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brossura Non la fine della metafisica ma la sua trasformazione critica. Questo sembra essere l'esito del confronto della scuola di francoforte con la grande tradizione filosofica del passato. Il volume passa in rassegna le espressioni più significative che la "teoria critica" ha saputo produrre intorno al tema della metafisica a partire dai primi saggi degli anni trenta scritti da horkheimer e marcuse, passando attraverso la grande sfida adorniana di una salvazione della metafisica "nell'attimo della sua caduta", fino alla più recente proposta habermasiana di un pensiero "post-metafisico". Precede l'indagine un necessario confronto con la Fenomenologia dello spirito di Hegel, un pensatore che della Scuola di Francoforte e del suo controverso rapporto con la metafisica è il lontano ispiratore. Il volume è il risultato di un seminario permanente di ricerca, il Seminario di teoria critica dell'Università di Venezia, operante dal 1998. Lucio Cortella è professore ordinario di Storia della filosofia contemporanea presso l'Università Ca' Foscari di Venezia. Studioso di Hegel e del pensiero filosofico contemporaneo, si è occupato in particolare di teoria critica, dialettica, ermeneutica, filosofia pratica, teorie della razionalità e della modernità, teoria del riconoscimento.
br. Nel nostro universo, qualunque cosa, dalla più piccola particella alla più smisurata galassia, esiste in un qualche tempo e in un qualche luogo. Ma cosa significa esistere in un qualche tempo? Il fenomeno dell'esistenza temporale gioca un ruolo fondamentale nella comprensione dell'universo e di noi stessi quali creature temporali. Eppure è un fenomeno profondamente misterioso. L'esistenza temporale è da intendersi come una relazione? Che legami ha con l'esistenza dell'ontologia? L'esistenza temporale e la localizzazione spaziale sono due fenomeni essenzialmente differenti o due istanze di un'unica relazione? Tutto ciò che esiste nel tempo esiste nel tempo nello stesso modo? Tutto ciò che è nel tempo è anche nello spazio? Esistenza e persistenza contiene la prima indagine sistematica della natura dell'esistenza temporale e delle conseguenze di questa indagine per la metafisica della persistenza. Introduzione di Kevin Mulligan.
In 8', br. ed. pp. 319, ingiallimenti e segni del tempo, buon es.
ill., br. L'esternalizzazione di cui l'autore parla consiste nel fatto che aspetti e funzioni del corpo o della mente dell'uomo sono trasferiti tecnologicamente all'esterno, incarnati dentro macchine tendenti alla propria autonomia. Questo processo, ora in fase già avanzata, ha inizio nella seconda metà dell'Ottocento coi nuovi media dell'immagine e del suono: la fotografia, il fonografo e il telefono. Parigi è il luogo d'elezione per studiare e capire tutto questo: la fotografia è sostanzialmente francese, del fonografo si scopre che esso fu già ben descritto da Charles Cros, e il telefono delle origini è niente altro che il teatrofono di Clément Ader. Ma, al di là di questi dati storici, Parigi costituisce il luogo nel quale questi media esplodono e implodono ed è lì che vanno osservate, meglio che altrove, le reazioni che essi suscitano e le trasformazioni antropologiche che essi provocano. L'autore lo fa muovendosi sul doppio piano della teoria e delle esplorazioni storiche e ci consegna alla fine un quadro che, a un tempo, getta luce sulle origini e indica la strada che stiamo percorrendo.
Mm 125x170 Prima edizione in 1100 esemplari numerati, il nostro è il n. 618. Collana "Arte Moderna Italiana" - Brossura editoriale con copertina illustrata, 17 pagine + 28 tavole in nero fuori testo e una a colori in antiporta. Opera in ottimo stato di conservazione. SPEDIZIONE IN 24 ORE DALLA CONFERMA DELL'ORDINE.
Paris, Librairie académique Didier et Cie, 1862, in-16, br. editoriale, pp. XII, 496. Fioriture.
br. Il "Breviario di estetica" di Benedetto Croce, pubblicato nel 1913, è un'opera in cui l'autore inserisce quattro lezioni attraverso le quali il filosofo riassume i tratti più importanti della sua concezione della poesia. Quattro lezioni, come si legge nell'Avvertenza dello stesso autore, che "potrebbero essere utili ai giovani che si volgono allo studio della poesia e, in generale, dell'arte; e forse anche entrare in loro servigio nelle scuole secondarie, come lettura di aiuto agli insegnamenti letterari e filosofici".
ril. L'"Estetica" è sicuramente l'opera più nota e più tradotta di Benedetto Croce, e ha segnato non solo in Italia ma nel mondo il pensiero estetico e, più in generale, filosofico del Novecento. Per la profondità di pensiero teorico e per la vasta influenza che ha esercitato, possiamo senz'altro definirla un classico della filosofia. Pubblicata in prima edizione nel 1902 e nella seconda nel 1904 presso l'editore Sandron di Palermo, l'Estetica faceva ingresso con la terza edizione nel 1908 nel Corpus laterziano delle opere disegnato dall'autore, e avrebbe avuto altre sei edizioni. L'"Estetica", sotto l'aspetto filosofico, è opera unica; tuttavia l'integrale riscrittura cui il filosofo sottopose l'intero testo per la terza edizione, ha comportato l'impossibilità di collazione dei testimoni ai fini dell'apparato e reso necessaria l'edizione di due testi distinti con a base, il primo, la redazione nona Laterza 1950, che rispecchia la volontà dell'autore, il secondo, la redazione seconda (Sandron 1904). Il terzo volume contiene la Nota al testo e l'Apparato critico. Con questa pubblicazione si completa nell'Edizione nazionale delle Opere di Croce la sezione "Filosofia dello spirito".
ril. tela In un momento di profondo isolamento, a causa del clima politico e culturale nell'Italia degli anni trenta, e nel conseguente stato d'animo, poi superato ma allora intenso, dell'esaurirsi di un ruolo, di un compito, forse della stessa vita, Croce raccolse alcuni dei suoi scritti migliori in ambito estetico, logico, etico e storico-metodologico, chiamandoli "Ultimi Saggi".
In 8°; 5 tomi: 276 pp, 323, (1) pp., 312 pp., 330 pp., 268, (8) pp. Legature coeve in mezza-pelle chiara con titolo, autore, numero del volume e ricchi fregi in oro al dorso. Piatti foderati in carta marmorizzata coeva. Prima, assai rara, edizione italiana completa (una prima edizione ridotta italiana uscì nel 1724) della più importante opera del celebre filosofo neoplatonico e teologo inglese, Ralph Cudworth (Aller, 1617 – Cambridge, 26 giugno 1688). Professore d'ebraico e rettore del Christ's College. Nel 1645 venne riconosciuto come leader del gruppo di filosofi denominati "platonici di Cambridge" che durante la Rivoluzione inglese si schierò con gli ideali repubblicani. Tale era la sua fama che lo stesso Cromwell era solito chiedere il suo giudizio nelle nomine universitarie. Nel 1678 pubblicò la sua opera più importnate “The True Intellectual System of the Universe: the first part, wherein all the reason and philosophy of atheism is confuted and its impossibility demonstrated”. Dell'opera uscì il solo primo tomo, si crede in quanto la pubblicazione delle altre parti venne abbandonata in seguito alle accesissime discussioni teologiche che seguirono. L'opera divenne il centro del pensiero spiritualista inglese che rifacendosi a Platone, sostiene che la conoscenza degli oggetti non proviene dagli oggetti stessi ma da esperienze già insite nella natura stessa degli spiriti che sono essi stessi un insieme di “essenze intellegibili” universalmente valide, rigettando però al contempo il dualismo cartesiano di pensiero (res cogitans) (coscienza) ed estensione (res extensa) andandolo a sostituire con i concetti i attività e passività. Il sistema filosofico di Cudworth si formalizza proprio nella sua opera principale “The true intellectual” dove l'autore applica la sua concezione filosofica ai principi di libertà e necessità arrivando a confutare tutte le filosofie atee che individuano il determinismo come base delle azioni umane. Nell'opera l'autore, attraverso la sua metafisica arriva a contrapporre il sistema dell'universo ideato dagli atei e quello copernicano. L'idea della traduzione dell'opera è di un geniale piccolo editore pavese, Defendente Sacchi, che nella prima metà del XIX° secolo, ebbe l'intuizione di tradurre alcune opere di metafisica, che avevano avuto grande successo all'estero ma che avevano incontrato un'accoglienza, perlomeno, tiepida in Italia, tanto da non venire nemmeno tradotte nella nostra lingua. Defendente Sacchi fu un editore dalla notevole curiosità culturale, particolarmente interessato agli studi metafisici, tanto da ideare, insieme a Germani Giuseppe e Rolla Luigi, una vera e propria collana filosofica, la “Collezione dei Classici Metafisici” che vide fra i titoli tradotti, varie prime edizioni italiane di Locke, Hume, Malebranche, Condillac e pochi altri. Fino alla pubblicazione della “Critica della Ragione pura”, forse la sua opera edita più importante, la collana era composta solo di 26 volumi. Seppur le traduzioni delle opere furono commissionate da Defendente a traduttori tutt'altro che professionali, l'impatto delle edizioni di Sacchi fu notevole tanto ad esempio, che la la sua edizione della Critica Kantiana portò il titolo ad essere inserito, per la prima volta, nell'Indice dei Libri Proibiti, decine anni dopo la prima edizione vera e propria dell'opera. La stampa dell'edizione è fisicamente tirata dal tipografo Pietro Bizzoni, personaggio molto noto, tipografo della Regia Università, e stampatore di testi altamente specializzati in materia medica (a lui ad esempio si deve la prima edizione di una delle opere di Antonio Scarpa) ma anche di critica letteraria e linguistica. La dicitura tipografica i Collettori, si riferisce a Defendente Sacchi, Luigi Rolla e Giuseppe Germani curatori, appunto, della “Collezione dei Classici Metafisici”. Opera assai rara.
in-16 broché, couv. Ill. Bon état. [MB-5]
brossura "La speranza e il senso" presenta il pensiero di Kant come modello di filosofare globale, mirante a far fronte in positivo alle grandi questioni "metafisiche", che sono le ineludibili domande ultime della ragione umana. La linea tracciata da Kant è quella di un'"interpretazione del mondo" guidata dalla coscienza morale e articolata dalla riflessione critica su di essa. Le due parole del titolo indicano il punto di avvio e il punto di fuga di tale percorso: la domanda "Che cosa mi è lecito sperare?" e la prospettiva di un "senso" del mondo inteso come creazione di un Dio morale. La linea che unisce i due punti è costituita da quell'esercizio del Giudizio riflettente pratico che sfocia nella teleologia morale, nel postulato del sommo bene come scopo finale e nell'etico-teologia. Una linea di pensiero che Kant riassume nella formula dell'"interpretazione autentica" del mondo e che viene ricostruita concentrandosi in particolare sulle idee della libertà, di Dio e del compimento finale. Il collegamento tra il "libro del mondo" e il "libro sacro", emergente da una metaforica tradizionale, spinge a delineare una teoria kantiana dell'interpretazione, per lo più implicita, che deve convalidarsi a confronto con l'ermeneutica scritturale esplicita e con la pratica effettiva della lettura biblica dell'autore. L'ultima parte del libro sottolinea sinteticamente la dialettica della speranza in ambito religioso, il difficile lavorio del "principio di giustizia" nel cammino verso la pace, nonché la fecondità quasi insospettata del "principio buono" come lievito non solo della crescita etico-religiosa individuale e comunitaria, ma di tutta la vita morale e sociale.
br. Il presente volume nasce nel quadro delle Celebrazioni Leonardesche, tenutesi a 500 anni dalla morte dell'artista, scienziato e filosofo. I saggi qui raccolti intendono approfondire il rapporto che si instaura tra l'essere umano e il regno della natura, a partire dal confronto con il pensiero e l'opera di Leonardo da Vinci e dei principali autori della cultura umanistico-rinascimentale, senza dimenticare le problematiche legate alla trasformazione dei concetti di arte e di natura tra l'età moderna e il mondo contemporaneo. Le tematiche trattate, che investono gli ambiti della tecnica e della creatività, sono affrontate secondo una prospettiva interdisciplinare, all'insegna del dialogo tra la riflessione filosofica, le discipline tecniche e le arti figurative, e con la ferma convinzione che un'adeguata problematizzazione dei plessi concettuali in gioco nel Rinascimento richieda un confronto tra quegli ambiti disciplinari in cui il pensiero, la tecnica e la creatività si trovano a operare in sinergia.
ill., br. In tutta la sua opera, Cusano ricorre a esempi riferiti all'arte e a giochi di carattere sociale - il gioco della palla, quello della trottola e dell'icona del Cristo onniveggente. Nel suo pensiero è presente un momento "immaginale" che lo accosta, del tutto naturalmente, all'arte e alla rappresentazione artistica. Alcuni artisti e tenaci dell'arte, tra cui Alberti e Jan van Eyck, sembrano avergli suggerito esempi e formule feconde a livello filosofico; altri, come Dürer e Leonardo da Vinci, paiono aver ripreso dai suoi scritti dottrine facilmente assimilabili al linguaggio dell'arte. In un caso soltanto questo rapporto risulta documentabile: quello tra Cusano e il pittore Leonardo da Bressanone, autore di un sorprendente affresco del Dio trivultus. Centrale, anche in questo caso, è la raffigurazione pittorica del "non raffigurabile", di quanto supera ogni figura e immagine. In questo episodio, dunque, una pittura mistica - che, a rigore, "non raffigura nulla" - s'incontra con un pensiero filosofico il cui oggetto eccede ogni nome, immagine e concetto.
br. Per quali ragioni il filosofo che lavori sul cinema è tuttora considerato poco "serio", alla stregua del dilettante perditempo o del chierico infedele? E per quali ragioni, almeno in Italia, è ancora tenacemente presente la convinzione che, per quanto ci si possa sforzare di congiungerli, cinema e filosofia restino due ambiti irrevocabilmente distinti? Questo libro risponde a tali interrogativi, ritraendo un quadro variegato e stimolante della natura evocativa del cinema. La prima parte del testo approfondisce le molte e decisive questioni attinenti alle peculiarità del cinema, nel contesto della tradizione filosofica occidentale da Aristotele a Heidegger. La seconda e la terza parte si soffermano rispettivamente sull'opera di alcuni grandi maestri del cinema contemporaneo (Truffaut ed Eastwood, Fellini e Wilder, Spielberg e Garrone, Wenders e Scorsese) e su alcuni film memorabili (Moulin Rouge! e Il mestiere delle armi, American Beauty e Chicago, per citarne alcuni). Senza voler proporre una nuova teoria sul cinema, e ancor meno la rimasticatura aggiornata di una fra le tante concezioni del cinema oggi in circolazione, il libro ci dimostra in che senso e con quali suggestive implicazioni si può affermare che davvero i film "pensano".
br. Per quali ragioni il filosofo che lavori sul cinema è tuttora considerato poco "serio", alla stregua del dilettante perditempo o del chierico infedele? E per quali ragioni, almeno in Italia, è ancora tenacemente presente la convinzione che, per quanto ci si possa sforzare di congiungerli, cinema e filosofia restino due ambiti irrevocabilmente distinti? Questo libro risponde a tali interrogativi, ritraendo un quadro variegato e stimolante della natura evocativa del cinema. La prima parte del testo approfondisce le molte e decisive questioni attinenti alle peculiarità del cinema, nel contesto della tradizione filosofica occidentale da Aristotele a Heidegger. La seconda e la terza parte si soffermano rispettivamente sull'opera di alcuni grandi maestri del cinema contemporaneo (Truffaut ed Eastwood, Fellini e Wilder, Spielberg e Garrone, Wenders e Scorsese) e su alcuni film memorabili (Moulin Rouge! e Il mestiere delle armi, American Beauty e Chicago, per citarne alcuni). Senza voler proporre una nuova teoria sul cinema, e ancor meno la rimasticatura aggiornata di una fra le tante concezioni del cinema oggi in circolazione, il libro ci dimostra in che senso e con quali suggestive implicazioni si può affermare che davvero i film "pensano".
br. Bello è un concetto di inquietante complessità, un giacimento di idee e intuizioni dilatatosi nel tempo fino ai confini estremi della riflessione. Bello, bellezza, sono tra le parole più ricorrenti per definire immagini, aure, fantasie e nutrire estri letterari, indugi filosofici. Si parla di bello in riferimento all'aspetto di una persona, alla suggestione di un paesaggio, alla forza comunicativa di un'opera d'arte. Ma si usa anche per indicare la capacità argomentativa di un discorso, la qualità di un'idea, la coerenza di una legge o la configurazione di una galassia. Eppure, a dispetto di una così grande diffusione, non vi è affatto chiarezza né univocità nel modo di intendere questo concetto. Umberto Curi delinea un percorso affascinante e innovativo che, muovendo dal mondo classico greco-latino, quando il bello era ritenuto il requisito di ciò che non mancava di nulla, conduce al pensiero moderno e contemporaneo e ai "tremendi" angeli rilkiani, quando ormai il bello deve lasciare spazio all'assenza. L'apparire del bello, suggerisce Curi, coincide con la manifestazione di un'ambivalenza insuperabile, con la rivelazione di uno scandalo, con l'emergenza di una contraddizione, che tuttavia scalda il cuore e ci consola.
ill., br. Due occhi sbarrati, braccia e gambe rinsecchite, mani violentemente serrate intorno a una preda, la sagoma di un corpo mutilato, una bocca spalancata che sembra accompagnare con un urlo il pasto cannibalico. È «Saturno che divora suo figlio», una delle 14 pinturas negras realizzate da Francisco José Goya intorno al 1820, dove Saturno è l'immagine del tempo che per sopravvivere consuma e distrugge, rincorrendo forsennato la propria stessa fine. Siamo davanti a una delle opere più influenti sugli sviluppi successivi dell'arte moderna, intorno alla quale molto resta ancora da chiarire. Un incubo denso di misteri che evoca potentemente il legame inscindibile fra il tempo e la morte.
br. Tra cinema e verità sembra sussistere un'opposizione insanabile. Mentre, infatti, in quanto è una forma di poiesis, il cinema ha a che fare col "verosimile", la filosofia tende a raggiungere la verità. A ciò si aggiunga che il cinema appare lontano, in quanto intrattenimento, dall'austera serietà di cui è accreditata la filosofia. Risalendo alla "poetica" di aristotele, e richiamando gli esiti più maturi della filosofia francese della seconda metà del novecento, in questo saggio umberto curi cerca di dimostrare che al cinema può essere riconosciuto uno statuto paragonabile a quello del mythos antico, sicché esso esprime un altro modo, non meno rigoroso rispetto al locos, di sviluppare l'interrogazione filosofica.
br. A re Mida che gli chiede quale sia la cosa più desiderabile per l'uomo, Sileno risponde: "Non essere nato, non essere, essere niente". Diverse versioni della sentenza, dette da altri personaggi, riecheggiano in fonti diverse, da Erodoto ai grandi tragici a Plutarco, ma nessuna è riducibile alla dichiarazione di pessimismo metafisico. Anzi, per Umberto Curi parlare di pessimismo è fuorviante, se non consolatorio. La densità tutt'altro che univoca dell'apologo e rilevata già da Nietzsche, che lo colloca all'inizio della "Nascita della tragedia" e ne rovescia la valenza corrente in quel dire sì alla vita in ogni sua manifestazione, compreso il dolore, che costituisce il cuore del sentimento tragico. Una densità che si intensifica e si incupisce quando dall'orizzonte senza Dio dei greci si passa alle denunce bibliche della miseria umana, al cospetto della potenza divina: l'imprecazione di Geremia ("maledetto il giorno in cui nacqui; il giorno in cui mia madre mi diede alla luce non sia mai benedetto"), la certezza della nullità dell'esistenza nel Qohelet e la contesa angosciosa di Giobbe con il Signore rimandano alla verità paradossale della fede, alla figura cristologica di Abramo riletto da san Paolo, Kierkegaard e Simone Weil. Nelle sue diramazioni e riformulazioni il motto di Sileno esprime, più che negatività dell'esistere, l'inattingibilità di un sapere positivamente definito sull'esistenza, e continua a interpellare il logos discorsivo della filosofia e le forme del pensiero religioso.
Glossy pictorial cover shows slight edge wear. Ribbon closure. An illustrated guide with movable parts to the twelve signs of the zodiac. 7 3/4"w x 10 7/8"h.
br. L'indagine si rivolge inizialmente alla filosofia di Martin Heidegger e porta alla luce la profonda contraddittorietà della sua base teoretica. Si interroga allora sul fondamento del successo di tale pensiero, che benché gravato dalla contraddizione è tra i più studiati e seguiti del novecento. Da qui l'ampliamento della ricerca e il suo rivolgersi alla direzione fondamentale della filosofia contemporanea, alla sua essenza e alle sue radici, che affondano nel modo in cui la filosofia da Platone in poi ha concepito l'ente quale sintesi tra la determinazione (ciò che) e il suo essere (è). Rilevando che la concezione dell'ente come diveniente presuppone da ultimo che la determinazione (ciò-che) in sintesi con l'essere consista in una struttura o unità relazionale dinamica di momenti, l'indagine mette a nudo la logica che pensa l'ente come essenzialmente diveniente - in questo libro definita "separante" - e risponde a questioni di grande rilievo teoretico: come mai la determinazione separata dall'essere non è riconosciuta come nulla e perciò come autocontraddizione di essente-niente? E come mai il problema del nulla assoluto viene sostanzialmente accantonato fino a Hegel incluso per ripresentarsi potentemente all'interno del pensiero (filosofico e non) contemporaneo?
Mm 160x240 Brossura editoriale di pp. viii-307, in ottimo stato. SPEDIZIONE IN 24 ORE DALLA CONFERMA DELL'ORDINE.