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19402110502150415302Taiko Shrine Shiga Prefecture Hachiman Town 1940. Soft Cover. Fine. Number of copies: 162 copies Taiko Shrine (Shiga Prefecture Hachiman Town) paperback
Tutto il pubblicato. Fascicoli sciolti ottimamente conservati. Fondata a Firenze nel gennaio 1926, dal 1929 cambia il sottotitolo in Rivista mensile di letteratura. Uscì con cadenza dapprima mensile e poi bimestrale. Nel 1929 si associò nella direzione G. Ferrara, sostituito l'anno successivo da A. Bonsanti; nel 1933 Carocci tornò ad essere unico direttore. Solaria fu la più importante rivista letteraria del novecento. Fra i suoi collaboratori convissero due anime, due diverse vocazioni: quella dei "rondisti" (Bacchelli, Loria, Tecchi, Bonsanti) convinta di poter dar vita ad una autonoma civiltà letteraria fuori da ogni compromesso con la politica, e quella di provenienza torinese con alle spalle l'esperienza del "Baretti" (Montale, Ginzburg, Garosci, Debenedetti, Solmi) che proseguendo la linea gobettiana professò un maggior impegno civile da parte degli intellettuali. Tra i collaboratori, oltre ai sopra citati, troviamo: Saba, Raimondi, Franchi, Giotti, Debenedetti, Pavolini, Quasimodo, Gadda, Vittorini, e molti altri. Uscirono in tutto 78 fascicoli; in 16° le prime annate poi in 8°. Il n. 2, marzo-aprile, del 1934 fu sequestrato dal prefetto di Firenze. L’ultimo fascicolo porta la data settembre-dicembre 1934, ma in realtà finito di stampare e distribuito nel marzo 1936.
Collezione completa in edizione originale. Ottimo esemplare, molto fresco e pulito, con margini discreti (215 x 160 mm; da segnalare solo il taglio basso del fascicolo P del vol. 1 molto radente al testo, con la perdita di una nota a piè pagina a p. 128), in gradevole legatura ottocentesca non sofisticata (qualche segno d’usura ai bordi; cerniere allentate ma resistenti). Interessante la provenienza: al frontespizio del vol. 1 pecetta con timbro ovale recante lo stemma nobiliare della famiglia (De) Silva, e iscrizione «D. Lvigi SijLva». Parenti di Luigi furono il conte Donato Silva (1690-1779), grande matematico e bibliofilo, fra i promotori della Società Palatina, che diede vita a un’importante biblioteca nella villa di famiglia a Cinisello Balsamo (Milano), poi accresciuta da Ercole Silva (1756-1840) fino a raccogliere una ventina di codici manoscritti e una sessantina di incunaboli — oltre a opere di Beccaria e Verri, amici del conte (vedi il «Catalogo de’ libri della Biblioteca Silva in Cinisello», e Ferrari, «Libri “moderni” e libri “antiqui” nella biblioteca di S. Francesco Grande di Milano, pp. 221-223). Una vendita cospicua dei volumi della biblioteca ebbe luogo a Parigi il 15-16 febbraio del 1869. Rara raccolta completa del celebre foglio dell’illuminismo milanese diretto dai fratelli Verri. Primo volume dal giugno 1764 a tutto maggio 1765; secondo volume dal giugno 1765 a tutto l’anno seguente. Stando ai repertori istituzionali online, in Italia sono conservati presso le biblioteche pubbliche solo una decina di esemplari della collezione completa del «Caffè» in prima edizione. In Europa, si rinvengono solo due esemplari alla British Library, e uno alla storica Biblioteca centrale universitaria “Lucian Blaga”, in Romania. Un solo esemplare infine negli Stati Uniti, alla Houghton Library dell’università di Harvard (ex libris Marino Parenti). -- L’idea della stampa di un periodico che desse voce alle nuove istanze illuministe maturate all’interno dell’Accademia dei Pugni, animata da figure di spicco della cultura milanese — Pietro e Alessandro Verri, Cesare Beccaria, Sebastiano Franci, Paolo Frisi, Giuseppe Visconti, Luigi Lambertenghi, Giovan Battista Carlo — si concretizzò il primo giugno 1764, quando, sul modello della rivista inglese «The Spectator», fu pubblicato il primo numero de «Il Caffè». Programmaticamente rivolto a un pubblico di lettori curiosi e interessati, e non di eruditi e specialisti, la rivista si poneva innanzitutto lo scopo di «spargere delle utili cognizioni fra i nostri cittadini, divertendoli». Un tono leggero dunque, che non risparmiava però severe critiche alla società del tempo, le più pesanti dirette ai «Puristi della Lingua»; emblematiche in questa direzione le parole della «Nota al Lettore» del primo volume, anonima ma con tutta verosimiglianza vergata da Pietro Verri in funzione di manifesto programmatico: «La pedanteria de’ Grammatici che tenderebbe ad estendersi vergognosamente su tutte le produzioni dell’ingegno; quel posporre, e disprezzare che si fa da alcuni le cose in grazia delle parole; quel continuo, ed inquieto pensiero delle più minute cose che ha tanto influito sul carattere, sulla letteratura, e sulla politica Italiana meritano che alcuno osi squarciare apertamente queste servili catene». -- Svariati gli argomenti toccati nella rivista: oltre a letteratura e arti, la politica, l’economia, le scienze e la gastronomia. L’esperienza si concluse nel giro di due anni: dissidi interni — in particolare tra Cesare Beccaria e i fratelli Verri — l’allontanamento di alcuni redattori da Milano — Alessandro Verri a Roma, Gian Battista Biffi a Cremona — e la perdita dell’entusiasmo iniziale decretarono la fine delle pubblicazioni e lo scioglimento dell’Accademia dei Pugni, come ricorda l’accorato congedo nella Nota al lettore del secondo volume: «La piccola Società di Amici, che ha scritti questi fogli è disciolta. [...] Noi ringraziamo quelle anime gentili che si sono degnate d’applaudire al nostro progetto, e di fare coraggio a chi tentava di accrescere la coltura degli ingegni, e diminuire il numero de’ pregiudizi volgari. Sarà questa per sempre la più cara meta de’ nostri studj». -- Per la ricostruzione dettagliata della complessa vicenda editoriale del periodico si rimanda senz’altro al puntuale saggio di Luigi Firpo sugli Articoli tratti da «Il Caffè»; basti qui ricordare che, per sfuggire alla censura asburgica, Pietro Verri decise di stampare il periodico in territorio veneto, a Brescia, presso Giammaria Rizzardi, e così fece per tutto il 1764. Sorsero tuttavia non pochi problemi: innanzitutto, l’incuria della stampa, con l’impiego di piombi e carta scadenti, a cui si aggiungeva la costante mancanza di puntualità dello stampatore nella consegna dei fogli; poi, la distanza da Milano rendeva assai difficile il processo di correzione delle bozze, cosa che comportava la presenza di non pochi refusi e inesattezze; infine, contro le aspettative del Verri, anche i veneziani si dimostrarono censori invadenti, imponendo continue revisioni sui testi. Verri si risolse così di stampare a Milano presso Galeazzi, al quale affidò l’impressione di tutti i numeri della seconda annata. Infine, secondo l’uso dell’epoca, i fogli del periodico rimasti invenduti vennero raccolti in volume dallo stampatore: con un ingegnoso espediente, ancora una volta per sfuggire alla censura, il frontespizio di entrambe le annate reca la data di Brescia, genuina dunque per il primo, falsa per il secondo. Melzi, Dizionario di opere anonime e pseudonime, s.v.; Biblioteca Luigi Einaudi n. 6161; Firpo, Articoli tratti da «Il Caffè» (in Beccaria: Scritti filosofici e letterari, Milano 1984: 349-358) 2 voll. in uno
BAY_01_SH_042345Journal of Light Construction. Used - Like New. Text block wraps and binding are in like new condition without markings of any kind. Supporting Bay Area Friends of the Library since 2010. Well packaged and promptly shipped. Journal of Light Construction paperback
66451aafParis, Bourgogne & Martinet, 1833- 1902, in-4to, richement illustré de gravures sur bois, qqs rousseurs par ci par là, demi-toile / demi-cuir / demi- parchemin (reliures de bibl.) Le tout en bon état
Collezione completa. Insieme in complessive ottime condizioni di conservazione, esemplari puliti e sostanzialmente intatti sia all’interno che alle copertine. Condition report: -- «Azimuth»: mimini segni d’usura perimetrali, con un leggerissimo accenno di piega verticale al piatto anteriore, visibile solo verso e che non intacca la grafica; uno dei bifoli centrali leggermente allentato; nel complesso in ottime condizioni. -- «Azimuth 2» con lieve brunitura marginale e ingiallitura verso della copertina; interni leggermente bruniti, come normale; complessivamente in ottime condizioni. In una lettera all’amico Valentino Dori (alias Giorgio Carmenati Francia), databile ai primi del 1959, Piero Manzoni annuncia la separazione dal Movimento nucleare: «Oggi ahimè il movimento si è scisso in due: io ora sono con Castellani e Bonalumi e perseguiamo quella linea che tu mi hai visto iniziare: usciremo prestissimo con una rivista nostra, di parte, che si chiamerà Pragma, e abbiamo al solito un programma quanto mai vivace» (Battino & Palazzoli, n. 79). La rivista a cui si fa riferimento finirà per chiamarsi in altro modo, ma è qui l’origine del progetto Azimut/Azimuth (senza “h” la galleria, con “h” la rivista). Nel febbraio del 1959 il trio suddetto espone alla Galleria del Prisma di Milano, una mostra poi portata alla Galleria Appia antica di Roma, in aprile, con presentazione di Leo Paolazzi (sarà Antonio Porta), e a settembre a Losanna, Galerie Kasper. Nello stesso aprile Manzoni apre una personale all’Aja (Relief schilderijen) e scrive ancora a Dori: «Sto preparando in questi giorni una nuova rivista d’arte, molto battagliera […] sembra che venga molto bene. […] Il nostro gruppo aumenta e la rivista servirà proprio a definirlo» (ivi, n. 103). In luglio è la volta dell’esordio del gruppo Zero al Rotterdam Kunstkring, istituzione fondata nel 1893 e da sempre attenta all’arte contemporanea (ospitò un’importante mostra futurista nel maggio del 1913 e già una personale di Manzoni nel settembre 1958): espone il gruppo Zero di Rotterdam più Manzoni. La stessa mostra approda alla fine di ottobre alla galleria Appia antica di Roma: il design dei cataloghi e del materiale promozionale relativo a questi due eventi mostra chiaramente l’origine grafica della copertina di Azimuth. -- «In the autumn of this year, Manzoni’s idea of opening and running a gallery materialises when he and Castellani rent and fit out a basement connected with a furniture shop in via Dei Bossi on the corner with via Clerici in Milan, which is later to become Galleria Azimut. […] In the same period, around October, while the first issue of the review “Azimuth” is going to press, Bonalumi, who has worked on it for a long time now, withdraws because of differences of opinion and disagreements about theoretical and ideological considerations. The first issue is edited by Castellani and Manzoni with the assistance of Marco Santini as editorial secretary and the graphic designer Cecco Re, who designed the cover and also suggested the title. The address of the review is via Cernaia 4 in Milan, Manzoni’s home address. “Azimuth” is printed in the workshop of Antonio Maschera, who previously printed “Direzioni N. 3” and — under the same imprint of the “E.P.I. editoriale periodici italiani” — the first issues of “Il Gesto”, the review of the Nuclear Group» (Battino & Palazzoli). -- Il primo numero di «Azimuth», chiamato semplice «Azimuth», contiene interventi militanti (Dorfles e Laszlo, ad aprire e chiudere il fascicolo), prose e poesie (Pagliarani, Agnetti, Paolazzi/Porta, Tullier, Balestrini, Picabia, Beckett), articoli di critica (Ballo, Alfieri, Y. Tono, Galvano); sei tavole a piena pagina (un «Meta-matic» di Tinguely, in foglio sciolto; un monocromo blu di Klein; un Dorfles; una scultura di Gio Pomodoro fotografata su fondo nero; una tavola di accertamento alfabetica di Manzoni; un Estienne in blu) e svariate opere riprodotte a tracciare i vasti confini della contemporaneità artistica eletta dalla rivista (Johns, Fontana, Rauschenberg, Megert, Angeli, Schwitters, Castellani, Rotella, A. Pomodoro, Bonalumi, Holweck, Mack, Fisicher, Kemeny, Piene, Wagemaker, Romyn, Manzoni, Schoonoven, Dahamen, Sanders, Bohemen, Schumaker, Tajiri, Pieters, Rossello, Dorazio, Dangelo, Marotta, Lora, Pena). Nelle pagine pubblicitarie finali, la costellazione di gallerie e riviste d’arte entro cui opera «Azimut/h» («Appia antica» di Villa, «Notizie» di Pistoi/Crispolti, «Direzioni» di Fabrizio Mondadori, «Le Arti» di Marussi/Vella e «Panderma» di Laszlo). -- Verso la fine dell’anno, Manzoni sta già lavorando ad «Azimuth 2», come apprendiamo da una lettera inviata a Heinz Mack del gruppo Zero di Dusseldorf: «Cher Mack, Piene t’a parlé de l’exposition qu’on va faire a Milan et du numéro de Azimuth, qu’on ira publier a l’occasion. […] Demain on ouvrira la Galerie Azimut: elle est à ta disposition, si tu veux l’y faire une exposition ou des manifestations» (Battino & Palazzoli n. 144). La mostra d’apertura della galleria Azimut è quella delle «12 linee» di Piero Manzoni, introdotte in catalogo da un testo di Vincenzo Agnetti, uno dei più stretti collaboratori di Manzoni e Castellani sul versante critico e letterario. «Galleria Azimut soon becomes a hotbed of encounter and debate in the artistic panorama of Milan thanks mainly to the contacts Piero Manzoni keeps up […]. A tireless organizer and promoter, he makes great efforts to discover, compare and publicise artists who are practically unknown in Italy and abroad at this time, himself included» (ivi, p. 59). Nel gennaio 1960 è la volta della fondamentale collettiva «La nuova concezione artistica», a cui è interamente consacrato il secondo e ultimo fascicolo della rivista. «Azimuth 2» è costruito attorno a un programma ben definito, proposto in italiano, inglese, francese e tedesco, ed esplicitato nel lungo testo critico di Castellani, «Continuità e nuovo», seguito dai più brevi «Una nuova concezione di pittura» di Uno Kultermann, «Libera dimensione» di Manzoni e «L’oscurità e la luce» di Piene, impaginati di nuovo da Cecco Re attorno a scelte riproduzioni delle opere esposte — in una raffinata progressione che dimostra visivamente il fil rouge della collettiva. Pinzato al mezzo del fascicolo il catalogo della mostra, impresso su cartoncino color mattone, che vede la partecipazione di Breier, Castellani, Holweck, Klein, Mack, Manzoni e Mavignier. Tutti espongono opere del ’59, eccetto i due monocromi di Klein e l’achrome di Manzoni, del ’57. Un catalogo d’esposizione esemplare per chiarezza contenutistica e grafica, nel pieno conseguimento del delicato equilibrio tra funzionalità ed estetica che sempre caratterizza questo tipo di prodotti editorial-artistici. Battino & Palazzoli, Piero Manzoni catalogue raisonné, pp. 56-57, n. 142, e p. 64 n. 165; Maffei e Peterlini, Riviste d’arte d’avanguardia, pp. 68-70; Vergine, Azimuth: mostra documentaria (Milano 1975) 2 volumi
43301Madrid: Año 1 n.º 1 18 de octubre de 1976 hasta Año 5 n.º 1250 3 de octubre de 1980; Tamaño aprox.: 43 x 31 cm con un ancho en conjunto de 175 m; Sin encuadernar.- Se ofrecen todos los números de los años indicados desde el primero aparecido en plena Transición hasta finales de 1980 reflejando los cambios importantÃsimos que vivió la sociedad española de aquellos años. Diario 16 proseguirÃa su andadura hasta el año 2001 cuando dejó de publicarse. RARA PUNTA DE COLECCION DE ESTE PRESTIGIOSO DIARIO MADRILEÑO. ETAPA DEMOCRÃTICA-JUAN CARLOS I Libro en español Diario 16 paperback
19662110502151005279Publication of newspaper materials 1966. Soft Cover. Fine. Number of books: 44 Publication of newspaper materials paperback
Edizione originale. CON DEDICA Rarissima collezione di quasi tutto il pubblicato dei «Libretti di Mal’aria» (non presenti soltanto i numeri 23, 25, 41, 46, 56, 63, 66, 69, 70 della serie “500 meno”. “500 meno 62” e “500 meno 68” mai stampati) completa anche del numero speciale fuori serie «Mossieri intravisti da Dilvo Lotti» del Natale 1977. La raccolta include inoltre: una lettera d’invio di alcuni libretti dattiloscritta e firmata a mano da Arrigo Bugiani dell’ottobre 1974, un biglietto d’auguri autografato datato 1974, un altro biglietto d’auguri autografato e con una xilografia di Pietro Parigi, tre lettere dello stesso Bugiani all’illustratore Angelo Guazzoni e il libretto fuori serie preparato in occasione della morte di Bugiani con un’incisione di Maraelisa Leboroni. Tutti gli esemplari - in totale 561 - sono in ottimo stato di conservazione, privi di particolari difetti da segnalare. La prima centuria è conservata nelle buste d’invio editoriali. Ideati nell’estate del 1960 dal geniale operaio-poeta-editore toscano Arrigo Bugiani per conservare traccia della rivista maremmana - da lui fondata nel 1951 e attiva, per nove numeri, fino al 1955 - «Mal’Aria», i «Libretti di Mal’Aria» erano creati con fogli di formato A4 di tipo diverso (comuni o di pregio, ma sempre cercata e recuperata da Bugiani in cartiere, tipografie o ovunque fosse disponibile carta di risulta o di scarto) piegati in quattro parti così da ottenere otto pagine. Progettati, composti, impaginati e dopo la stampa a Pisa con una tiratura fissa di 500 copie confezionati e spediti dallo stesso Bugiani, i 569 piccoli volumi che videro la luce tra il 1960 e il 1994 contenevano sempre una poesia, un testo, un’incisione donati da uno straordinario gruppo di poeti, scrittori e artisti che, per oltre trent’anni, supportarono questa meravigliosa e unica avventura editoriale. Organizzati in centurie ed eccentricamente pubblicati - come ricorda il figlio di Bugiani, Orso, i libretti «erano suddivisi in gruppi prima di sei, poi di dieci […], omogenei per genere, o poesia o curiosità. Accadeva così che, secondo la disponibilità di materiale, due, tre o quattro gruppi fossero lavorati insieme, ciò che faceva sì che molti libretti restassero indietro, stampati appresso a quelli che nella numerazione venivano dopo» -, essi ospitarono originali, inediti o riproduzioni di opere di Boccioni, Guttuso, De Pisis, Morandi, Modigliani, Parigi (solo per ricordarne alcuni), oltre alle parole, tra i tanti, di Sbarbaro, Barile, Luzi, Sinisgalli, Caproni. Una comunità di amici più che di collaboratori, stretta intorno a un progetto che aveva come solo la fine la condivisione il più possibile libera e disinteressata di frammenti di bellezza. E basterebbe leggere le parole di Bugiani impresse nel prezioso libretto fuori serie «Mossieri intravisti da Dilvo Lotti» per comprendere l’affetto e la stima che legavano l’editore a questa comunità e viceversa fin dai tempi della rivista «Mal’Aria», nonché la volontà di rendere accessibile a tutti il lavoro di scrittori e artisti che animò questa impresa tanto bizzarra quanto poetica: «La rivista maremmana “Mal’Aria” fu un semplice capriccio di provinciali che si sbizzarrì nel giro di soli nove numeri, negli anni dal 1951 al 1955. E siccome “di cosa nasce cosa e il tempo la governa”, finita la rivista, da essa derivarono foglietti dapprincipio popolareschi: veramente popolareschi, di contenuto e di portamento non costavano due centesimi fatti per riprendere cosucce vecchie poco note o dimenticate oppure per mettere alla portata dei poveri il notevole pregio di scrittori e artisti attuali. Ma chi l’avesse detto: si vede che in tali foglietti cosiddetti “Libretti di Mal’Aria”, c’era dentro il seme della continuità, il segno dell’origine, se la passione si ridestava come al tempo di prima […]. Dev’esser stato che questi uomini che avevano già sospinto “Mal’Aria” (generosi, stupiti, spregiudicati, nobili, vivaci, altruisti, modelli, liberi bellamente liberi) dettero mano, più tardi, ai libretti, chi in un modo chi in altro modo; e se no più, tutti, per mezzo di penna o matita, certo col soffio dell’animo». A. Bugiani, «Mossieri intravisti da Dilvo Lotti», «Libretti di Mal’Aria», Cursi, Pisa 1977; O. Bugiani, «Breve storia di Arrigo Bugiani poeta», Associazione culturale Resine, Savona 2010.
Collezione consecutiva di 12 annate. Notevole insieme conservato in 4 volumi. Il settimanale politico letterario progettato come supplemento al quotidiano Il Fanfulla uscì dal 27 luglio 1879 al 31 ottobre del 1919. Molti i direttori negli anni a partire da Ferdinando Martini; Baldassare Avancini, Luigi Capuana, il critico musicale Eugenio Cecchi, Enrico Nencioni e come responsabile Bonaventura Severini. Di grande successo per la modernità delle proposte e informazioni culturali ebbe prestigiose firme, da Giosuè Carducci, Matilde Serao, Grazia Deledda, a Gabriele D’annunzio che iniziò a collaborare appena diciannovenne, Giovanni Verga vi pubblicò in anteprima le sue novelle, Collodi, Edmondo De Amicis, Federico De Roberto, Antonio Fogazzaro, Cesare Pascarella e molti altri. Fu la prima pubblicazione periodica a carattere nazionale. Disponiamo dei primi 12 anni (1879-1890) completi di indici, supplementi e frontespizi che accompagnavano la raccolta dei numeri. In straordinaria condizione. 4 voll.
Edizione originale, emissione in francese. Esemplare integro e pulito in più che buone condizioni di conservazione (piccola lieve gora all’angolo interno alto, appena visibile sulla copertina superiore e su un paio di pagine interne; poche fioriture al taglio alto di alcune carte [1/2, 5/6, 13/14, 19/20, 27/28, 31/32], che sono anche un po’ brunite; minima lacerazione senza perdite al piede interno dell’ultima carta). Ultima uscita zurighese della rivista «Dada», fondata e diretta da Tristan Tzara a partire dal 1917 (nn. 1-2, seguiti dal n. 3 nel 1918). Sarà continuata a Parigi per altre due uscite fino al marzo 1920, per poi chiudere definitivamente. Straordinario numero doppio, ricchissimo di contenuti impaginati assai creativamente — su falsariga futurista — su carte di vario colore e con ampio uso di tipografia sperimentale e parolibera, non a caso chiamato «Anthologie Dada» in copertina. Come il precedente numero della rivista, anche «Dada» 4/5 fu pubblicato in una versione tedesca e in una francese, che differiscono per sole nove pagine. L’emissione francese non presenta alcuni dei testi in tedesco, ma ha in più tre xilografie di Arp non presenti nell’emissione tedesca, per un totale di sette incisioni (sei a mezza pagina e una testatina) stampate su carta colorata. Completano il notevolissimo apparato iconografico di questo numero tre litografie a piena pagina da disegni di Francis Picabia (tra i quali il «Réveil matin» al frontespizio), due litografie astrattiste a piena pagina di Viking Eggeling, una xilografia a mezza pagina di Hans Richter e due xilografie a mezza pagina di Raul Hausmann (per tacere delle tavole patinate applicate che riproducono opere di Augusto Giacometti, A. van Rees, Hans Richter, Vassilij Kandinskij, Arp e Paul Klee). Sul versante dei contenuti, alcune poesie e un «Autre petit manifeste» di Picabia sono seguiti da Tristan Tzara (Note 14 sur la poésie; Proclamation sans prétention DADA 1919; Aa 24 IX; Bilan), Jean Cocteau (3 pièces facile pour petites mains), Pierre Reverdy (Globe; 199 Cs), Philippe Soupault (Servitudes), Louis Aragon (Statue; Le délire du fantassin – dedicata a De Chirico), André Breton (Pour Lafcadio), Raymond Rediguet (A plusieures voix), Pierre Albert-Birot (Catastrophe; Extrait de «Poèmes à la chair»), Georges Ribemont Dessaignes (Le coq fou; Trombone à coulisse), Gabrielle Buffet (Gambit de la reine), J. Perez Jorba (Elle a deux têtes). Dada Zürich 1916-1920 (Berlin 2016), n. 25; Ilk, Janco graphische Werk, n. 37; Arntz, Graphischen Arbeiten von Hans Arp, pp. 40-44
Edizione originale. Esemplare viaggiato annullo postale e francobollo conservato; lievissime tracce della piegatura in quattro, per il in eccellenti condizioni di conservazione. Rarissimo numero unico pubblicato dalle Edizioni d’Italia, ultima e definitiva forma assunta dal gruppo romano che ha attraversato gli anni ’20 sotto varie forme — dalla «Bilancia» a «2000»/«Atlas» passando per «La Ruota dentata» — per confluire in questa impresa editoriale ad altissimo gradiente di qualità e innovazione. Un solo esemplare è registrato nel censimento ICCU, quello della Biblioteca Estense di Modena; manca completamente a OCLC. Non abbiamo notizia di copie apparse in asta o in cataloghi di vendita (mancava al catalogo monografico dell’Arengario S.B. dedicato a Paladini), e indice sicuro dell’estrema rarità ne sia il fatto che manca del tutto ai repertori specialistici dedicati all’argomento: nemmeno un accenno, una riga, una sparuta menzione nelle note a piè pagina. -- Fondata nel 1931 dal ventiquattrenne Armando Ghelardini, l’editrice si distinse subito per un programma ben definito e modernissimo, che si affidava sul versante grafico alla spiazzante inventiva di Vinicio Paladini: collana ammiraglia era «Gli scrittori moderni», dove uscirono i racconti di Barbaro (L’essenza del can Barbone), lo «Spettacolo con farsa finale» di Ghelardini, il «Tatuaggio» di Talarico, l’«Orologio innamorato» di Diotima (il nome d’arte scelto da Meletta Bontempelli, moglie di Massimo). Ma «l’intero catalogo delle Edizioni d’Italia è degno di nota» — come segnalava recentemente Giampiero Mughini (Una casa romana, p. 211): la collana «Documenti», sorta di docu-fiction ante litteram dove uscirono Alvaro, Bontempelli, Pudovchin, Bardi (studiata in un recente convegno su «Literature as Document: Generic Boundaries in 1930s Western Literature», Leiden 2019); la rivista «Occidente», pubblicata in dodici quaderni zeppi di letteratura e segnalazioni culturali che non passavano sugli altri periodici italiani dell’epoca, e tanti altri progetti minori rimasti allo stadio iniziale (una collana artistica; una collana dedicata al cinema). -- «La Freccia d’argento», il cui nome fa riferimento proprio all’organizzazione editoriale sintetizzata nelle frecce disegnate da Paladini, offre anzitutto uno spaccato imprescindibile sulla progettualità in corso nell’officina editoriale di Ghelardini: nomi come A. Gide, R. Neumann, E. Settanni, S. Norman, W. Bonsels, R. Bonanni, un libro sulla «Volgarità nell’architettura» di Vinicio Paladini, e molto altro che non vide mai la luce, mentre le Edizioni d’Italia chiudevano i battenti nel 1935, un po’ per i fastidi che recavano al regime, molto per ragioni squisitamente economiche. Ma il foglio è prima di tutto un capolavoro artistico di Paladini, che non a caso apre — come già era accaduto nella «Ruota dentata» — con una prima pagina tutta affidata al maestro italo-russo, dominata da un grande ‘fotomontage’ («L’arte neoclassica, sotto il severo sguardo della critica, lotta contro le scuole di avanguardia») e corredata da un manifesto eccezionale, come già rimarcato assolutamente ignoti agli studiosi: «Teoria e pratica del fotomontage», composto nello stile futurista e visionario dell’ex-immaginista. Nel resto del fascicolo fotoritratti di tutti gli autori, alcuni assai scherzosi; anticipazioni dai romanzi; «La crisi del libro non esiste» di Lucio Ridenti; un altro fotomonage di Paladini a p. 3 (Molly e Betty ridono pensando al 1900); ampia rassegna stampa e presentazioni dei titoli imminenti.
Edizione originale. Tutto il pubblicato dal 1832 al 1835 in quindici tomi, tutti in ottime condizioni. Estremamente raro in queste condizioni e grado di completezza. Creata nel 1832 dal conte recanatese Monaldo Leopardi, già autore di opere politiche a carattere fortemente conservatore, e stampata a Pesaro dal tipografo Annesio Nobili – a sua volta ostile ai moti rivoluzionari che avevano scosso anche l’Italia nel 1830 e 1831 e pronto per questo a diffondere clandestinamente libri antiliberali, tra cui i «Dialoghetti sopra le materie correnti nell’anno 1831» del Leopardi -, «La voce della ragione» si propose come sodale ed erede della «Voce della verità» di Modena di cui, nel saggio introduttivo al primo fascicolo, i redattori - ovvero il conte e i figli Paolina e Pierfrancesco - celebravano il coraggio per aver tolto «alla cabala antisociale la privativa della favella libera e ardimentosa» e per aver sostenuto i partigiani «dell’ordine e della giustizia». E ordine, giustizia e spirito autenticamente votato alla salvaguardia della società - laddove per società si deve intendere un organismo retto sul rispetto del potere religioso e politico in quel tempo percorso da insurrezioni e rovesciamenti - sono ciò che il quindicinale si proponeva a sua volta di promuovere e difendere, ospitando contributi “filosofici, teologici, politici, istorici, letterari” in linea con questi principi.
19414132<p>Buenos Aries Ahora Periodico Illustrado. 1941. Oblong. 210x278mm. 32 leaves with 31 black and white photographs pasted in. Each photograph has printed captions text in Spanish pasted onto the bottom edge. The first leaf has the title details printed on white paper pasted in. Each photograph has a glassine protective sheet. Contemporary string bound album covered in maroon cloth and stamped with the name of the owner "Mervyn F. Ryan" on the upper cover with "Ahora Periodico Illustrado" stamped at bottom right corner. Some slight rubbing to extremities and wear to corners but otherwise very good and in excellent condition internally with the photographs especially well preserved. This album or anything like seems to be unrecorded and we have found nothing similar in the auction records. This fascinating collection of is a rare photographic record of the signing of the Atlantic Charter by Roosevelt and Churchill. It was produced by the Argentinian illustrated periodical Ahora. This was a news magazine and these photographs are enlarged versions printed on good quality gloss photographic paper of the pictures used in a series of issues of the magazine between 22nd August and 5th September 1941. There is little staged about these images and they have the immediacy of a true journalistic record. Unsurprisingly Roosevelt and Churchill feature heavily – they were the two big beasts Churchill holding the line in Europe and Roosevelt playing a very delicate domestic game with American public opinion – but there is a strong sense of the broader picture with lots of other figures contributing to the bustle and urgency of a major diplomatic conference. The Atlantic Conference took place between 9th-12th August 1941 at the US Naval Base Argentia in Newfoundland and the declaration issued as a statement rather than as a written document was made on 14th August. Although it was in a sense merely one of a number of similar declarations and agreements made that year the Anglo-Soviet Agreement – Evelyn Waugh's "day of apocalypse for all the world" - had been signed the previous month the Atlantic Charter the name was coined by a British newspaper and it stuck had a greater immediate impact and has had a longer lasting effect. Arguably it led to Pearl Harbour the Japanese interpreting it as an act of aggression; its call for national self-determination set the ball of decolonization rolling; and it laid the foundations for NATO and the United Nations. A new world order was emerging. The recipient of this album given to him we assume by Ahora magazine was Mervyn Ryan an engineer who worked in railways in America Britain India and Argentina. He was in Argentina for most of his working life latterly advising the Argentine government on the management of the previously British-owned railways. With fingers in lots of pies and a prominent member of the British community in Buenos Aries the editors of Ahora no doubt thought that Ryan was the right audience for this specially produced record of a major political event.</p> [Buenos Aries] Ahora Periodico Illustrado. � hardcover
In folio (mm. 380x245). Di questo celebre periodico bisettimanale offriamo una "raccolta completa" di 116 numeri sciolti, dal 3 settembre 1818 (n. 1) al 10 ottobre 1819 (n. 116), stampati su carta azzurrina (da qui la denominazione di “Foglio azzurro”); con timbro austriaco da 5 cent su ogni numero. Vittore Branca nel suo studio sul “Foglio azzurro” ("Il Conciliatore", Le Monnier, 1954) scrive che col n. 116 terminava la parte del "Conciliatore" distribuita agli associati; anzi lo stesso n. 116 ebbe pochissima diffusione, causa il sequestro quasi immediato da parte della polizia austriaca. I numeri 117 e 118 non vennero neppure distribuiti: se ne stamparono solo poche copie, destinate ai redattori. Verso la fine del 1920 pervennero al Museo del Risorgimento di Milano delle pagine inedite del glorioso periodico: si trattava delle bozze di stampa predisposte per i nn. 119 e 120, che non videro mai la luce per il veto della polizia austriaca. "”Il Conciliatore” fu fondato a Milano nel settembre 1818 da un gruppo di gentiluomini liberali, capeggiati da Luigi Porro-Lambertenghi e Federico Confalonieri. Suoi principali collaboratori furono Silvio Pellico (che curò anche la pubblicazione dei singoli numeri), Giovanni Berchet, Pietro Borsieri, Giuseppe Pecchio, Gian Domenico Romagnosi, Ermes Visconti e Lodovico Di Breme. Fu l'organo di battaglia dei romantici e, anche se non esplicitamente, dei liberali; sicchè divenuto ben presto sospetto alla censura, fu soppresso al suo 118° numero, nell'ottobre 1819”". Cosi' Diz. Treccani,III, p. 415. Fascicoli con qualche lieve fioritura, altrimenti ben conservati, con barbe.
144688hardcover. Began the 9th Day of April 1691; and Ended the 27th of September 1743. Vol. I. Published by Order of the General Assembly. title vignette. iv 840 2pp. folio contemporay calf; expertly rebacked in modern calf with leather labels; first few and last few leaves heavily foxed in margins; some light browning to text; binding moderately rubbed edges of corners worn small rubberstamp of a former owner on margin of t.p. N.Y.: Hugh Gaine 1764.<br/> <br/> "The largest issue of Gaine's press and the first piece of government printing he secured. The pp. 2 is `An Act of reversing the Attainder of Jacob Leisler and others' and is often lacking. The work was edited and the index made by Abraham Lott Junr." Ford The Journals of Hugh Gaine I p. 113 This work is complete in itself vol. II was published in 1766. Evans 9756.<br/> <br/> unknown
144688hardcover. Began the 9th Day of April 1691; and Ended the 27th of September 1743. Vol. I. Published by Order of the General Assembly. title vignette. iv 840 2pp. folio contemporay calf; expertly rebacked in modern calf with leather labels; first few and last few leaves heavily foxed in margins; some light browning to text; binding moderately rubbed edges of corners worn small rubberstamp of a former owner on margin of t.p. N.Y.: Hugh Gaine 1764.<br/><br/> "The largest issue of Gaine's press and the first piece of government printing he secured. The pp. 2 is `An Act of reversing the Attainder of Jacob Leisler and others' and is often lacking. The work was edited and the index made by Abraham Lott Junr." Ford The Journals of Hugh Gaine I p. 113 This work is complete in itself vol. II was published in 1766. Evans 9756.<br/><br/> unknown books
19035New York, George Brecht et Fluxus Editorial council for Fluxus, 1964-1970. 8 numéros sur 2 doubles ff. dépliant in folio, étui et chemise de carton vert. Bon état, rare pour cette revue.
Edizione originale. Rara collezione quasi completa dal gennaio 1922 al luglio 1943 mancante di soli 12 numeri: 1922 (n. 3), 1924 (n. 12), 1925 (n. 1), 1926 (n. 1), 1937 (nn. 1-6-7-8), 1941 (nn. 8-10-11-12). Fascicoli in ottime condizioni conservati in astucci e cofanetti protettiti divisi per annata con titoli al dorso. Timbri postali coevi alle brossure del 1943. Mensile fondato nel 1922 da Benito Mussolini a Milano che testimonia l’evoluzione ideologica e istituzionale del fascismo. Nata portando in sé le aspirazioni rivoluzionarie del primo fascismo sansepolcrista - e del vitalismo a esso associato, teso all’ordine attraverso però la trasformazione e la costante messa in discussione dello stato di cose esistente -, la rivista si fece nel tempo sempre di più luogo di dibattito politico-culturale e di propaganda legati al regime come organismo chiuso, saldamente retto dalla figura quasi divina del Duce e non più così avverso alla tradizione. Pubblicata ininterrottamente fino al luglio 1943, «Gerarchia» vide la collaborazione di alcune figure centrali nella parabola umana e pubblica di Mussolini, a partire da Margherita Sarfatti, per alcuni anni direttrice responsabile della pubblicazione e contributrice. Ma fondamentale fu anche l’apporto del pittore e poeta Ardengo Soffici, degli storici Gioacchino Volpe e Arrigo Solmi e del critico Lorenzo Giusti, senza dimenticare Mario Sironi che firmò, a partire dalla prima uscita del gennaio 1922, le tavole monocrome di copertina.
1688GT404aLondon: Printed by Authority 1688. Original issue 1st Printing. No Binding. Fine. 4to. 2pp. Original single sheet issue of the London Gazette No 2400 dated November 15th to Saturday November 17thst 1688. Double column layout printed by Edw: Jones in the Savoy 1688. AN IMPORTANT ISSUE REPORTING William of Orange landed at Brixham in Devon with an invasion force on November 5th 1688 that deposed of James II of England and James VI of Scotland. The unfolding events are dramatically reported in the opening paragraph of this rare surviving original edition of the London Gazette. The worlds first newspaper. The Invasion fleet entered the English Channel on 3/13 November.Britain had became a Protestant Society and the last Catholics reign of James II would soon be over. 2pp complete. <br/> <br/> Printed by Authority unknown
Edizione originale. Tutto il pubblicato in 6 fascicoli dal 1919 al 1921 in ottime condizioni (sovracoperte leggermente brunite e con minimi segni del tempo, per il resto esemplari privi di particolari difetti da segnalare). Prima di dare vita, nel 1922, all’avventura tipografica-editoriale della storica Officina Bodoni – che da Montagnola, nei pressi di Lugano, sarebbe poi stata trasferita a Verona -, Giovanni (Hans) Mardersteig – fondamentale figura di intellettuale-tipografo, creatore di elegantissime edizioni a partire dall’ «Opera omnia» di D’Annunzio del 1925 – fondò nel 1919, con l’amico e compagno di studi all’Università di Kiel Carl Georg Heise, una rivista destinata a farsi modello di equilibrio tra potenza della pura immagine e parola. «Genius. Zeitschrift für alte und Werdende Kunst» (ovvero “Genius. Rivista per l’arte antica e futura”) nacque in effetti come periodico dedicato ai movimenti artistici presenti e ai loro possibili sviluppi – su tutti, l’Espressionismo – avendo tuttavia profondo rispetto per il passato e rifiutando, come scrisse Heise, «la devozione cieca verso tutto ciò che è nuovo». Eppure, su impulso dell’editore della rivista Kurt Wolff – altro raffinato gigante dell’editoria novecentesca, a cui dobbiamo la prima pubblicazione della maggior parte delle opere di Kafka – che suggerì di suddividere la rivista in due sezioni – la prima, dal titolo “Die Bildenden Kunste” (“Le belle arti”) e la seconda, dal titolo “Dichtung und Menscheinn” (“Poesia e umanità”) -, «Genius» ospitò nelle sue pagine in formato in folio anche importantissimi contributi poetici e letterari, tra cui il racconto al tempo ancora inedito «Erstes Leid» («Primo dolore») del già nominato Kafka. Ma nei sei numeri usciti con cadenza semestrale tra il 1919 e il 1921, la rivista diede spazio, corpo e respiro a molto altro: illustrazioni, tavole applicate con riproduzioni di opere e luoghi e litografie originali, tra i tanti, di Emil Nolde, Karl Schmidt-Rotluff, Erick Heckel, Franz Marc accompagnate da approfondimenti e testi critici, e scritti – per citare solo i nomi maggiori - di Max Brod, Alfred Döblin, Hermann Hesse, Maxim Gorki, Ernst Bloch e, ovviamente, Franz Kafka.
23 quaderni di 25 totali (mancano quaderni XXIV e XXV). Fascicoli con normali tracce d’usura e fioriture, carte e tagli leggermente bruniti. Esemplari complessivamente in ottimo stato. I quaderni III e IV conservano l’estratto con le traduzioni italiane di poesie inglesi e americane. Raccolta di 23 quaderni di 25 totali (mancano i due quaderni conclusivi dell’autunno 1959 e della primavera 1960) della rivista letteraria «Botteghe Oscure» (1948 - 1960) fondata a Roma nell’omonima via da Marguerite Gilbert Chapin Caetani. I quaderni I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – XI – XII presentano la sola brossura color crema; i quaderni X – XIII – XIV – XV – XVI conservano la fascetta editoriale rossa e bianca; i restanti quaderni (XVII – XVIII – XIX – XX – XXI – XXII – XXIII) conservano la brossura bicolore riproducente i nomi degli autori presenti nel numero. Letterata, collezionista d’arte e mecenate statunitense – originaria di Waterford, Cunnecticut - naturalizzata italiana in seguito al matrimonio con il compositore Roffredo Caetani, Marguerite Caetani era già stata protagonista dell’importante esperienza con la rivista «Commerce», da lei creata a Parigi nel 1924 e pubblicata - come sarà poi anche per «Botteghe Oscure» - in francese, inglese e italiano fino alla chiusura nel 1932. Stabilitasi a Roma con il marito dopo la fine della seconda guerra mondiale, qui la Caetani fonda - con Elena Croce - il circolo «Il Ritrovo», luogo di incontri di scrittori e artisti in cui si fa largo l’idea di dare forma a una nuova rivista sul modello della precedente «Commerce». Nasce così, nel 1948, «Botteghe Oscure», periodico semestrale che prende il nome della via romana in cui si trovava il palazzo della coppia votato alla pubblicazione di testi e versi inediti di scrittori - almeno nella maggior parte dei casi - emergenti o semplicemente sconosciuti, pur non mancando contributi di romanzieri e poeti già affermati del panorama nazionale e internazionale. Priva di recensioni e di letteratura critica, la rivista intende lasciare che la parola possa esprimersi liberamente, senza mediazioni, forzature, pregiudizi o linee poetiche, teoriche e/o ideologiche da seguire o da cui essere condizionati. Francese, inglese e italiano - e, successivamente, anche tedesco, spagnolo, polacco, olandese, filippino ... – diventarono, in proporzioni diverse e variabili da un fascicolo all’altro, le lingue di «Botteghe Oscure», originando non una Babele letteraria, ma uno spazio realmente e armoniosamente internazionale (benché a nutrirlo fosse stato e fosse il fermento culturale italiano del secondo dopoguerra). E così Ungaretti, Svevo, Pasolini, Calvino, Bertolucci, Sbarbaro, Saba, Ginzburg, Cassola, Tomasi di Lampedusa sono solo alcuni dei nomi che, tra prosa e poesia, si accompagnano a Valéry, Camus, James Spencer, Bertolt Brecht, Dylan Thomas, René Char, Truman Capote, Maria Zambrano, Marianne Moore ... Un luogo di scoperta, nonché un atto d’amore per gli autori coinvolti e per i lettori che, attraverso «Botteghe Oscure», potevano – e ancora possono – prendere contatto con il libero fluire e con il libero darsi e imporsi di parole e mondi, come già si diceva, non costretti, non tradotti (fatta eccezione per poesie coreane, olandesi, filippine, indiane, polacche e pakistane presentate in inglese e considerando gli estratti con alcune traduzioni), non oppressi da giudizi, spesso fin lì trascurati dalla critica e lì, finalmente, portati alla luce. Nel «Congedo» - unico “saggio” pubblicato nei 25 quaderni - posto a chiusura dell’ultimo fascicolo della primavera 1960, Giorgio Bassani - storico e raffinatissimo redattore capo della rivista – scriveva giustamente che Marguerite Caetani aveva: «avvertito con esatta intuizione il clima, la fertilità del momento», decidendo di creare uno spazio che «accoglieva di preferenza, per non dire in modo esclusivo, contributi di persone niente affatto famose: persone oscure, appunto, cioè scarsamente conosciute nei loro stessi Paesi, e perfino nel ristretto ambito dei cenacoli letterari. Giovani, per lo più. “Botteghe oscure” non ha mai stampato saggi critici, recensioni, inchieste [...] Per ciò che riguarda la sezione italiana ritengo che i criteri di scelta del materiale siano bastevoli a esercitare un’influenza critica notevolmente incisiva sul corso della letteratura italiana del dopoguerra e sull’orientamento del gusto del nostro Paese […] Il fatto è, bisogna dirlo, che molti degli scrittori più largamente ospitati da “Botteghe oscure” in quegli anni – scrittori allora ignoti o quasi – ci hanno poi dato parecchi libri importanti, senza menzionare i quali nessun discorso serio sarebbe possibile, oggi, sulla nostra letteratura». S. Valli (a cura di), «La rivista “Botteghe Oscure” e Marguerite Caetani. La corrispondenza con gli autori italiani, 1948 - 1960, L’Erma di Bretschneider, Roma 1999; G. Bassani, «Congedo», in «Botteghe oscure», XXV, primavera 1960, pp. 434-439.
Tre fascicoli in formato album splendidamente illustrati da B. Cascella: copertine, tavole f.t. e illustrazioni n.t., tutto in litografia. S i pubblicarono solo i tre fascicoli che presentiamo, a partire dal 15 aprile del 1900, con in cop. la dicitura «Ufficiale per l’Esposizione d’igiene 1900». Tra i testi anche un inedito di Matilde Serao («Femminismo... di fumo»). L’«Illustrazione meridionale» rappresenta la prima, raffinata impresa editoriale di Cascella; seguirà «La Grande illustrazione», con impostazione grafica molto simile. Ottimi esemplari completi (solo fasc. II mancante delle velina parlante). Insieme molto raro: nessuna biblioteca pubblica possiede la serie completa, quattro risultano avere in catalogo il solo primo fascicolo. 3 voll.
Edizione originale. Parziale perdita di qualche lettera appena sotto l’intestazione, in prima pagina, causa rimozione dell’etichetta d’invio; per il resto, uno straordinario esemplare intatto e senza alcuna sofisticazione; rarissimo in queste condizioni. Rarissimo numero primo e unico pubblicato: sole tre copie nel censimento ICCU (Centrale Firenze, BSMC Roma e APICE Milano), cui OCLC aggiunte l’esemplare del MART Rovereto. -- Espressione dell’immaginismo di qualità e intensità inversamente proporzionali all’effimera durata (praticamente il solo anno 1927), l’«immaginismo» italiano — che nulla ha a che vedere con l’imagism poundiano o con l’omonimo -ismo russo — «assumeva in realtà una poetica dell’immaginazione che sembrava ricorrere fino alla messa in scena del subconscio. […] L’immaginismo italiano era di fatto molto più vicino al surrealismo. […] Ed è certamente dal cinema che l’immaginismo italiano traeva la sua linfa più segreta» (Lista, p. 7-s). Animatori principali del movimento furono l’artista Vinicio Paladini e lo scrittore Dino Terra. Paladini veniva da quel crogiolo di avanguardisti e irregolari del principio degli anni ’20 che solo verso la metà del decennio e oltre chiariranno la direzione presa dalla propria parabola artistica; dopo un breve periodo di fiancheggiamento futurista, grazie alle intercessioni di Prampolini (si veda la vicenda legata al manifesto sull’Arte meccanica), Paladini si posizionava a distanza di sicurezza con l’intervento del 1927 «Arte d’avanguardia e futurismo», pubblicato prima sulla «Bilancia» poi in plaquette. Ed è proprio il gruppo gravitante attorno alla rivista romana (mensile ma aperiodico diretto da Umberto Barbaro) che riempirà le fila dell’immaginismo — per scioglierle subito e riformarle altrove. -- Il nome della rivista che fa da altoparlante del movimento, così come il marchio che la illustra (due ingranaggi che s’arrotano), reca precisa memoria dell’origine comunista di Paladini. L’apertura del fascicolo che lancia il movimento immaginista è affidata per intero all’artista russo-romano, che compone una pagina dominata da un incredibile ‘fotomontage’ in bianco e nero, dove sono tutte le suggestioni e i temi cari (un vero e proprio manifesto ‘visivo’ che sarebbe da analizzare con la lente d’ingrandimento); la composizione è incorniciata da un testo composto a slogan, non-sense, testi in all-caps, simboli matematici e maniculae, d’impronta chiaramente dadaista. In seconda pagina comincia il lungo manifesto «Una nuova estetica per un’arte nuova», firmato da Umberto Barbaro, che condivideva con Paladini la fede politica di estrema sinistra: un testo illuminante per capire la posizione del gruppo rispetto alla questione generale del modernismo e dell’avanguardia ma, nello specifico, rispetto al futurismo, da cui in Italia non si può prescindere. In terza pagina una recensione ‘onirica’ dei due libri di Dino Terra, già pubblicati sotto le insegne della «Ruota editrice»: Riflessi (che si fregerà di uno strillo di Marinetti in fascetta) e L’amico dell’angelo, un dramma. Le altre presenze servono a fornire un’indicazione di provenienza e appartenenza (come le poesie di Majakovskij ed Elena Ferrari) oppure sono del tutto episodiche, personaggi minimi raggranellati sul fondo del vivace ambiente romano che sboccerà appieno solo negli anni ’30. Lista, Dal futurismo all’immaginismo, passim; The Oxford Critical and Cultural History of Modernist Magazines, III, p. 580; Salaris, Riviste futuriste, p. 1106-ss; Casetti, Movimento immaginista, p. 65
Collezione completa. Straordinario insieme in eccellenti condizioni di conservazione, completo, nelle fragili scatole originali (distacco netto ad alcuni degli angoli delle scatole, fermato con nastro filmoplast; scatola n. 3 con segni d’urto agli stessi angoli). Importante rivista/raccoglitore di libri d’artista, pubblicata a cadenza annuale in tiratura limitata a 500 esemplari; fanno eccezione i volumi 3 e 4, entrambi usciti nel 1977, e l’ultimo numero, il 7, pubblicato in 1100 esemplari numerati nel 1981, dopo la mancata uscita nel 1980. All’interno delle scatole sono contenuti veri e propri libri e plaquettes, ciascuno contrassegnato dalla sigla della scatola d’appartenenza (i. e. «Tau/ma 1» su tutti i volumetti della prima scatola, 1976), in un sapiente dosaggio di edizioni originali affiancate da ristampe anastatiche di testi fondativi delle avanguardie storiche. Il libri sono legati tramite incollatura a pressione, senza dorso. -- Oltre a varie opere dei direttori, contiene contributi di Emilio Villa (Alphabetum Coeleste, n. 3/1977; Verboracula, n. 7/1981), Adriano Spatola (Cantico delle creature, n. 4/1977), Edoardo Sanguineti con il figlio Federico (Papiro, n. 5/1978), Luciano Caruso (Piccola teoria della citazione, n. 5/1978), Michelangelo Pistoletto (Le stanze, n. 5/1978), Jannis Kounellis (Hotel Louisiane, n. 7/1981), Mimmo Paladino (Una piccola storia, n. 7/1981), Giulia Niccolai, Julien Blaine, Gian Pio Torricelli, Vito Acconci, Luigi Ballerini, Heinz Gappmayr, Jiri Kolar, Haroldo de Campos e Regina Silveira, Agnes Denes, Joan Jonas, JCT, Adalgisa Lugli, Ladislav Novak, Emilio Prini, Jochen Gerz, Madeline Gins, Richard Nonas, Luciano Bartolini, Elsa Ruiz, Adriano Malavasi, Carlo Serveri, Patrizia Vicinelli, Konrad Balder Schäuffelen, Francesco Pellizzi, Remo Guidieri, Robert Lax, Carlo Finale. -- Tra le ristampe anastatiche, meritano particolare menzione quelle relative a recuperi di testi antichi e raro contenenti virtuosismi calligrafici, come l’«Unius Libri versum» di Bernard Bauhus (1617), il «De furtivis literarum notis» di Giovan Battista Della Porta (1602), la «Lettera apologetica» di Raimondo di Sangro (1750), il «Musarum Liber XXV» di Baldassarre Bonifacio (1628). Maffei & Peterlini, Riviste d’arte e d’avanguardia, pp. 144-5 7 voll.