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ril. "Con il "De profundis" Salvatore Satta istruisce un solitario processo sull'ultimo quarto di secolo della storia italiana e, in particolare, sul suo quinquennio conclusivo. Il volume - dichiaratamente non politico e dal tono dolorosamente meditativo - offre una prospettiva diversa e antagonista rispetto a quella "giustificazionista", cui siamo abituati, nell'analisi del fascismo e della seconda guerra mondiale. Obbliga a un estraniante sguardo dall'alto, a una resa dei conti di ciascuno con la propria coscienza, con le responsabilità individuali e le vicende collettive di quegli anni." (dalla Prefazione di Remo Bodei)
ill., ril. Il volume è un'antologia di scritti sui temi dell'arte, della città e dell'abitare, della fotografia, del paesaggio. È un viaggio di "de scrizioni" intenso e lieve. Un piccolo, grande girovagare emozionale fatto di onde e ricordi dove la dimensione artistica o meglio il "sentire" dell'arte è inequivocabilmente narrato come l'impatto trasformativo di una sensibilità che detiene un primato assoluto sulla vita quotidiana, ricombinando i legami fra cronaca, politica, amicalità, affetti, immaginario, vissuti individuali e collettivi. In questo narrare rizomatico, la dimensione artistica è osservata e raccontata non tanto nella sua specificità di linguaggio e di unicità d'espressione creativa, ma come spazio che interagisce e si modifica nel sistema più generale del processo culturale. La prefazione al volume è di Alfonso Amendola.
br. Composti nel 44 a.C., un anno prima morte di Cicerone, i dialoghi "De senectute" e "De amicitia" - insieme al "De officiis" - formano la triade di opere filosofiche in cui è espressa la summa del pensiero ciceroniano, plasmata dalla consuetudine di una vita intera con le grandi correnti di età ellenistica, quali lo stoicismo, l'epicureismo e l'Accademia platonica. Vecchiaia, dunque, come "fine attiva" della vita, fase vitale dell'esistenza del cittadino repubblicano, punto di riferimento soprattutto in funzione politica. Amicizia, invece, come cardine della moralità, pilastro sul quale poggia la nobilitas, intesa come espressione di quella repubblica senatoria destinata di lì a poco a scomparire.
br. Nato come teodicea e giustificazione della divinità dall'apparente ritardo nel comminare la giusta pena ai malvagi, il "De sera numinis vindicta" di Plutarco si colloca nel più ampio contesto del dibattito tardoantico sul tema del provvidenzialismo. A tale dibattito, l'opera contribuisce dando voce a una posizione che può considerarsi a buon diritto originale per il modo in cui rielabora le principali dottrine del tempo, dal casualismo epicureo che fa la sua apparizione fin dall'incipit al neoplatonismo dalle forti tinte stoiche che percorre carsicamente tutto il testo. Muovendosi sul doppio livello dell'etica della responsabilità individuale e del cosmo ordinato di cui ognuno rappresenta una pedina o un tassello, Plutarco descrive un vero e proprio itinerario iniziatico che il lettore attento potrà immaginare di percorrere a sua volta, elevandosi dal punto di vista individuale a quello a parte Dei, di una divinità onnisciente. È, questa consapevolezza, una vera e propria cura dell'anima, della quale peraltro Plutarco ammette l'immortalità, destinata a trasformare la filosofia e la giustizia, intesa nel suo senso più profondo, nella quintessenza del divino. E dell'umano che al divino aspira.
brossura
br. Argomento sempre attuale quello della felicità, dibattuto anche oggi nella nostra società consumistica, ma già trattato nelle scuole filosofiche dell'Atene postsocratica e poi in ambiente romano, dove Cicerone prima e poi ancora di più Seneca lo affrontano in modo chiaro ed univoco. Il De vita beata, appunto, è la risposta di Seneca agli interrogativi più comuni su ciò che ci dà la vera felicità, facendo luce sulla strada giusta da intraprendere per conseguirla, fugando le opinioni della gente comune di cui dimostra stoltezza e fallacità. La felicità non consiste nei piaceri, come invece sostenevano gli epicurei male interpretando gli insegnamenti del loro Maestro, anzi coloro che si abbandonano ad essi ne sono dominati, quindi ne diventano schiavi: è il caso, ad esempio, di chi ritiene erroneamente che le ricchezze diano felicità e non si accorge invece che esse condizionano la vita. Perché allora Seneca, che vive nel lusso, non si priva delle sue ricchezze accontentandosi del necessario? Perché parla in un modo e vive in un altro? E Seneca risponde ai suoi numerosi detrattori ammettendo l'utilità della ricchezza come mezzo per potere agire... Prefazione di Laudizi Giovanni.
brossura Un'introvabile pantera dal respiro profumato: è questa l'immagine con cui Dante definisce l'oggetto della propria ricerca nel "De vulgari eloquentia", il trattato dedicato al problema della lingua poetica italiana. Un libro che rievoca con esplicito orgoglio le esperienze letterarie di gioventù del suo autore, sancisce il trionfo del "nuovo stile" e che soprattutto non smette di affascinarci per l'intelligenza e la capacità dantesche di anticipare tutte le questioni che hanno caratterizzato la nostra modernità, dalla storia della lingua a quella letteraria, dalla metrica alla filosofia del linguaggio. Questioni che il puntuale commento di Giorgio Inglese contribuisce a sottolineare e a chiarire in maniera perfetta.
br. «Se non avesse scritto la Commedia, con ogni probabilità Dante sarebbe passato alla storia come grande lirico e come grande linguista. Le ricerche sul campo e le teorizzazioni intorno alla lingua, incentrate sull'idea esclusivamente sua della storicità e, quindi, della continua mutevolezza delle lingue parlate, sono di una modernità che suscita ammirazione. E ammirazione suscita anche la preveggenza quasi profetica con la quale Dante scommette che una lingua frammentata in una miriade di dialetti e utilizzata tutt'al più per un uso letterario specialistico possa diventare la comune lingua di cultura.» (Marco Santagata)
br. Il volgare italiano, di cui Dante tesse l'elogio nel Convivio , diventa oggetto di studio scientifico in questo trattato latino, progettato in quattro libri nel 1303-04, ma interrotto nel 1305 al quattordicesimo capitolo del secondo libro. Studio critico della storia letteraria del Duecento, l'opera è un contributo al dibattito che vedeva contrapposti il latino, lingua di cultura per eccellenza ma costruzione artificiale dei grammatici, e il volgare italiano, la lingua del «sì», lingua naturale e materna che il bambino apprende dalla propria nutrice. Dopo aver affrontato temi quali l'origine del linguaggio, il formarsi delle lingue, il loro suddividersi in idiomi e dialetti, Dante spiega le ragioni della sua avversione alle parlate regionali e propone che, in mancanza di un idioma unitario, sia affidato agli scrittori un raffinamento della lingua viva, che attinga alle più alte espressioni della lirica italiana. Pur nella sua incompiutezza, il De vulgari eloquentia è il primo tentativo di dare dignità e struttura formale all'italiano nel suo farsi lingua ma anche strumento di unità politica e culturale della penisola.
20x13,5 cm; 276, (6) pp. Legatura in mezza tela viola e carta marmorizzata ai piatti (piccola mancanza al margine superiore del dorso e qalche strofinatura ai piatti). Antica firma di precedente proprietario al frontespizio. Esposizione e spiegazione di alcuni generi di componimenti: prosa narrativa, novelle, romanzi, favole, saggi storici, epistole, liriche e satire. Prima edizione non comune satmpata in Umbria a Spoleto di questo testa di critica letteraria del noto canonico regolare lateranense e letterato lucchese Luigi Santini. Si deve a Santini la defiitiva attribuzione dell'Imitazione di Cristo al canonico regolare Tommaso da Kempis. Piccolo ex-libris nobiliare al margine bianco del frontespizio. Buono stato di conservazione. Opera rara, un solo esemplare censito in ICCU.
Two volumes with continuous pagination. Illustrated engraved half titles. Thirty full page cooper engraved plates. Plate 25, The Phaeton, bound as "Frontis" in volume II. Plates 6 and 28 heavily foxed, other plates lightly foxed. Deckled edges. Wide margins. 235 mm. Volume II has printed paper boards, front board detached. Volume I lacks printed paper boards. Bindings need to be resewn. This Dance of Death deals with the visit Death eventually pays to people in all walks of life. Some are especially interesting and unusual, ie: the Boxer; the Cricketer; the Lawyer; the Alychemist, and, of course, the Antiquary. S&S/AI 32881. From the second London edition. Scarce. **PRICE JUST REDUCED AGAIN! AI BX 7
ill., ril. Lettere a pensatori, a scrittori e personaggi delle loro opere. Le ho scritte nell'arco di un anno, come per procedere verso una meta: l'altro. Nel tentativo di avvicinarmi al mistero che siamo.
Molto buono, 2 volumi, t.tela con titoli, 22,5 cm, 699 pp, ill. bn nt, ingialliture e macchioline
DISPONIBILITÀ GARANTITA AL 99%; SPEDIZIONE ENTRO 12 ORE DALL'ORDINE. LIEVI SEGNI DEL TEMPO, LIEVE BRUNITURA. Informazioni bibliografiche Titolo: Decamerone Collana: Volume 98 di Collana internazionale Autore: Giovanni Boccaccio <1313-1375> Editore: Milano: Bietti, 1963 Lunghezza: 708 pagine; 21 cm Soggetti: Letteratura italiana, Storia, Classici Popolari, Trecento, 1300, Critica letteraria, edizione critica, Note, Prosa, Narrativa, Ironia, Erotismo bucolico, Peste Nera, Firenze, Toscana, Prencipe Galeotto, Rinascimento, 1351, Novelle, Raccolte, Opera di dieci giorni, volgare italiano, vita edonistica, cultura umanista e rinascimentale, Scandalistica, Pier Paolo Pasolini, Fratelli Taviani, Galehaut, ciclo bretone, romanzo cortese, 1348, preghiere, Privilegio di Dioneo, Fiammetta, proemio, Fortuna, Natura, Lisabetta da Messina e il vaso di basilico, Canzoniere, Petrarca, Dante, Ser Ciappelletto, Badessa e le brache del prete, Federigo degli Alberighi, Apuleio, fabliaux, lais, cantari dei giullari, exempla, vidas, trovatori, censura, Ghino di Tacco, Jean Bourciez, Šklovskij, Vittore Branca, Messer, libri rari, vintage Parole e frasi comuni abate allato Ambrogiuolo amore andare andò Andreuccio appresso avea nome avendo avesse basciò bassilico bella Boccaccio buona camera casa chiamato Ciappelletto ciascuno Cicilia Cimone Cipri compagnia conoscendo costei costui Currado Decamerone diletto dimorava Dioneo disiderava fante femmina Ferondo festa figliuola Filostrato Fineo frate fuggire gentil donna giorno giovane grandissima guisa Iddio insieme Lamporecchio lieta limosina Lisimaco luogo Madonna mandò mangiare maraviglia marito medesimo messer moglie monaco morte mostrare niuna notte novella onesta onore padre Pampinea parole perciocché persona piacere piagnere potesse priego Procida quivi ragionare Reina Ricciardo Rodiani Rossiglione Saladino sapere seco sentendo signore subitamente Tedaldo Tunisi uomini usignuolo vedere veggendo
12°, due parti in una, primo front.fig.in rame, testatine e finalini ornati, leg.coeva t.perg. L'opera divisa in due parti contiene 1é scherzi nella prima e 12 nella seconda:(Achille furibondo.Agrippina calunniata.Antonio Caracalla Amante.Cicerone dolente.Ennona gelosa.Lugretia violata.M.Antonio Eloquente.M.Antonio moribondo.Poppea supplichevole.Seiano disfavorito.Seneca prudente.Sisigambi consolante.Alessandro pentito.Annibale invitto.Ciro animoso.Curzio ripreso.Elena piangente.Elena supplicante.Frine lasciva.Germanico tradico.Pirro rimproverato.Rossane modesta.Teagene generoso.Xenovrate continente.
br. «Dobbiamo diventare bambini, se vogliamo raggiungere il sublime». Queste parole, che Rilke scrisse in un testo sull'arte del paesaggio, si possono leggere come il condensato della sua percezione delle cose, di una sensibilità che con lui nasce e con lui muore. Una sensibilità che si esprime con rara intensità in tutti gli scritti offerti in questo volume - raccolti e tradotti da Giorgio Zampa, che di Rilke è stato uno dei massimi interpreti -, attraverso meditazioni e memorie, confessioni e impressioni di viaggio, lettere (come quelle a un giovanissimo Balthus) e visioni oniriche. Una sensibilità che si trasmette al lettore grazie a una prosa tra le più alte del Novecento tedesco, aerea e profonda, lucente e umbratile. Una sensibilità capace di cogliere il riverbero dell'assoluto in ogni oggetto a cui si volge: dall'arte («Proprio dell'artista è amare l'enigma. Ché ogni arte è solo amore riversato sopra enigmi») all'«essenza infantile e portentosa» del poeta, all'erotismo («una cosa affatto incommensurabile che gli uomini non si stancano di aggredire con norme, misure, regolamenti»). E in grado di spingersi «là dove la realtà conosciuta e quella inconoscibile si concentrano in un solo punto, si completano e diventano un unico possesso» - dove l'esteriore e l'interiore formano «uno spazio ininterrotto in cui, arcanamente protetto, resta un solo punto di purissima, profondissima coscienza». Con una Nota di Marco Rispoli.
Vol. in -32 (6,5 x 10,5 cm.), brossura editoriale col. avorio con titoli in nero sul piatto e al dorso, pp. XXXVII, (1), 436. Copertina brunita, nel complesso in abbastanza buone condizioni. COLLEZIONE DIAMANTE.
br. "Di questo mondo e degli altri" (Feltrinelli 2013) raccoglieva una parte delle cronache scritte da José Saramago tra il 1968 e il 1969 per i giornali di Lisbona "A Capital" e "Jornal do Fundão". Le cronache sono, come è noto, il primo regolare esercizio della prosa del futuro Nobel: vi si può scorgere, in filigrana, allo stato embrionale, quell'immenso tessuto finzionale dei romanzi, in cui la meravigliosa potenza dell'invenzione permette allo scrittore di sviluppare il disegno ardito di storie che comunicano una nuova visione dell'infinita ricchezza e pluralità dell'uomo e del mondo. È in tale prospettiva che vanno lette quelle lontane cronache, in cui, come afferma lo stesso Saramago, "c'è già tutto". Valeva dunque la pena di continuare, con l'integrazione di quelle "storie" non contemplate nella precedente raccolta, quella straordinaria avventura, quel singolare viaggio, fino al termine, attraverso il mondo dei ricordi, che l'autore ha fissato sulla carta, "perché non si perda nulla di quei minuti d'oro, ore che risplendono come soli nel cielo tumultuoso e immenso che è la memoria. Cose che sono anche, con il resto, la mia vita".
br. In un giorno d'ottobre del 1899, una giovane donna, scrittrice non ancora famosa, arriva a Cagliari, festeggiata ospite della direttrice di una rivista femminile. Nel corso di un blitz durato poche settimane incontra l'uomo della sua vita, lo sposa e con lui si trasferisce a Roma, dove vivrà il resto dei suoi anni. Appena giunta a Cagliari, nessuno sospetta che questa timida ragazza abbia davanti a sé una luminosa carriera letteraria: nel giro di qualche decennio diventerà la prima (e unica) scrittrice italiana a ricevere il Premio Nobel. Così inizia questa biografia di Grazia Deledda, che attraverso la ricerca saggistica e l'evocazione romanzesca trova, tra le pieghe della fitta corrispondenza deleddiana, l'immagine di una donna in continuo movimento tra creazione letteraria, desiderio di autoaffermazione, amori (soprattutto epistolari, ma non per questo meno infelici), tentativi di distacco dalla città dove è nata, Nuoro, e da un ambiente che giudica raggelante e provinciale. Tanti i personaggi che, insieme a lei, incontriamo in queste pagine: da Pirandello, che mostra curiosità nei confronti della scrittrice, a Puccini e alla divina Eleonora Duse, che interpreterà la protagonista di Cenere nell'adattamento cinematografico del romanzo. Diversamente da gran parte dei ritratti biografici della Deledda, dedicati agli anni nuoresi, l'autore si concentra qui sul periodo romano, disegnando la figura di una scrittrice matura e a suo modo integrata nell'ambiente letterario italiano, consapevole del proprio talento e insieme investita dalle ansie e dai dubbi che si accompagnano alla creatività artistica. La vita della Deledda è una storia di determinazione e coraggio; una storia da leggere come un romanzo, per riscoprire la voce di una grande scrittrice, a ottant'anni dalla sua scomparsa.
br. La trasformazione di Delhi in una metropoli del ventunesimo secolo è una storia entusiasmante, a tratti terrificante. Il boom successivo all'apertura dell'economia indiana ha tuffato la città in un tumulto di distruzione e creazione: baraccopoli e mercati sono stati abbattuti, centri commerciali e condomini sono sorti dalle rovine, grandi fortune sono state guadagnate. Ma la trasformazione è stata spietata, brusca e iniqua, e ha generato sentimenti sconcertanti: la città trabocca di rabbia e ambizione. Si potrebbe raccontare questa metamorfosi con l'immagine di un vulcano che erutta: Delhi oggi è il risultato di questa eruzione, di un vulcano nel cui nucleo caldissimo si è fusa la vecchia India e da cui sono usciti, devastando l'ambiente e la storia, ma anche portando novità e cambiamento, getti di lava incandescente sotto forma di cambiamenti sociali, economici e culturali incredibili e destabilizzanti. Questa opera ci permette di vedere Delhi con gli occhi della sua gente e attraverso una serie di incontri, con miliardari e burocrati, spacciatori e commercianti di acciaio, abitanti delle baraccopoli e psicoanalisti, veniamo immersi nella storia della sua trasformazione capitalistica. Intrecciando oltre un secolo di storia con il suo viaggio personale, Dasgupta ci offre il primo ritratto letterario di una delle megalopoli più in rapida crescita del ventunesimo secolo.
br. Un altro libro su Woody Allen? E perché no? Così avrebbe potuto rispondere il regista americano a chi gli avesse chiesto: un altro film comico? Un'altra commedia? Un'altra commedia amara? Un altro film intimistico o drammatico? Un'altra favola magica? Un'altra rivisitazione dei generi? Un'altra autobiografia in maschera? Con le debite proporzioni, questo non è un nuovo libro sull'intero cinema di Allen, è l'analisi dei film drammatici, dei suoi delitti senza castigo, insieme alle suggestioni del cineasta per la magia, le illusioni, i trucchi, indissolubilmente connessi alle pratiche delittuose dell'occultamento. Entrare nel cinema dei delitti-senza-castigo insieme a quello della magia-del-falso/vero di Woody Allen è come fare un viaggio, anche etico, nell'ironia dell'inconscio: la realtà si misura con l'illusione dell'immaginario restituendo una piacevole inquietudine, esaltata dall'arte geniale della sua narrazione visiva, che aiuta ad accettare di vivere nel cinismo irrazionale del tempo presente, anche con qualche impunita cicatrice morale.
brossura
br. L'opera è un trattato a forma di dialogo suddivisa in sette libri, dedicata a Lorenzo di Filippo Strozzi, patrizio di Firenze. Fabrizio Colonna (alter ego dello stesso Machiavelli) famoso condottiero dell'esercito spagnolo dialoga con vari intellettuali e membri della Repubblica fiorentina, tra cui Zanobi Buondelmonti e Cosimo Rucellai. La conversazione verte sulla polemica contro i mercenari che sono la debolezza dello stato, intrecciando anche la quotidianità nell'uso delle armi, la paga e la disciplina dei soldati, la disposizione dell'esercito e le fortificazioni, dando risalto all'arte militare dell'antica Roma.
Opera in più tomi incompleta, disponibili due volume, nel dettaglio: vol. 2, libro II, vol. 3, libro II, testo latino, intro, traduz. e note di A. Paciotti. Legatura datata in piccolo formato, copertina in tela ben tenuta con minimo sbiadimento al bordo, sovraccoperta illustrata, segnata da severo ingiallimento e sbiadimento dei toni, sofferenze e abrasioni nel patinato ombrato da polvere e umido da scaffale, fogli e tagli avorio, puliti e molto ben preservati. N. pag. 301; 214. USATO
brossura L'orazione inaugurale di Foscolo "Dell'origine e dell'ufficio della letteratura" (1809) è un'appassionante indagine sugli enigmi dell'uomo e della natura, sull'essenza della religione, della morale e della letteratura. Un apparato di più di 300 note registra fonti note e meno note di questo scritto. Un ampio saggio ricostruisce il pensiero di Foscolo, autore "chiaroscurale", che scopre (dopo altre grandi figure dei Lumi) la dualità dell'essere e della soggettività umana.