto che il Pascoli, senza saperlo, si trova qui a prendere il caffè in una compagnia che certo non gli sarà sgradita».
Edizione originale. Qualche segno del tempo, lievi fioriture alla copertina, ma ottimo esemplare. A p. 4 del «Giornalino» appare per la prima volta a stampa la poesia di Pascoli intitolata «Risotto», con la ricetta del «risotto romagnolesco» che gli preparava la sorella Mariù. Paolo Antonio Delestrè, che firma il pezzo in cui è incluso il componimento, “spiega” come il testo sia giunto fino a lui: «Questa poesia m’è stata favorita da un amico che l’ha avuta dalla sua Signora, che l’ha ricevuta da una sorella che abita Londra, la quale... ma è meglio non risalire alle remote origini, perché troppo cammino avremmo da fare». Oggi possiamo essere più precisi: la poesia del risotto fu infatti scritta e inviata, nel 1905, ad Augusto Guido Bianchi, cronista giudiziario del Corriere della Sera, che a sua volta aveva tessuto a Pascoli, in versi, l’elogio del risotto alla milanese, in uno scherzoso contrappunto poetico. Con tutta verosimiglianza la poesia fu stampata qui per la prima volta: fu poi pubblicata nel 1930 in «L'Almanacco gastronomico di Jarro», e la ripropose al grande pubblico «La cucina italiana-Giornale di gastronomia per le famiglie e i buongustai», 15 giugno 1930. Maria Pascoli, «Lungo la vita», p. 748; Carteggio. Giovanni Pascoli, Augusto Guido Bianchi, a cura di Manuela Montibelli, Scandicci, La nuova Italia, 2001, p. 53.
Prima edizione. Bell’esemplare a pieni margini, in gran parte intonso. Scritta a ridosso del centenario della nascita dello scrittore francese (in calce la data 24 gennaio 1902), la poesia «A Victor Hugo» qui contenuta era già stata pubblica nelle «Poesie varie» curate da Maria Pascoli nel 1912, a dispetto di quanto annuncia la rivista sulla copertina e nella nota che precede il testo: «Nel 1902 Federico de Maria, (ecco il... victohughiano) cominciò a raccogliere in un album pensieri, omaggi, autografi di scrittori e artisti italiani a Victor Hugo. [...] Ne riproduciamo una delle gemme più preziose, una poesia – inedita – di Giovanni Pascoli».
Prima edizione in italiano. Segni del tempo e leggere sottolineature alla copertina, nel complesso un buon esemplare. La versione si deve a Giovanni Battista Giorgini con cui Pascoli strinse amicizia proprio in occasione della vittoria ad Amsterdam. Ricorda Mariù: «A primavera, il 14 marzo, col solito atteso telegramma era giunta la notizia che il poema latino Paedagogium aveva ottenuto ad Amsterdam l'ottava medaglia d'oro. Ciò diede occasione di fare più intensa un'altra amicizia pisana: quella col venerando e cieco G. Battista Giorgini [...] Il Pascoli mandò l'ultimo poemetto con la dedica: “A G. B. Giorgini, di cui sono familiari amici Virgilio ed Orazio, offre l'umile scolaro di tutti e tre”». Testo latino a fronte.
Edizione originale. Ottimo esemplare, completo del relativo numero del «Male». Allegato a «Il male», Anno II, n. 50. All’interno alcune tavole di Andrea Pazienza: p. 13 «Armi»; p. 14 «Atelier»; p. 17 «Apaz 69»; p. 27 il fumetto «Topi» — oltre a Tanino Liberatore e gli altri disegnatori dissacranti della redazione del «Male».
Collezione dei primi due numeri pubblicati. Ottimi esemplari: il primo numero intonso al taglio alto; il secondo numero con invio manoscritto a Giuseppe Prezzolini, Firenze. La brevissima esperienza di “Pickwick” — soli cinque fascicoli pubblicati dal 10 marzo al 10 maggio 1915 — rappresentò il polo del modernismo siciliano alternativo al futurismo di Jannelli, Nicastro e della “Balza”, pubblicata invece a Messina in soli tre fascicoli nel medesimo frangente, da aprile a maggio. -- Il quindicinale — animato dai «pickwickiani» Antonio Bruno (motore dell’iniziativa), Giovanni Centorbi, Giacomo D’Artemi e Mauro Ittar — si presenta come un semplice foglio delle dimensioni della mitica “Lacerba” fiorentina. Sebbene tutti i redattori sostanziano con loro contributi i fascicoli della rivista, l’autentico mattatore è Bruno, che compare anche dietro lo pseudonimo di Pierrot. I suoi «Balocchi» in formato aforis-diaristico (lo stesso stile dei «Quaderni» pubblicati postumi da Vito Sorbello per Sellerio) sono forse tra gli apici della sua produzione. Degne di nota anche le traduzioni: «Brivido d’inverno» da Mallarmé e «Giornali intimi» da Baudelaire. Tra le collaborazioni, Giuseppe Villaroel con due liriche, versi di Francesco Meriano e caricature di Telesio Interlandi. -- «I tre redattori di “Pickwick” [...] tengono sì in gran cale quelli che reputano i loro antenati letterari, da Giacomo Leopardi ai catanesi Giovanni Verga e Federico De Roberto, ma sanno che è il tempo di andare oltre e di sperimentare altro. Ritte ritte le loro antenne sono puntate spasmodicamente su quel che succede a Parigi o in “continente”. I nomi di Stéphane Mallarmé e di Arthur Rimbaud compaiono già nella prima pagina del primo numero di “Pickwick”. Al che uno dei loro abbonati, uomo colto e personaggio ben noto a Catania. si avvicina a uno dei redattori e chiede chi dei tre si celi sotto lo pseudonimo esotico di Mallarmé» (Giampiero Mughini, La collezione, p. 28).
fort volume in-16, 1368 pp., reliure pleine peau havane. Exemplaire fort défraichi (traces de mouillures tant à l'intérieur qu'à la reliure. [FL-16]
fort volume in-16, 1614 pp., reliure pleine peau havane, impression de luxe sur papier Bible. Avec jaquettes. Tres bel exemplaire. [MI-18]
in-16, 1107 pp., reliure pleine peau havane, impression de luxe sur papier Bible. Dos abîmé et recollé. Intérieur frais. [FL-16]
Edizione originale Ottimo esemplare (normali minimi difetti ai bordi della copertina). Il raro numero V,8 (spesso indicato erroneamente come n. 3, dall’errore in copertina) del mensile di critica d’arte diretto da Giolli dedica ampio spazio ai futuristi, con i contributi «Aeropittura» e «Scenografia». Interessante e originale è l’ampia sezione iconografica, valorizzata dal formato del mensile: 4 tavole recto/verso con 19 immagini in bianco e nero per l’aeropittura; 2 tavole a colori recanti al recto le belle scene di Prampolini per «Prigionieri e Vulcani» di Marinetti (1927) per la scenografia. Nel resto del fascicolo: lettera aperta di Giolli all’On. Farinacci; «Ritratti chinesi» di G. Nicodemi; «L’arte di Carlo Bonomi» di E. Emanuelli. Raro. Salaris, Riviste, p. 554ss. (con imprecisioni)
Collezione completa in perfetta conservazione, intelligentemente archiviata in cofanetto in tela fatto su misura. Rara a trovarsi in queste condizioni. «Il Politecnico» è la prima importante rivista culturale del dopoguerra, straordinario esperimento di comunicazione nato dall’instancabile maestria editoriale di Elio Vittorini (il direttore), Giulio Einaudi (l’editore) e Albe Steiner (il designer). Nasce come settimanale, con un taglio più aggressivo, sull’attualità, e insieme leggero nel suo formato quotidiano, fino al n. 28 del 6 aprile 1946; si trasforma quindi profondamente, adottando il formato tabloid e la cadenza mensile, scivolando verso il concept della rivista monografica, tipico degli anni ’60. -- «Nata nel clima culturale dell'immediato dopoguerra, la rivista rifletteva l'entusiasmo per la recuperata libertà di espressione [...] e si proponeva di contribuire a creare una nuova cultura. Una cultura orientata ‘a sinistra’, ma attenta a dialogare anche con le altre componenti [...]. Tale apertura prevedeva anche un tentativo di superare, sulla scorta delle indicazioni gramsciane, la matrice astrattamente umanistica di una cultura concepita come ‘hortus conclusus’ rispetto alla società e alla storia. Da qui l’interesse per il pensiero scientifico e per la tecnologia, oltre che per la letteratura e la filosofia. Il tutto all’insegna di una tensione divulgativa che cercava di evitare ogni chiusura in un vacuo specialismo.» (Carnero, «Non di sola ideologia: Vittorini e la stagione del ‘Politecnico’», sito Treccani online) -- Un’impostazione che finì per urtare l’ortodossia del Pci, con Togliatti che accusò il periodico di vacuo enciclopedismo (lettera aperta sul n. 33/34): una frattura consumatasi sugli ultimi fascicoli della rivista, e che ne accelerò la chiusura. -- «Pur nelle difficoltà e negli equivoci in cui venne spesso a trovarsi, la rivista condusse un'importante battaglia culturale, impegnandosi su tutti i fronti della realtà contemporanea, pubblicando importanti documenti letterari e politici (traduzioni da Wright, Michaux, Pasternak, Brecht, ecc.) insieme a voci sino allora inedite in Italia (le prime lettere dal carcere di Gramsci, le prime traduzioni di Lukács, i contributi di Sartre e di S. De Beauvoir)» (Nozzoli in «Dizionario critico della letteratura italiana del Novecento», Roma 1997, p. 648)
Rivista mensile fondata a Firenze nel 1945 da Piero Calamandrei che la diresse fino al 1956 anno della sua morte. Il titolo stava a sottolineare il passaggio tra il prima e il poi, storicamente incentrato sui lavori dell'assemblea costituente. Fu l'espressione di un gruppo d'intellettuali legati al Partito d'Azione, e si prefiggeva la formazione di un «uomo nuovo» con una forte coscienza morale perché «dove manca la vigile interezza della coscienza il sapere diventa gretta erudizione [...] la politica stolto brigantaggio». Politica e cultura ebbero un rapporto strettissimo. Anche dopo la morte del suo fondatore la rivista ha sempre continuato la sua battaglia per una democrazia laica. Tra i collaboratori G. Salvemini, G. Calogero, F. Parri, E. Rossi, L. Valiani, A. C. Jemolo, L. Russo, M. Fubini, G. Pampaloni. Disponiamo delle seguenti annate complete a fascicoli sciolti in 8°: 1953, 1954, 1955, 1956, 1957, 1959. Il prezzo s'intende ad annata.
Edizione originale. Leggere fioriture alla brossura, altrimenti bell’esemplare. È qui ripubblicato, con diversa copertina, il numero in attesa di autorizzazione uscito alcuni mesi prima; in questa ristampa è inserito anche il «Documento sui fatti di Acca Larenzia, a Roma» che suscitò grande scandalo e numerose polemiche nel movimento e nell’area rivoluzionaria, date le posizioni fortemente critiche nei confronti dell’azione.
Edizione originale. Solo qualche fioritura molto leggera, esemplare in ottimo stato. Numero unico in attesa di autorizzazione, resp. Egi Volterrani, a cura dei Nuclei Socialisti della Fiat, pubblicato in occasione della positiva soluzione delle agitazioni per il rinnovo del contratto nazionale dei metallurgici. Ospita scritti di Muraro, A. Bianchi, F. Rizzo, M. Dimanico.
Edizione originale. Ottimo esemplare. Prampolini dal futurismo all’informale, Roma 1992, pp. 177-179 n. 2/1/1 (ill.)
Ottimo esemplare. Due contributi futuristi nella rubrica «Libri e scrittori» di questo fascicolo del quotidiano mussoliniano, per il resto dedicato alle dichiarazioni di Mussolini al ‘Giornale di Sicilia’ circa «La situazione politica e parlamentare alla soglia [sic] della XXVI legislatura». -- Pratella recensisce il libro di Marinetti «L’Alcova d’acciaio»; Volt traccia il profilo di Mario Carli. Cfr. Tampieri, Pratella, 221 (sulla rec. dell’Alcova d’acciaio): «Ampia esposizione, analisi letteraria, formale ed etica».
Edizione originale. Tutto il pubblicato dal 1940 al 1943 fatta eccezione per i numeri 7 e 8 del 1941 e 1 e 13, 14, 15 - 16 del 1943. I, II e III anno in ottime condizioni (esemplari normalmente bruniti conservati in cofanetti), IV anno in buono stato. Rivista fondata e diretta dal ministro dell’Educazione nazionale Giuseppe Bottai – con Giorgio Vecchietti nel ruolo di co-direttore e capo della redazione - tre mesi prima dell’ingresso dell’Italia nel secondo conflitto mondiale per rilanciare e sostenere il “primato” – come recita il titolo – “spirituale” (culturale, letterario, artistico) italiano. Uscita per la prima volta il primo marzo 1940 con sede prima a Milano e poi a Roma, il quindicinale raccolse nei suoi quattro anni di vita – l’ultimo numero è datato 15 agosto 1943 – contributi vasti e importanti. Si ricorderanno qui i nomi, per la poesia, di Ungaretti, Quasimodo, Montale, Luzi; per la narrativa, di Buzzati, Pavese, Cecchi; per la filosofia, di Paci e Abbagnano; per la pittura, di Guttuso e de Pisis. L’andamento sempre più tragico della guerra, l’intensificarsi dei bombardamenti e l’imbarazzo – se non l’antifascismo dichiarato – di molti degli intellettuali che avevano inizialmente collaborato resero via via più difficile la pubblicazione della rivista, fino a giungere alla sua definitiva chiusura nell’agosto del 1943.
Edizione originale. Lievemente ingialliti, ma esemplari in buone condizioni. Disponiamo dei numeri 1 (settembre 1973) e 2 (gennaio 1974), Rivista quadrimestrale diretta da Sergio Bologna.
Edizione originale. Minima mancanza al piede anteriore di copertina, senza perdite di parte a stampa; sfrangiature e piccole mancanze al sottile dorsetto muto; per il resto ottimo esemplare. Raro «numero unico dell’associazione studenti universitari pavesi figlio legittimo e non degenere dei coniugi: “Riso e crape”, “Musi e muse”, “Gogla e Magogla”». Prodotto senza badare a spese, con una bellissima copertina interamente disegnata a colori da Guido Marussig e la raffinata stampa a due colori con numerose illsutrazioni e grafiche d’impatto, contiene un’intera pagina impreziosita dalle tavole parolibere del giovane futurista Pino Masnata: «Pino Masnata, poeta futurista, assicura che amare una conpagna [sic] goliarda è orribile cosa ...». Salaris, Riviste futuriste, pp. 860-61
Edizione originale. Lieve ingiallitura della copertina, leggera macchia, strappetto senza perdite in corrispondenza del punto metallico, nel complesso un bell’esemplare. Bimestrale diretto da Piergiorgio Bellocchio, Grazia Cherchi e Goffredo Fofi, i «quaderni piacentini» furono una delle riviste politiche più importanti del secondo ’900 italiano.
Collezione completa. Insieme a fascicoli sciolti nella loro brossura originale, in più che buone quando non ottime condizioni, completo del rarissimo numero 2 con la prima acquaforte di Giorgio Morandi mai pubblicata prima. Pubblicata dal 15 giugno 1918 al 15 febbraio 1919 per dodici numeri mensili in 8 fascicoli (n. 6-7-8 triplo, nn. 9-10 e 11-12 doppi) con la direzione di Giuseppe Raimondi e Riccardo Bacchelli — in un continuo scambio epistolare di suggestioni con Carlo Carrà, Filippo De Pisis, Giorgio De Chirico e Alberto Savinio — «La Raccolta» rappresentò il momento fondativo della Metafisica nonché incunabolo del cosiddetto “ritorno all’ordine”, concretizzatosi quasi senza soluzione di continuità nella «Ronda» e in «Valori plastici». -- «La Raccolta» è stata una rivista di poveri mezzi ma di ammirevoli intenti e respiro europeo, connessa al più ampio circuito dell’avanguardia e del modernismo che uscivano a pezzi — ma vivi e vivaci — dalla grande guerra: esplicite sono le connessioni con la coeva «Sic» di Pierre Albert-Birot, «Nord-Sud» di Pierre Reverdy, la prima serie di «Noi» di Enrico Prampolini, e nelle pagine finali scorrono copiosi i nomi di Apollinaire, Max Jacob, Paul Dermée, Vicente Huidobro. -- Tra le pagine della «Raccolta» si leggono pregevoli contributi di giovani del calibro di Giuseppe Ungaretti — la bellissima suite «Atti primaverili e d’altre stagioni» — Ardengo Soffici, Clemente Rebora, Vincenzo Cardarelli, Primo Conti, Raffaello Franchi, Carlo Linati, Lorenzo Montano, Cesare Angelini. A questi si aggiunse un giovane talentuoso amico di Raimondi e destinato a un fulgido futuro: Giorgio Morandi, di cui la rivista pubblica, nel secondo fascicolo, la primissima acquaforte. Salaris, «Riviste futuriste», pp. 1081-1083; Roversi, «Il ritorno al mestiere. “La Raccolta”, Giuseppe Raimondi e gli artisti della metafisica ferrarese» (Ferrara 2018) 8 voll.