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Collezione di 174 fascicoli pubblicati. Eccellenti esemplari. Straordinaria collezione che raccoglie circa l’ottanta per cento del pubblicato di questa longeva rivista: su 17 annate intere (1900-1917) il presente insieme ne conta 9 complete e 8 con lacune contenute, oltre a una buona campionatura dei fascoli 1895–1900; in ottime condizioni di conservazione, fascicoli completi delle numerose veline fuori testo e delle carte sciolte allegate. Compresi nella raccolta il raro numero d’esordio e il rarissimo numero finale, monografico sui Trucioli di Sbarbaro. Nella Riviera ligure, accanto ai numerosi contributi in edizione originale, è ancora oggi possibile trovare numerosi inediti di alcuni dei più grandi autori della letteratura italiana. --- Il 15 giugno 1895 nasce a Oneglia (Imperia) uno dei primi esperimenti di mecenatismo aziendale. Si chiama La Riviera ligure di Ponente, ed è il foglio pubblicitario dell’azienda Sasso e Figli, che produce olio d’oliva, diffuso con una tiratura dichiarata dapprima in 50.000 copie ma presto alzate a 80/100.000. Il periodico veniva inserito, piegato a metà sul lato corto, nelle confezioni di olio inviate ai clienti. Ne è direttore Angiolo Silvio Novaro, figlio del titolare Agostino (l’azienda era intestata alla madre, Paola Sasso), scrittore. --- Della Riviera Ligure di Ponente, di questa bellissima fra le riviere, si ode spesso a parlare. Coloro che senza appartenerle per nascita le appartengono per vicende di casi, non se ne sanno più distaccare; quando vi parlano dell’azzurro del suo mare o del verde de’ suoi pini o del grigio de’ suoi olivi, si accendono come un ragazzo nel sorriso dell’innamorata. --- Si apre così il primo numero de La Riviera ligure di Ponente — parole che tracciano con chiarezza il taglio della pubblicazione: la rivista, nei suoi primi anni di vita, tratterà infatti della Liguria, anzi dell’ovest della regione, e affronterà temi legati al territorio e alla coltivazione dell’olio d’oliva, affiancando ricette culinarie e brevi racconti umoristici oltre che, naturalmente, la pubblicità dell’Olio Sasso. Una pubblicazione leggera, elegante e curata nella grafica, fortemente innovativa nel marketing aziendale del tempo, ma di certo priva di intenzioni artistico-letterarie. --- Tutto però cambia nel 1899, quando assume la direzione del periodico Mario Novaro, fratello di Angiolo Silvio. Laureatosi in filosofia a Berlino con una tesi su Malebranche (pubblicata nel 1893 presso Mayer & Müller; un estratto della tesi, La teoria della casualità in Malebranche, venne letta lo stesso anno all’Accademia di Lincei, e pubblicata nei Rendiconti dell’Accademia), insegnò in Germania, per poi rientrare in Italia, a Oneglia, a lavorare per l’azienda del padre; nel frattempo, non mancò di pubblicare altri saggi di carattere politico-filosofico, e s’iscrisse al partito socialista, nelle fila del quale venne eletto assessore comunale di Oneglia. In qualità di direttore de La Riviera ligure, impresse al periodico una svolta decisiva, dando vita ad una delle più importanti e influenti riviste letterarie del primo Novecento. --- Le modalità di distribuzione rimasero le medesime, così come la presenza degli elementi più marcatamente pubblicitari: il prezzario, la descrizione e le reclames degli olii Sasso, le illustrazione ad esso dedicate. Per il resto, però, tutto cambiò: innanzitutto il titolo, ridotto al semplice La Riviera ligure; poi, la tiratura, innalzata alla cifra, assai importante per l’epoca, di 120.000 copie. Ma soprattutto, Novaro ebbe l’intuizione di abbandonare il carattere prettamente localistico e gli articoli d’occasione, in favore di un progetto segnato da un’impronta marcatamente letteraria. Verranno coinvolti dunque i più importanti nomi della letteratura italiana, pubblicati in edizione originale. --- Pirandello inizierà la collaborazione nel 1901, con la poesia Pianto del Tevere: «Egregi Sig.ri P. Sasso e Figli, con tutto il cuore accetto l’invito di collaborare nella loro simpatica e geniale Riviera ligure. Ecco i versi. Grazie e devoti ossequi. Aff.mo Luigi Pirandello». --- Collaboratori della prima ora furono anche Ceccardo Roccatagliata Ceccardi, fin dal 1899, con Nell’infinito, Giuseppe Lipparini l’anno successivo, con La fata bianca; e ancora Giovanni Pascoli e Grazia Deledda, entrambi nel 1901, il primo con La Messa, La tessitrice, la seconda con La montagnola. E così, negli anni successivi furono numerosissimi i nomi prestigiosi che si unirono alla rivista, quasi a creare un’antologia a puntate della letteratura italiana: Capuana, Bontempelli, Papini, Soffici, Saba, Sbarbaro, Palazzeschi, Slataper, Jahier, Boine, Campana, Govoni, Gozzano, Marino Moretti, Onofri, Rebora, Alvaro, Savinio, Borgese... Accanto agli inediti, la rivista pubblicava anche recensioni, all’interno di una rubrica, stampata su elegante carta velina, curata prima da Lipparini, e poi affidata a Boine. --- A osservare la lunghissima durata della Riviera ligure, quello che balza all’occhio — al di là di minime differenze di carattere naturalmente evolutivo — è il nucleo assolutamente omogeneo per formato, grafica e contenuti che va dal 1901 (nn. 27ss. della «nuova [ma: seconda] serie») fino al termine, con il famoso fascicolo monografico dedicato ai Trucioli di Sbarbaro (n. 14 della quinta serie, giugno 1919). --- I fascicoli usciti nei cinque anni di fine ’800 hanno un’impianto grafico più semplice, che li avvicina al dépliant pubblicitario: autocopertinato con stampa a due colori (verde/rosso, rosso/marrone, rosso/nero), disegno di testata figurativo, seppur con svolazzi liberty, incentrato sul soggetto della riviera ligure di ponente. La brossura viene introdotta nel 1901, assieme alla normalizzazione della grafica. Piuttosto austero l’aspetto dei fascicoli del 1901, senza disegni in copertina, appena ravvivata dal colore azzurro introdotto con il numero 29 (assieme alla tipografia Fratelli Treves di Milano). --- A partire dal numero 33 Giorgio Kienerk disegna la bella grafica di testata in stile liberty, e il colore ‘verde-Sasso’ per la brossura arriva con il numero 36 (febbraio 1902): disegno e colore rimarranno gli stessi per tantissimo tempo — invariati anche nel passaggio dal tipografo Treves ad Alberto Marchi di Lucca (dicembre 1904) — fino al numero 56 della quarta serie (agosto 1916). Quindici anni e oltre 150 fascicoli dopo (!) si torna al puro disegno tipografico per la copertina, impresso in rosso su fondo verde, poi su fondo grigio chiaro dal numero 58 sino alla fine. --- Novaro era pienamente conscio dell’importanza e della novità dell’operazione culturale che stava conducendo, ma anche del ruolo di mecenate che la Sasso e Figli ricopriva nella vicenda (fatto non banale, gli scrittori venivano pagati), rendendo possibile un inedito e virtuoso intersecarsi di impresa, letteratura e arte; lo esplicitò nei numeri della Riviera ligure del 1902, al piede della copertina, proponendo la vendita in blocco di dieci fascicoli: Dieci fascicoli della Riviera Ligure formano il più bell’Albo della Poesia e Prosa italiana, e costano sole Tre Lire. La felice base su cui la Riviera Ligure poggia [cioè a dire, l’azienda Sasso e Figli] rende possibile un prezzo così tenue, mentre questa sua singolarissima condizione la fa sicura di una vita e diffusione quale nessuna altra rivista possiede né facilmente potrà possedere in Italia. --- In assenza di espliciti programmi, è possibile seguire gli sviluppi della rivista osservando le successive iscrizioni al piede della copertina: nel 1903, Novaro fa apporre la dicitura: La Riviera ligure, pubblicazione mensile di poesie, prose, e disegni originali inediti (esce ogni mese, Agosto Settembre eccettuati), à collaboratori i più e meglio noti letterati e artisti d’Italia esplicitando così il ruolo centrale che il periodico veniva ad assumere, nel panorama letterario innanzitutto, ma anche in quello delle arti figurative: la rivista era caratterizzata da una grafica fortemente innovatrice e vi collaborarono, fino al 1904, artisti del calibro di Giorgio Kienerk, Plinio Nomellini, Edoardo De Albertis, Felice Carena, Franz Laskoff, Giovanni Battista Crema, illustrando poesie e racconti, e disegnando le grafiche, improntate alle massime espressioni del liberty italiano. Dal 1905, il piede della copertina muta nuovamente: La Riviera Ligure, esce ogni mese; pubblica poesie e prose originali inedite dei più valorosi e meglio noti letterati d’Italia. Spariscono i disegni e spariscono gli artisti: si ha insomma la definitiva rinuncia, forse per motivi economici, alle illustrazioni, e il periodico uscirà, da qui in avanti, privo di apparato iconografico, dando massimo risalto agli aspetti letterari. --- Lo studio della Riviera ligure lascia aperti ampi spazi alla ricerca: l’assenza della collezione completa dalle biblioteche italiane ha infatti in parte ostacolato una sua piena valorizzazione, non consentendo, del resto, nemmeno un’individuazione completa degli inediti, numerosi e importanti; solo di recente la Fondazione Novaro di Genova, in collaborazione con il Ministero per i Beni Culturali, ha realizzato una digitalizzazione della raccolta nella sua completezza, avvalendosi della collaborazione di altre biblioteche per colmare le lacune presenti nella propria collezione. In questo quadro, quella qui presentata risulta una delle raccolte più complete ad oggi disponibili, tanto presso gli enti pubblici quanto presso i possessori privati. --- Provenienza: Conte Ludovico Lanza, Milano. «Il conte Lodovico Lanza […] è stato forse il più grande collezionista italiano di libri del Novecento»: così comincia la parte dedicata al Lanza collezionista ne In una città atta ad eroi e suicidi di Giampiero Mughini (Milano 2011, pp. 121-125). Sulla figura di Lanza collezionista e bibliofilo — che meriterebbe approfondimenti di ben altro respiro — si possono leggere cenni anche nei libri di Alberto Vigevani (es. Milano ancora ieri: «[...] bibliofilo di tradizione familiare, discendente del conte Pertusati — la cui biblioteca, acquistata da Maria Teresa, divenne il fondo iniziale della Braidense — e di Gaetano Melzi, il celebre collezionista di romanzi cavallereschi»). Mario Novaro, Indice della «Riviera ligure» (1899-1919) (in Giovanni Boine, Plausi e botte, a c. di M. Novaro, Modena: Guanda, 1939iii); Franco Vegliani, Nonni e nipoti: storia degli industriali italiani (Milano: Successo, 1972); Pino Boero, ‘La Riviera ligure’ tra industria e letteratura (Firenze: Vallecchi, 1984); Rossana Bossaglia, ‘La Riviera ligure’: un modello di grafica liberty, con un saggio di Edoardo Sanguineti (Genova: Costa & Nolan, 1985); La letteratura ligure del Novecento, Guido Bertone et al., 1 (Genova: Costa & Nolan, 1992, part. pp. 35ss.)
Editio princeps. Ottimo esemplare (qualche forellino di tarlo al dorso, minime fioriture alle prime carte e passim), fresco e ben marginoso. Tracce di colla di antico ex libris al contropiatto anteriore. Prima edizione delle «Rime» di Alfieri, leggendaria per la sua rarità: in Italia ne è censita una sola copia nel catalogo Sbn, presso la Biblioteca di Casa Carducci a Bologna. C. Del Vento, che ha in preparazione l’edizione critica, nel suo fondamentale articolo «L’edizione Kehl delle “Rime” di Alfieri» riferisce di sole altre tre copie conosciute, tutte in sedi prestigiosissime: presso la Bibliothèque de l’Istitut de France (8° Q 728 VII), la Bibliothèque de l’Assemblée Nationale (Exii 301) e la British Library (1063.1.3.1). In OCLC-WorldCat è censitoun esemplare anche presso la Mediathèques de Montpellier. -- L'avvincente storia editoriale delle «Rime» di Alfieri è ricostruita dallo stesso poeta nelle pagine della sua «Vita». Mentre si trovava in Alsazia, si recò con l’amico Tommaso Caluso di Valperga a visitare «la famosa tipografia stabilita in Kehl grandiosamente dal Signor di Beaumarchais, coi caratteri di Baskerville comprati da esso, e destinato il tutto alle molte e varie edizioni di tutte le opere di Voltaire. La bellezza di quei caratteri, la diligenza degli artefici, e l’opportunità che mi somministrava l’essere io molto conoscente del suddetto Beaumarchais dimorante in Parigi, m’invogliarono di prevalermene per colà stampare tutte l’altre mie opere che tragedie non erano; ed alle quali avrebbero potuto essere d’intoppo le solite stitichezze censorie, le quali esistevano allora anche in Francia, e non picciole» (V. Alfieri, «Vita scritta da esso», in «Opere», I, introduzione e scelta di M. Fubini, testo e commento a cura di A. Di Benedetto, Milano-Napoli, Ricciardi, 1977, p. 264). -- In prima istanza Alfieri fece imprimere «L’America libera», e la stampa «ne riuscì così bella e corretta [...] ch’io poi per due e più anni consecutivi vi andai successivamente stampando tutte quelle altre opere, che si son viste o che si vedranno. E le prove me ne venivano settimanalmente spedite a rivedere in Parigi; ed io continuamente andava sempre mutando e rimutando i bei versi interi; a ciò invitandomi, oltre la smisurata voglia del far meglio, anche la singolar compiacenza e docilità di quei proti di Kehl, dei quali non mai abbastanza mi potrei lodare» («Vita scritta da esso», II, p. 214). -- Nell’estate del 1788 iniziò la stampa delle «Rime», che si concluderà nella primavera del 1789. Da qui in avanti, le vicende editoriali si faranno sempre più avventurose, seguendo le imprevedibili traiettorie della vita dell’autore: nel 1792 Alfieri dovette fuggire da Parigi, lasciandosi alle spalle, oltre alla biblioteca personale, anche le copie delle edizioni Kehl da poco stampate (circa 500 esemplari ciascuna) e mai messe in circolazione. Requisiti dal governo rivoluzionario, gli esemplari rinvenuti nella dimora parigina di Alfieri vennero in parte acquisiti dalle biblioteche pubbliche della capitale francese, in parte andarono venduti o dispersi. Temendo la divulgazione delle opere stampate a Kehl e abbandonate a Parigi, una volta giunto in Italia Alfieri fece stampare sui maggiori quotidiani italiani una nota emblematica: «Vittorio Alfieri crede necessario di prevenire il pubblico Italiano, che essendogli stati già confiscati, ed ora ultimamente venduti i suoi libri, carte, ed effetti tutti da lui lasciati in Parigi fino dalla sua partenza nell’Agosto del 1792, potrebbe ora benissimo accadere, che per una qualche speculazione libraria mercantile si venissero a pubblicare in Parigi sotto il suo nome delle Opere non sue, o a capriccio alterate. Il suddetto Autore preventivamente dunque smentisce, e dichiara di non accettare per sua qualunque Opera, sì in Versi che in Prosa, la quale o stampata oltremonti, ovvero con falsa data, in Italia venisse a comparire alla luce d’ora in appresso sotto il di lui nome. Eccettuandone le sole cinque Opere infrascritte, già da Lui pubblicate. “L’America libera”, “La virtù sconosciuta” “Panegirico di Plinio a Trajano” “Tragedia” “Panegirico di Plinio a Trajano (2a ed.)”» (Alfieri, «Epistolario», II, Asti, Casa d’Alfieri, 1981, p. 135). -- Di lì a pochi anni i timori del poeta si concretizzarono: nel 1799 il libraio Claudio Molini, di stanza a Parigi, comprò alcuni esemplari provenienti dalla biblioteca parigina di Alfieri, ristampandoli nel t. IV delle «Opere varie filosofico-politiche in prosa e in versi di Vittorio Alfieri da Asti» da lui curate (Parigi, presso Gio. Claudio Molini, Librajo, 1801). Tutti quei testi che Alfieri si era preoccupato di non divulgare, dunque, venivano resi noti al pubblico senza l'autorizzazione del poeta, e tra questi anche le «Rime». L'edizione di Molini si impose subito come riferimento per le innumerevoli ristampe successive, mentre l'edizione Kehl venne presto dimenticata. Intorno alla “vera” editio princeps dell'opera alfieriana nacque dunque un alone di mistero, perpetuandone il fascino fino ad oggi. C. Del Vento, «L’edizione Kehl delle “Rime” di Alfieri (contributo alla storia e all’edizione critica delle opere di Alfieri)», in «Giornale Storico della Letteratura Italiana», 176, 1 gennaio 1999; “Per far di bianca carta carta nera”. Prime edizioni e cimeli alfieriani, n. 9.
In-16°, legatura in brossura editoriale, pp. XIX-92. Esemplare intonso.
Edizione originale. Ottimo esemplare (minimi e ininfluenti segni del tempo marginali). «di questo libro, stampato in novembre 1954 per le edizioni la palma in roma, con i tipi della tipografia sacro cuore di città di castello, esiste questo solo esemplare: altri cinquantanove esemplari sono al pari del presente unici, essendo tutte le illustrazioni opere autografe originali» (dal colophon, tutto minuscolo, in ultima pagina). Libro di rarità eccezionale, registrato in sole quattro copie nei repertori istituzionali online (Nazionale Roma; MART Rovereto; Biblioteca Panizzi Reggio Emilia; Fondazione Sinisgalli Montemurro) e mai apparso sul mercato. Il repertorio Gambetti⁄Vezzosi lo registra senza descriverlo, laconicamente chiosando «non reperito» (p. 971). Con questo libro d'artista Villa inventa il concetto di «esoedizione»: «un ibrido di esemplare unico ed industriale al tempo stesso, che Villa definisce “esoedizione”, per descrivere un tipo di libro che uscisse dal concetto di editoria canonico» (Archivio Nuvolo online). «Cinque invenzioni» è dunque il primo «esolibro», capostipite di una serie che caratterizzerà l'attività editoriale del poeta nella maggior parte dei libri prodotti con Ex e con La Nuova Foglio. -- La parte svolta da Nuvolo (nome d'artista di Giorgio Ascani, Città di Castello 1926-2008) nel confezionamento dell'edizione è determinante: il libro è composto sotto la sua direzione nella tipografia "Sacro Cuore" di Città di Castello, e ogni esemplare è rilegato in maniera diversa con carta da lui lavorata a mano, siccome diverse tra tutti gli esemplari sono le tavole interne. Da un punto di vista di pregio artistico, dunque, il libro contiene cinque piccole opere pittoriche originali (precisamente «autografe», secondo la definizione tecnica riportata nel colophon), oltre a configurarsi esso stesso come opera in sé, grazie alla copertina. Per Nuvolo si tratta del libro d’esordio, in cui raccoglie le coeve sperimentazioni dette «Serotipie»: «Nuvolo entered the professional art circuit in Rome, where contacts with Villa, Burri, Colla, and the Gruppo Origine, in addition to discourse surrounding international artistic developments, encouraged him to take up painting. His early experiments are rooted in his experience as a printer. In 1951, as Villa attests, he started applying a layer of nitrocellulose, to which he added oil paint or tempera, to small surfaces, to obtain drop and stain effects similar to those found in Pollock’s drip paintings. This “formless” result was achieved not through the chance outcome of automatic gestures, but from control attained through careful mechanical application. These images echo Abstract-Informel compositions that, while engaged with the work of Italians such as Dorazio and Savelli, bear similarities with art characterized by the application of seemingly molten flows of paint, seen both in the United States, especially in Action Painting, and in Europe, for example in the deeply textured canvases of Wols, who exhibited at the Galleria Il Milione in Milan in 1949. Nuvolo’s technique, however, was different: he invented and experimented with forms of silkscreen printing, adopting an artisanal method by grinding pigments from metal oxides and mixing them with resins and nitroglycerin to produce inks, to which he then added oil paint or tempera. The effect is one of stratification. Compared to the improvisational gesture tracked on the canvas, from Fontana’s holes to Kline’s or Mark Tobey’s signs, Nuvolo’s intervention, in the “Serotipie”, is oriented toward intentionality and control, despite the chaotic, formless images that result. […] in the Serotipie, he was compelled to produce hundreds upon hundreds of small works, as if he were continually seeking to remove and erase the figure, dissolving it» (Celant, p. 20-s). -- Il «poema» di Villa, «con la data del 1941 posta nell'ultimo verso del testo, fu pubblicato per la prima volta dall’autore» in questa rarissima plaquette: «Esso fu poi ristampato sulla rivista “Uomini e idee” (n. 3/25, sett. 1970, Napoli, pp. 138-147) e quindi da Aldo Tagliaferri (Opere poetiche I, Milano 1989, pp. 149-160). Nell’edizione originale, dunque, il poemetto, sotto la generica indicazione di “poema di Emilio Villa”, figura senza titolo alcuno almeno in esponente, e ciò mentre gli ultimi tre versi, stampati in neretto, esibiscono il nome dell'autore e la data, ciascuno in parentesi quadre incorporate nei detti versi conclusivi, in modo da far testo, volendo, con i versi stessi. Fu questo, propriamente, che ci indusse a pensare che tale grafia valesse a immettere nel testo quegli elementi “anagrafici” che di solito vengono dati subito prima dell'inizio e subito dopo la fine di uno scritto, e cioè la firma e la data, indiscutibilmente, ma anche il titolo, come ci sembrò volesse indicare il ricorso al carattere neretto, per la qual cosa d'allora il poemetto fu da noi indicato con l'ultimo verso assunto quale titolo: Si, ma lentamente. Tale iniziativa, tutto sommato arbitraria, del sottoscritto valse pure a immettere senz’altro riscontro anche questo tra i titoli villiani» (dichiarazione di Stelio Maria Martini). Parmiggiani, Emilio Villa poeta e scrittore, Milano, Mazzotta, 2008, pp. 132-137 e 507; G. Celant, Nuvolo and Post-War Materiality 1950-1965, Milano and New York, Skira and Di Donna Gallery, 2017, pp. 22, 71, 273a (e si vedano anche analogie formali con le «Serotipie» ai nn. 93-97, 106-113, 121 e 131-133; in particolare 111 per tavola [3] e 112 per tavola [4] nel presente esemplare)
Edizione originale. Straordinario esemplare completo di tutte le carte usualmente fatte rimuovere dall’autore (ovvero: frontespizio e pagina con la dedicatoria «A Guglielmo II Imperatore dei Germani»). Copia non sofisticata, con piccole mancanze e fessurazioni al dorso, leggermente scurito; per il resto intatta in ogni sua parte e ancora a fogli chiusi. Appartenente allo stato definitivo della tiratura, tutto stampato su carte di uguale misura e non bisognoso dell’errata corrige che in altri esemplari si rese necessaria e fu stampata in ultima pagina. Lo stato definitivo è molto più raro che non lo stato con l’errata corrige e gli ultimi fogli più corti. La prima e unica raccolta di poesie di Dino Campana ebbe una storia talmente tormentata da meritarsi la didascalia di «libro più drammatico del Novecento italiano» (Mughini, La collezione, p. 54): i continui rifiuti degli editori, la perdita del manoscritto Il più lungo giorno da parte di Ardengo Soffici, la travagliata stampa presso Ravagli, a spese dell’autore e di pochi amici contribuenti, la distribuzione a mano ai singoli compratori, da parte dello stesso Campana, e infine la distruzione di centinaia di copie, bruciate dai soldati inglesi in cerca di riparo dal freddo nell’inverno di Marradi. È dunque comprensibile come dell’edizione rimangano oggi solo pochi esemplari: l’ultimo, capillare censimento (Maini e Scapecchi 2014) ha registrato 111 copie presso collezioni pubbliche e private, confermando ipotesi già avanzate. -- Già nel 1926 Montale dichiarava: «[...] non vorremo saperne di una migliore ristampa d[ei] ‘Canti Orfici’», il «il giallo volume stampato a Marradi nel 1914» «sommosso» da «vento di malattia e d[a] scampanio di parole» (Il Quindicinale 1:5, 15 marzo, p. 9). Sulla falsariga, chiosava definitivamente Sergio Solmi due anni dopo (La Fiera letteraria 4:35, 26 agosto 1928, pp. 1-s): «La rozza copertina color granturco, la grossolana carta d’almanacco su cui era composto, i frequenti errori di stampa, non costituivano forse, agli occhi del ricercatore di curiosità, la minore attrattiva dello strano volume [...]. Anche nella forma esteriore, dunque, esso portava le tracce dello squilibrio e della materiale miseria del suo autore: e gli squarci e i bagliori d’alta poesia che vi si rivelavano fin dalla prima fugace lettura non bastavano a togliergli ogni parentela con quella sorta d’opere reiette e diseredate, scritte da dolci maniaci di provincia, che l’anima curiosa e pietosa riesce talvolta a scoprire sui barroccini dei venditori ambulanti. L’aura di follia spirava attraverso le pagine del libro, illuminandovi panorami febbrili, gorghi di parole ossessionate e scampananti, assieme a riuscite mirabili, a colorite prospettive quasi sospese in un clima di musica soavissima e struggente, a invocazioni d’un disperato sapore umano. Quanti sono oggi a possedere questa prima edizione dei ‘Canti Orfici’, ormai introvabile, di cui forse un giorno si parlerà come di quella leggendaria prima edizione della ‘Saison en enfer’ che Rimbaud tentò di distruggere prima della sua fuga dall’Europa?». D’Ambrosio, Contributo a una storia dei Canti orfici (PEML 5/I, 2020: 188-220); Maini e Scapecchi, L’avventura dei ‘Canti Orfici’ (Firenze 2014); Castellano (cur.), Dino Campana: Canti Orfici 1914-2014 (cat. della mostra Firenze 2014); Turchetta, Dino Campana: biografia di un poeta (Milano 2003).
Libro d'artista realizzato a mano facente parte della collana "25 libri / 25 artisti" ("Je est un autre") del 2013-2015. Composto da una sovraccoperta dipinta a mano dal curatore; una copertina rigida; il frontespizio; un testo di Kounellis; una immagine dipinta, alle pagine centrali 4 e 5, eseguita a mano dall'artista su ogni libro (variazione dello stesso motivo grafico); Colophon. Le due pagine dipinte e la copertina sono realizzate con bitume ad acqua. L'opera originale di Kounellis misura cm 50 x 72 La carta usata è per le pagine interne la Amatruda di Amalfi, fogli intonsi, a tino, gr. 340 . Per la copertina rigida, cartoncino antiacido: i due piatti sono legati nel dorso con strisce di tela. Per la sovraccopertina: carta Hahnemule gr. 220; la parte scritta è stampata con cliché tipografici e inchiostro calcografico. Folio (Cm 50 x 36). pp. 8 (2 quartini). . Perfetto (Mint). . Edizione di 10 esemplari numerati e firmati. . La serie "25 libri / 25 artisti" ("Je est un autre") è stata esposta nell'omonima mostra presso lo Studio Varroni dall'ottobre 2016 al febbraio 2017.
14 acqueforti acquetinte a colori di Wifredo Lam (cm 31x62; 31x23). Un poema inedito di Luca. Poème inédit de Luca et 14 eaux-fortes originales de Lam sur papier Filicarta filigrané. Exemplaires signés par l'Auteur et l'Artista. Achevé d'imprimer le 9 mars 1967 sur les presses de Luigi Maestri d'après une maquette de Jacques Dumons. Les eaux-fortes ont été tirées par Giancarlo Pozzi dans l'Atelier de Giorgio Upiglio à Milan Carta Filicarta fabbricata per l'edizione e Giappone per la suite. Gli esemplari in numerazione romana sono accompagnati da una suite delle incisioni stampate con varianti di colore rispetto al libro. Una delle 99 copie della tiratura in numeri arabi. folio (cm 55x45). pp. 66. . Ottimo (Fine). . Prima edizione di 99 + XXV + 11 es. numerati. . ''Gherasim Luca aveva commissionato a Upiglio la stampa del suo poema surrealistico Apostroph' Apocalypse. Alla stampa tipografica aveva provveduto Maestri, un mago in questo campo. Le bozze erano pronte ma non si poteva impaginare il testo, perché secondo la concezione poetica dell'autore anche lo spazio, la qualità e il 'genere' di spazio, costituisce poesia. Perciò si dovette pregare Gherasim di venire da Parigi a Milano a impaginarsi il suo benedetto poema'' (Luciano Visintin, Corriere della Sera, 13 gennaio 1987). Gherasim Luca fu protagonista della diffusione del Surrealismo in Romania: a Bucarest insieme ai pittori Perahim e Paul Paun e agli scrittori Baranga e Pals pubblicò dal 1930 al 1933 la rivista Alge (Alghe), firmò due manifesti, Primo Manifesto non edipico e Dialettica della dialettica insieme a Trost, ed espose a partire dal 1945 ''grafie colorate, cubomanie ed oggetti'' prima di essere costretto, nel 1948, a lasciare il Paese a causa della repressione politica e a rifugiarsi in Francia.
Seconda edizione aumentata e definitiva dei “Canti”. Rarissima terza edizione delle “Operette”. Entrambe ultime edizioni curate dall’autore. Esemplari eccezionali per le condizioni di conservazione e per la presenza di elementi paratestuali difficilmente riscontrabili altrove: al vol. I dei «Canti» si segnala l’occhietto «Opere di Giacomo Leopardi | vol. I» e il piatto posteriore della brossura originale; al vol. II, l’occhietto (in copia posticcia) è seguito dal primo fascicolo nella sua interezza, completo del frontespizio originale con tutte le indicazioni tipografiche, della «Notizia intorno a queste operette» e dell’«Indice». Come noto, per far fronte alla censura, l’editore ritirò dal mercato le copie complete, e sostituì l’intero primo fascicolo con un frontespizio senza dati tipografici. Altro elemento di grande pregio, entrambi i volumi sono in barbe, e le «Operette» addirittura intonse per larga parte. Pochi e trascurabili i difetti (vol. I: occhietto uniformemente brunito, con segni d’uso, due scritte in penna di mano antica «opere», angolo inferiore sciupato; leggero foxing e lievi fioriture su alcune carte; qualche strappetto al piatto inferiore della brossura con minime perdite ai margini e tracce di sporco. Vol. II: mancanze ai margini della prima sguardia; occhietto posticcio con strappo orizzontale; restauro professionale al frontespizio a sanare strappo verticale che dal piede si estende fino a un terzo di pagina; frontespizio con bruniture; foxing e fioriture diffuse ma non invadenti). Al vol. II firma di possesso «Walter Ashburner 1906» al verso della prima sguardia; discreto timbro «Walter Ashburner Firenze» a p. [5]. Le «Opere del conte Giacomo Leopardi», voluto da Saverio Starita, avrebbero dovuto costituire un vasto progetto di raccolta degli scritti leopardiani: come si ricava dal pomposo (e per questo disconosciuto da Leopardi) manifesto editoriale «A’ cultori de’ buoni studi», con il primo volume erano previsti i componimenti poetici, con il secondo e terzo le «Operette morali» e con i successivi, fino al sesto o al settimo, testi rari o inediti. Intervenne però la censura a sequestrare il primo volume delle «Operette morali», facendo naufragare l’impresa. -- Per quanto riguarda i «Canti», si tratta della rarissima seconda e ultima edizione curata dall’autore, corretta e aumentata di 14 componimenti del tutto inediti, qui pubblicati in edizione originale, per un totale di 39 componimenti. -- Le «Operette» escono qui in terza edizione, ma si tratta di un’edizione parziale: vi compaiono infatti i primi tredici testi, dalla «Storia del genere umano» al «Parini». Il secondo volume doveva già essere in parte composto, almeno fino a p. 90, come dimostra il rinvenimento di una bozza impaginata del «Copernico» (Besomi, p. LII). L’intervento della censura non solo sospese la pubblicazione, ma vietò anche la distribuzione di quanto già stampato: Starita fece allora staccare il primo quaderno, comprendente occhietto, frontespizio, Nota e indice, sostituendolo con il falso frontespizio. Ben si comprende, dunque, come le «Operette» Starita siano oggi probabilmente la più rara tra le edizioni leopardiane. Mazzatinti e Menghini, Bibliografia leopardiana, n. 677; De Robertis, Canti ed. critica, pp. LXII-LXVIII e XCIII-XCVII; Besomi, Operette ed. critica, pp. LII-LIII e LXXIII-LXXV; Catalogo del fondo leopardiano, nn. 104, 107 2 voll.
Prima edizione della raccolta ed edizione originale dei «Grandi idilli». Ottimo esemplare in barbe (155 x 100 mm), molto fresco, nell’originale «cartoncino alla bodoniana» (dorso mancante reintegrato in carta simile non stampata; ex libris al contropiatto anteriore). «Sia dedicato a voi questo libro, dove io cercava, come si cerca spesso colla poesia, di consacrare il mio dolore, e col quale al presente (né posso già dirlo senza lacrime) prendo comiato dalle lettere e dagli studi» (G. Leopardi, “Agli amici suoi di Toscana”, in «Canti», Firenze, Piatti, 1831, p. 5). -- L’edizione fiorentina dei «Canti», uscita presso Piatti nel marzo 1831 in 1000 esemplari, rappresenta la consacrazione di Leopardi come poeta lirico: «la testimonianza del libro è quella di una rigorosa intransigenza lirica [...] e della piena fedeltà a una linea poetica sviluppata dal 1818 in poi» (De Robertis, p. LIX). Il volume accoglie ventitré componimenti numerati in romani: si ripubblicano, con significative varianti, le «Canzoni» 1824 e, tratti dai «Versi» 1826, gli «Idilli» e i versi sciolti di «Al Conte Carlo Pepoli». A questo nucleo praticamente già formato e solo lievemente ridisposto seguono, del tutto inediti, i «Grandi Idilli»: scritti tra il 1829 e lo stesso 1831, vennero subito indicati come il più alto livello di poesia di Leopardi e, più in generale, della coeva letteratura italiana; secondo il Gioberti si configurano come «i più bei versi lirici» dai tempi di Petrarca. La pubblicazione fu preceduta da un manifesto del luglio 1830 che Leopardi fece girare in tutta Italia, in cui già compariva il titolo di «Canti» (e a conferma del punto di arrivo dell’evoluzione della poesia leopardiana, esso non cambierà nelle successive edizioni). L’editore era ancora assente, e tuttavia Leopardi già si adoperava per assicurarsi un numero di associazioni sufficienti a poter trattare la stampa in condizioni favorevoli: in breve tempo si arrivò a oltre 600 copie richieste. E così, quando Leopardi concluse gli accordi con Piatti, poté concordare una tiratura di 1000 copie. Nonostante la documentazione sulle vicende editoriali che portarono alla pubblicazione sia decisamente scarsa – Leopardi era a Firenze e con Piatti poteva avere rapporti diretti –, la collaborazione tra autore ed editore non dovette essere facile: il poeta, scrivendo a Louis de Sinner il 24 dicembre 1831, lamenta la scarsa diffusione dell’opera anche in terra toscana ormai otto mesi dopo la pubblicazione, imputabile all’immobilismo di Piatti: «Voi avete ragione quanto alla negligenza del Piatti: questa è così estrema, che non solo a Parigi, ma a Siena, 13 leghe da Firenze, egli non ha mandato ancora un esemplare de’ miei Canti; avendo in quella città più di 60 associati». -- Al di là delle difficoltà sulla distribuzione, il poeta, sempre attentissimo alla cura grafico-editoriale delle sue pubblicazioni, alla fine apprezzò il lavoro: scrivendo a Paolina, giudicava infatti l’edizione come «molto pulita, legata in cartoncino alla bodoniana». G. Mazzatinti & M. Menghini, Bibliografia leopardiana (Firenze 1996 [ed. or. 1931]), n. 670; Catalogo del Fondo leopardiano, Biblioteca Comunale di Milano (Milano 1958), n. 99; G. Leopardi, Canti: edizione critica e autografi, cur. D. De Robertis (Milano 1984), pp. liv-lxi
Edizione originale. Tutto il pubblicato dal 1908 al 1916 compresi i fascicoli di «La Voce Politica» in ottimo stato di conservazione. Fascicoli sciolti conservati in scatole in tela per ogni anno con tasselli ai dorsi con titoli oro. Fondamentale rivista fondata nel 1908 a Firenze da Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini e diretta quasi ininterrottamente dallo stesso Prezzolini (fatta eccezione per l’aprile-ottobre del 1912 in cui la direzione fu presa da Papini e per l’ultimo biennio di attività 1914 - 1916 retto da Giuseppe De Robertis). Estremamente attenta anche a problemi di ordine politico e sociale – manifestando particolare sensibilità per l’alfabetizzazione, lo stato della scuola e per la questione meridionale - «La Voce» fu per 8 anni una fucina di elaborazione e divulgazione letteraria, artistica e culturale in senso ampio che ospitò contributi da alcuni tra i nomi più importanti e autorevoli del panorama italiano del tempo: dagli interventi di Croce, Amendola, Salvemini, Einaudi alle parole di Slataper, Michelstaedter, Boine, Stuparich, Sbarbaro, Rebora, Campana, Ungaretti. Sorretta – come testimonia la presenza di Benedetto Croce – da una forte vocazione antipositivista e filoidealista, la rivista – che avrebbe dato vita anche a storici progetti editoriali, come le “Edizioni della Voce”, i “Quaderni della Voce” e la “Libreria della Voce” – non mancò di essere attraversata da tensioni e infine da divisioni insanabili che avrebbero ancor prima della chiusura nel 1916 condotto all’allontanamento di due figure fin lì centrali, ovvero il co-fondatore Giovanni Papini e Ardengo Soffici. Nel 1913 infatti, in aperta polemica con l’impostazione estetica nonché valoriale vociana improntata sull’impegno anche sociale della cultura e dei suoi protagonisti (benché più ferocemente critica nei confronti della politica attuale che ideologicamente chiara fosse la posizione di Prezzolini), i due avrebbero dato vita al quindicinale «Lacerba».
pp. 150 stampate a due colori Contiene dieci grandi litografie originali di Campigli, di cui tre a doppia pag., stampate a mano da Piero Fornasetti. Tiratura di 250 esemplari complessivi. Il ns.è uno dei 100 esemplari con le tavole colorate a mano sotto la direzione dell'artista e reca al colophon la firma autografa "Campigli 45" che non è presente editorialmente. Raro e prestigioso lavoro del periodo di guerra con le splendide tavole acquarellate sotto la direzione del grande artista. Meloni-Tavola, Campigli. Catalogo ragionato dell'opera grafica, n. 89-98; Manca al Jentsch.
Acqueforti e acquetinte originali a colori di Mimmo Paladino dedicate a Renato Caccioppoli, realizzate dal 1991 al 1997. Le incisioni di Paladino misurano: 1a: copertina cm 63,5x49,5 - 2a: cm 44,5x31,8 (foglio 63,5x49,5) - 3a: cm 44,5x31,8 (foglio 63,5x49,5) - 4a Composizione 9 lastrine cm 18x12,5 - Foglio 63,2x98) - 5a: cm 44,5x31,8 (foglio 63,5x49,5) 6a: cm 44,5x31,8 (foglio 63,5x49,5) - 7a e 8a sullo stesso foglio cm 16,5x24 e 19x29. Con 4 immagini all'acquaforte e fotoincisioni di foto di scena dal film ''Morte di un matematico napoletano'' di Mario Martone (cm 40x32 + 9 sullo stesso doppio foglio alternate alle incisioni di Paladino). Testo di Goffredo Fofi. Contributo di Fabrizia Ramondino. Edizione firmata dall'Artista Stampa eseguita su torchi a stella da Giovanna Clingo su carta a mano Hahnemuhle. Testi composti in caratteri Bodoni sviluppati su telai serigrafici e stampati a mano. Copertina eseguita con acquatinta allo zucchero su carta Zerkall. Esemplare 50/50. Folio (cm 63,5x49). pp. 32 n.n.. . Ottimo (Fine). . Edizione di 50 + XX es. numerati e firmati. .
- circa 1917-1918, 22,3x27,6, une feuille sous chemise et étui. - «Décembre»: autograph youthful poem dedicated to Guillaume Apollinaire. «I would have savaged the life of your poor angel breast.» [ca 1917-1918] | 22.3 x 27.6 | single sheet in custom chemise and slipcase A remarkable autograph poem of youth by André Breton dedicated to Guillaume Apollinaire entitled «Décembre». 20 verses in ink on vergé d'Arches paper, composed in December 1915. This manuscript was copied between March 1917 and the beginning of 1918. This poem is presented in a chemise and case with paper boards decorated with abstract motifs, the spine of the chemise in green morocco, pastedowns and endpapers of beige suede, a sheet of flexible plexiglass protecting the poem, case lined with green morocco, piece of green paper with caption «poème autographe» to bottom of upper cover of case, the whole by Thomas Boichot. Key poem of the author's pre-Dadaist period, it formed part of the set of 7 manuscript poems by Breton (known as coll. X. in the uvres complètes d'André Breton, volume I in La Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, 1988, p. 1071). Thiese poems of his juvenilia are carefully copied out in black ink on watermarked vergé paper. The small collection was addressed to his circle of friends and writers, most notably including Valéry, Apollinaire, Théodore Fraenkel, and his brother in arms André Paris. They were later published in his first collection, Mont de piété, which appeared in June 1919, published by Au Sans Pareil, established not long before by his friend René Hilsum. The precise dating of this set of autograph poems is made possible by the composition of the final poem in the set («André Derain»), written on 24 March 1917, which provides a definitive terminus post quem. An earlier version of the poem «Age», dedicated to Léon-Paul Fargue, appears in our collection under its original name, «Poème». Dated by the author 19 February 1916, the day of his 20th birthday, and composed 10 days previously (according to his letters), it was not retitled and reworked until its publication in July 1918 in Les Trois Roses. Judging by the similarities to things published before this last poem, the seven autograph poems were probably written during 1917 or at the beginning of 1918, while Breton was doing his residency in Val-de-Grâce and where, significantly, he made the acquaintance of Louis Aragon. The poems that make up Mont de piété represent a rare and valuable insight into his youthful influences at the dawn of his joining the Dada movement and his discovery of automatic writing. Quite short and sometimes sibylline, one detects Symbolist highlights borrowed from Mallarmé, whom he rediscovered at poetry mornings in the théâtre Antoine and the Vieux-Colombier accompanied by his schoolfriend Théodore Fraenkel. During the first month of the War, Breton also dedicated himself to Rimbaud, plunging into Les Illuminations, the only work he carried with him in the confusion and haste that followed the outbreak of war. From his readings of Rimbaud were born the poems «Décembre», «Age», and «André Derain», while he borrowed Apollinaire's muse Marie Laurencin to whom he dedicated «L'an suave». The author's poetic inheritance was particularly marked by Paul Valéry, with whom he corresponded from 1914. Valéry played a considerable role in the writing of the poems of Mont de piété with the advice he gave the young poet. Admiring his disciple's audacity, who addressed each of these poems to him, he characterized the poem «Façon» (1916) thus: «The theme, language, scope, meter, everything is new, in the style, the manner of the future» (Letter of June 1916, uvres complètes d'André Breton, vol. I in La Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, 1988, p. 1072). These essential buds of Breton's youth were written between his seventeenth and twenty-third year. Taken by surprise in Lorient by the declaration of war, he became a military nurse, serving in several hospitals
- s.l. s.d. (1907), 15,7x23,1cm, 1 page 1/2 sur 2 feuillets. - Handwritten poem to Kérimé « Je cacherai ma flûte » [1907] | 15,7 x 23,1 cm | 1 page 1/2 on 2 leaves Handwritten poem entitled « Je cacherai ma flûte », dedicated and offered to Kérimé («Pour le petit faune »). One and a half pages written in purple ink on two leaves edged with border of violets, in total 32 alexandrine verses. The poem was published under the same title in Flambeaux éteints (Edward Sansot & Cie, 1907). This first manuscript version has some variations from the printed text. Je m'écoute, avec des frissons ardents, Moi, le petit faune au regard farouche... L'âme des forêts vit entre mes dents Et le Dieu du rythme habite ma bouche. Dans ce bois, loin des aegipans rôdeurs Mon cur est plus doux qu'une rose ouverte; Les rayons, chargés d'heureuses odeurs, Dansent au son frais de ma flûte verte. Mêlez vos cheveux et joignez vos bras Sur l'herbe humide où le bélier s'ébroue, Nymphes des halliers! - ne m'approchez pas, Allez rire ailleurs pendant que je joue. Car j'ai la pudeur de mon art sacré, Et, pour honorer la muse hautaine Je chercherai l'ombre et je cacherai Mes pipeaux vibrants dans le creux d'un chêne. Parmi la tiédeur, parmi les parfums, Je jouerai le long du jour, jusqu'à l'heure Des churs turbulents et des jeux communs Et des seins offerts que la brise effleure. Je tairai mon chant pieux et loyal Aux amants de vin, aux chercheurs de proie Seul le vent du soir apprendra mon mal Et les arbres seuls apprendront ma joie. Je défends ainsi mes instants meilleurs... Vous qui m'épiez de vos yeux de chèvres, Ô mes compagnons! allez rire ailleurs Pendant que le chant fleurit sur mes lèvres. Sinon, je suis faune après tout, si beau Que soit mon chant, et, bouc qui se rebiffe, Je me vengerai d'un coup de sabot Et d'un coup de corne et d'un coup de griffe. Provenance: Kérimé Turkhan-Pacha. The Sappho lover and her sofa muse Considered as a literary work in its own right, Renée Vivien's correspondence with Kérimé Turkhan-Pacha is sprinkled with very rare poems that enhance the poet's romantic passion for her oriental muse. In spring 1904, Vivien received an unexpected letter. A mysterious young Turkish woman, living in Constantinople and who signed Kérimé Turkhan-Pacha, enthusiastically told her about a book she had just read. [...] Intrigued and at the same time flattered, Vivien responded to the unknown woman [...] This letter was to be followed by more than a hundred others and dozens of postcards to Kérimé Turkhan-Pacha. [...] During the summer of 1905, when Vivien will make a pilgrimage to Lesbos with Natalie Barney, she will absolutely stop in Constantinople to get to know the fictional (as she imaged) Kérimé. She saw her again several times, always in Constantinople, and their correspondence continued until 1908. Born in 1876, Kérimé Turkhan-Pacha belonged to the Constantinople high society. Very cultured, raised French, she shone in the salons of the Ottoman capital. She was distinguished by her real beauty [...]. This seductive creature, whom Vivien had to imagine languishing on cushions in the shade of a Bosphorus harem, had married a Turk much older than her around 1900, Turkhan-Pacha. [...] Becoming a widow, Kérimé lived in Paris, where she had the opportunity to court Natalie Barney; she died in Athens in 1948. Worldly and very beautiful, [...] Kérimé belonged to the Turkish elite [..] whose women began to change their mentality. Just like Loti's Désenchantées [...] Kérimé found it troublesome to support the old customs of her country. «I was very young and I was cloistered away and aspired only to bite all the forbidden fruits», she told Le Dantec. [...] For Vivien, Kérimé represented the mirage of the East, which had already fascinated the entire 19th century: Chateaubriand, Delacroix, Nerval, Flaubert, Loti, Barrès... Turkish romanticism then permeated French literature. In 1898 Jean Lorrain had published La Dame turque (anot
- s.l. s.d. (1906), 17,7x21,9cm, 2 pages sur un feuillet. - Handwritten poem to Kérimé « Pour elle seule » [« Eminé »] [1906] | 17,7 x 21,9 cm | 2 pages on one leaf Handwritten poem entitled « Pour elle seule », dedicated and offered to Kérimé. Two pages written in purple ink on a leaf of lined and margined paper, in total 30 alexandrine verses. The poem was published under the title « Eminé » in À l'heure des mains jointes (Alphonse Lemerre, 1906). This first manuscript version has several variations from the printed text. Some verses have even been totally abandoned: « Et lui dirai: Voici que les temps sont venus/Visage détaché sur le fond d'une trame; /Mais je dédaignerai les arbres aux troncs d'or/Et les fleurs de saphir pour un plus beau trésor. » Le couchant répandra la neige des opales, Et l'air sera chargé d'odeurs orientales Les caïques furtifs jetteront leur éclair De poissons argentins qui sillonnent la mer. Ce sera le hasard qu'on aime et qu'on redoute. A pas lents, mon destin marchera sur la route. Je le reconnaîtrai parmi les inconnus Et lui dirai: Voici que les temps sont venus. Et mon destin aura la forme d'une femme, Visage détaché sur le fond d'une trame; Et mon destin aura de profonds cheveux bleus. Ce sera le fantasque et le miraculeux. Involontairement, comme lorsque l'on pleure Je me répéterai: toute femme a son heure. « Aucune ne sera pareille à celle-ci. « Nul être n'attendra ce que j'attends ici. » Celle qui brillera dans l'ombre solitaire M'emmènera dans le domaine du mystère. Près d'elle, j'entrerai, pâle comme Aladdin Dans un prestigieux et terrible jardin. Mon cher destin, avec des lenteurs attendries, Détachera pour moi des fruits de pierreries. Mais je dédaignerai les arbres aux troncs d'or Et les fleurs de saphir pour un plus beau trésor. Car je mépriserai le soleil et la lune Et les astres fleuris, pour cette femme brune. Ses yeux seront l'abîme où sombre l'univers Et ses cheveux seront la nuit où je me perds. à ses pieds nus, pleurant d'extases infinies, Je laisserai tomber la lampe des génies. Provenance: Kérimé Turkhan-Pacha. The Sappho lover and her sofa muse Considered as a literary work in its own right, Renée Vivien's correspondence with Kérimé Turkhan-Pacha is sprinkled with very rare poems that enhance the poet's romantic passion for her oriental muse. In spring 1904, Vivien received an unexpected letter. A mysterious young Turkish woman, living in Constantinople and who signed Kérimé Turkhan-Pacha, enthusiastically told her about a book she had just read. [...] Intrigued and at the same time flattered, Vivien responded to the unknown woman [...] This letter was to be followed by more than a hundred others and dozens of postcards to Kérimé Turkhan-Pacha. [...] During the summer of 1905, when Vivien will make a pilgrimage to Lesbos with Natalie Barney, she will absolutely stop in Constantinople to get to know the fictional (as she imaged) Kérimé. She saw her again several times, always in Constantinople, and their correspondence continued until 1908. Born in 1876, Kérimé Turkhan-Pacha belonged to the Constantinople high society. Very cultured, raised French, she shone in the salons of the Ottoman capital. She was distinguished by her real beauty [...]. This seductive creature, whom Vivien had to imagine languishing on cushions in the shade of a Bosphorus harem, had married a Turk much older than her around 1900, Turkhan-Pacha. [...] Becoming a widow, Kérimé lived in Paris, where she had the opportunity to court Natalie Barney; she died in Athens in 1948. Worldly and very beautiful, [...] Kérimé belonged to the Turkish elite [..] whose women began to change their mentality. Just like Loti's Désenchantées [...] Kérimé found it troublesome to support the old customs of her country. «I was very young and I was cloistered away and aspired only to bite all the forbidden fruits», she told Le Dantec. [...] For Vivien, Kérimé represented the mirage of the East, which had already fasc
- Constantinople s.d. (1907), 21x27cm, 1/2 page et quelques lignes sur un feuillet. - Handwritten poem to Kérimé « Que la volupté est triste...!» [Paroles soupirées] Constantinople [1907] | 21 x 27 cm, 1/2 page and a few lines on a leaf Handwritten poem entitled « Que la volupté est triste... ! », dedicated and offered to Kérimé. Half a page written in black ink on a leaf of headed paper from the Constantinople Péra-Palace & Summer-Palace, a total of 15 alexandrine verses. The poem was published under the title «Paroles soupirées» in Flambeaux éteints (Edward Sansot & Cie, 1907). This first manuscript version has several variations from the printed text. Some verses have even been totally abandoned: "Pareille au chant brisé qui vient nous décevoir,/ Avec les cierges d'or allumés dans le soir". Quelle tristesse après le plaisir, mon amie, Quand le dernier baiser, plus triste qu'un sanglot, S'échappe en frémissant de ta bouche blêmie, Et que, mélancolique et lente, sans un mot, Tu t'éloignes à pas songeurs, ô mon amie! Pareille à la douleur des adieux, dans le soir, L'angoisse qui vient de la volupté lasse! Pareille au chant brisé qui vient nous décevoir, Pareille au noir cortège impérial qui passe Avec les cierges d'or allumés dans le soir... Et je te sens déçue et je me sens lointaine... Nous demeurons, avec les yeux de l'exilé, Suivant, tandis qu'un fil d'or frêle nous enchaîne, Du même regard las notre rêve envolé... Autre déjà, tu me souris, déjà lointaine... Provenance: Kérimé Turkhan-Pacha. The Sappho lover and her sofa muse Considered as a literary work in its own right, Renée Vivien's correspondence with Kérimé Turkhan-Pacha is sprinkled with very rare poems that enhance the poet's romantic passion for her oriental muse. In spring 1904, Vivien received an unexpected letter. A mysterious young Turkish woman, living in Constantinople and who signed Kérimé Turkhan-Pacha, enthusiastically told her about a book she had just read. [...] Intrigued and at the same time flattered, Vivien responded to the unknown woman [...] This letter was to be followed by more than a hundred others and dozens of postcards to Kérimé Turkhan-Pacha. [...] During the summer of 1905, when Vivien will make a pilgrimage to Lesbos with Natalie Barney, she will absolutely stop in Constantinople to get to know the fictional (as she imaged) Kérimé. She saw her again several times, always in Constantinople, and their correspondence continued until 1908. Born in 1876, Kérimé Turkhan-Pacha belonged to the Constantinople high society. Very cultured, raised French, she shone in the salons of the Ottoman capital. She was distinguished by her real beauty [...]. This seductive creature, whom Vivien had to imagine languishing on cushions in the shade of a Bosphorus harem, had married a Turk much older than her around 1900, Turkhan-Pacha. [...] Becoming a widow, Kérimé lived in Paris, where she had the opportunity to court Natalie Barney; she died in Athens in 1948. Worldly and very beautiful, [...] Kérimé belonged to the Turkish elite [..] whose women began to change their mentality. Just like Loti's Désenchantées [...] Kérimé found it troublesome to support the old customs of her country. «I was very young and I was cloistered away and aspired only to bite all the forbidden fruits», she told Le Dantec. [...] For Vivien, Kérimé represented the mirage of the East, which had already fascinated the entire 19th century: Chateaubriand, Delacroix, Nerval, Flaubert, Loti, Barrès... Turkish romanticism then permeated French literature. In 1898 Jean Lorrain had published La Dame turque (another pasha woman...) and in 1906 Loti would publish his famous novel Les Désenchantées." (J.-P. Goujon, Tes blessures sont plus douces que leurs caresses) This superb elegy with its "Bosphorus sultana" takes up all the elements of this aesthetic mythology in a superb sapphic reappropriation of the languor and sensuality of the fantasized East. Exceptionally rare, the manuscript
Tutto il pubblicato. Fascicoli sciolti ottimamente conservati. Fondata a Firenze nel gennaio 1926, dal 1929 cambia il sottotitolo in Rivista mensile di letteratura. Uscì con cadenza dapprima mensile e poi bimestrale. Nel 1929 si associò nella direzione G. Ferrara, sostituito l'anno successivo da A. Bonsanti; nel 1933 Carocci tornò ad essere unico direttore. Solaria fu la più importante rivista letteraria del novecento. Fra i suoi collaboratori convissero due anime, due diverse vocazioni: quella dei "rondisti" (Bacchelli, Loria, Tecchi, Bonsanti) convinta di poter dar vita ad una autonoma civiltà letteraria fuori da ogni compromesso con la politica, e quella di provenienza torinese con alle spalle l'esperienza del "Baretti" (Montale, Ginzburg, Garosci, Debenedetti, Solmi) che proseguendo la linea gobettiana professò un maggior impegno civile da parte degli intellettuali. Tra i collaboratori, oltre ai sopra citati, troviamo: Saba, Raimondi, Franchi, Giotti, Debenedetti, Pavolini, Quasimodo, Gadda, Vittorini, e molti altri. Uscirono in tutto 78 fascicoli; in 16° le prime annate poi in 8°. Il n. 2, marzo-aprile, del 1934 fu sequestrato dal prefetto di Firenze. L’ultimo fascicolo porta la data settembre-dicembre 1934, ma in realtà finito di stampare e distribuito nel marzo 1936.
Seconda edizione, definitiva, di molto modificata e aumentata, in parte originale. Ottimo esemplare, fresco e pulito (lievissime fioriture ad alcune carte), a grandi margini (185 x 121 mm), in bella legatura moderna. Il libro poetico più importante del secondo Ottocento nacque come suite di diciotto poesie apparse sulla «Revue des deux mondes» X, 2, maggio-giugno 1855. Due anni dopo, nel 1857, la prima edizione in volume della raccolta, contenente centosei poesie, subisce un processo dal quale escono condannati il poeta e l’editore, costretti tra le altre cose a censurare sei poesie («Les Bijoux», «Le Léthé», «À Celle qui est trop gaie», «Lesbos», «Femmes damnées», «Les Métamorphoses du vampire»). Passati tre anni, è la volta dell’edizione definitiva: messa in vendita al prezzo di 3 franchi nel febbraio 1861, fu tirata in 1500 esemplari. L’edizione contiene le poesie dell’edizione del 1857 — eccetto le sei censurate — quelle uscite in rivista tra il ‘57 e il ‘61 e una inedita, «La Fin de la journée», per un totale di 126 componimenti. Le sezioni in cui è suddivisa l’opera vengono riorganizzate e passano da cinque a sei, con l’ingresso dei «Tableaux parisiens», tra le vette più alte della produzione di Baudelaire. Il frontespizio avrebbe dovuto recare un’incisione allegorica di Bracquemond, che fu però rifiutata senza esitazione dal poeta. Bracquemond dovette dunque rinunciare al suo progetto e limitarsi a incidere un ritratto di Baudelaire, che diventerà poi una delle sue immagini più famose e iconiche. Vicaire, Manuel de l’amateur de Livres I (Paris 1894), coll. 341-4; Carteret, Le Trésor I (Paris 1924), pp. 118-24; Talvart & Place, Bibliographie des auteurs modernes de langue française I (Paris 1928), p. 284, n. 9.b; Baudelaire, Œuvres complètes (Paris 1975); En français dans le texte (Paris 1990), n. 276
In-4°; pp. (12), 88; marca tipografica su legno al frontespizio, fregi tipografici nel testo. Al frontespizio una nota manoscritta “Crusca. Costò L. 24”. A p. 28 l'errata incollata su "El or" per "El'onor". Esemplare in barbe. Legatura in cartonato antico. Buona copia. Dedica al cardinal Maffeo Barberini. EDIZIONE ORIGINALE dell’intera opera poetica di Michelangelo (1475-1564), che Michelangelo Buonarroti il Giovane fece pubblicare attingendo a manoscritti dello zio conservati nella “Libreria Vaticana” e presso gli eredi. Buonarroti il Giovane professò lungo tutta la vita un vero e proprio culto dell’antenato; amante delle lettere e delle arti studiò filosofia a Pisa dove conobbe Galileo e consolidò l’amicizia con Maffeo Barberini. La dedica a Maffeo Barberini ancora Cardinale avviene nello stesso anno in cui diverrà papa col nome di Urbano VIII. Gamba 248: «Il Buonarroti nipote dedica quest'edizione al card. Maffeo Barberini. [...] Le Rime furono in gran parte tratte da Codici esistenti in Roma e in Firenze; ma [...] furono omessi alcuni componimenti spezzatamente citati dal Varchi e da altri, col desiderio di pubblicarli quando venisse fatto di ritrovarli integri». Razzolini, p. 77; Parenti, p. 108; Brunet I, 1394. In-4 °; pp. (12), 88; woodcut printer’s mark on the title page, typographical friezes in the text. On the title page a handwritten note “Crusca. It cost L. 24 ". On p. 28 the errata glued on "El or" for "El'onor". Deckle edges. Contemporary hardcover binding. Dedication to Cardinal Maffeo Barberini. ORIGINAL EDITION of Michelangelo's entire poetic work (1475-1564), which Michelangelo Buonarroti the Younger had published checking his uncle's manuscripts kept in the "Vatican Library" and with his heirs. Buonarroti the Younger professed a real cult of the ancestor throughout his life; lover of letters and arts, he studied philosophy in Pisa where he met Galileo and consolidated his friendship with Maffeo Barberini. The dedication to Maffeo Barberini as Cardinal takes place in the same year in which he will become pope with the name of Urban VIII. Gamba 248: «The nephew Buonarroti dedicates this edition to card. Maffeo Barberini. [...] The Rhymes were largely taken from existing Codes in Rome and Florence; but [...] some compositions were omitted variously cited by Varchi and others, with the desire to publish them when it was done to find them intact ». Razzolini, p. 77; Relatives, p. 108; Brunet I, 1394.
Edizione originale. Ottimo esemplare, freschissimo e molto pulito (mm 155 x 95). «Il libro di poesie più sconosciuto e forse ancora più misterioso di Leopardi» (Paola Italia, «Premessa. Ragioni di un libro», in «L’Ellisse» VI-2014, p. 7). L'edizione della seconda raccolta poetica vide la luce ai primi del 1827, ma con data del 1826. La prima sezione di «Idilli» presenta alcuni testi già apparsi su «Il Nuovo Ricoglitore» (dic. 1825, pp. 903-4; gen. 1826, pp. 45-51): si tratta de «L’infinto», «La sera del giorno festivo», «La ricordanza», «Il sogno» (uscito anonimo anche sul num. 33, 13 agosto 1825, del «Caffé di Petronio»), «Lo spavento notturno» e «La vita solitaria». Seguono — del tutto inediti — due «Elegie» di argomento amoroso, i cinque «Sonetti» di impianto satirico contro «ser Pecora fiorentino beccaio», e l’«Epistola al Conte Carlo Pepoli» in versi sciolti. Chiudono il volume i volgarizzamenti della «Batracomiomachia» (qui chiamata «Guerra dei topi e delle rane») e della «Satira di Simonide», già editi rispettivamente sul «Caffé di Petronio» (nn. 19, 20, 21 del 1825) e sul «Nuovo Ricoglitore» (n. 11 del 1825). La pubblicazione dei «Versi» si deve in gran parte all’iniziativa di Brighenti, editore-stampatore con cui Leopardi aveva già collaborato stampando le «Canzoni» del 1824 (e al quale era legato da uno rapporto molto stretto, come testimonia la fitta corrispondenza epistolare). I due avevano in mente un progetto (poi naufragato) per un’edizione delle opere complete di Leopardi; e Brighenti, forse per porre menda alla mancata edizione, propose al poeta di stampare «un opuscoletto leggiadro, breve, non pedantesco, non puristico, non grammatico, inedito». Il poeta accettò e furono pubblicati i «Versi», che nelle intenzioni dell’editore dovevano diventare parte di un complessivo ciclo leopardiano: «a dispetto del fatto che si tratti di due volumi distinti, già fin d’ora “Canzoni” e “Versi” vengono presentati come complementari: stessa carta, stesso formato, stesso corpo tipografico» (Paola Italia, p. 9), intenzione confermata dal fatto che l’unico catalogo della Stamperia delle Muse (1828) riporta alla voce di quest’opera «Versi in aggiunta alle Canzoni dello stesso Autore». Mazzatinti e Menghini, Bibliografia leopardiana, n. 661 ; Catalogo del fondo leopardiano, n. 83 ; De Robertis, Canti ed. critica, pp. XLIV-LIII ; Italia, Giacomo Leopardi. Il libro dei Versi del 1826: ‘poesie originali’ (L’Ellisse 9.2, 2014)
Edizione originale. Più che buon esemplare (localizzati restauri ai piatti e al dorso; leggerissima brunitura uniforme alle carte). La copia di Olimpo Gianoglio, come attesta il timbro al frontespizio. Nato a Torino il 31 gennaio 1911 Gianoglio fu ingegnere di formazione e prese parte al partito fascista, venendo nominato membro del consiglio direttivo di Aosta. Colpito dalla confisca dei beni nel 1945, molti anni dopo la guerra scrisse il volume «Compendio ed esercizi risolti di geometria analitica per le scuole superiori», pubblicato a Torino nel 1968. È presumibilmente suo il sonetto autografo di argomento amoroso a pagina 98, scritto a matita e datato «21 mag. ’33». Il libro poetico più importante del Novecento italiano. Delle 43 poesie, una quindicina erano già apparse — in redazioni differenti — su note riviste letterarie dell’epoca, tra le quali «Primo tempo». Fu Sergio Solmi di «Primo tempo» il tramite tra Montale e Piero Gobetti, l’intellettuale che due anni prima, nell’aprile 1923, aveva fondato una casa editrice tanto prolifica quanto eccezionale per qualità di contenuti, coagulando attorno al suo progetto gran parte del milieu torinese di impronta democratica e liberale. Dai documenti emerge come la tiratura sia stata prevista in 1000 copie, oltre a una tiratura di lusso in 15 copie numerate che quasi certamente non fu mai stampata, non essendosene trovato alcun riscontro. Scrisse il poeta nel 28 aprile 1925: «Caro Gobetti, hai avuto le bozze? [...] Naturalmente mi farai l'edizione nel formato solito dei quaderni, mi ero spaventato dapprima vedendo quei lenzuoli di carta. Ma non era il caso. Dato che il libretto viene spaventosamente smilzo, ti prego di far spazieggiare fino al possibile (fogli bianchi, ecc). Tanto non arriva alle 100 pagine neanche a largheggiare. Fa’ stampare in carta un po’ grossa. So che per la copertina sei inflessibile (frangar non flectar); ma potresti far mettere nome e titolo, per il lungo, nel dorso della plaquette. È un’invenzione che andrebbe bene per tutte le edizioni. So anche che mi concedi le copie di lusso (!), e ti ringrazio. Fanne tirare 15 (con relativa dicitura) numerate dal 1 al 15. Prima che il libro sia uscito (e cioè presto) ti farò avere altre 40-50 prenotazioni sicure; non ti sarà [...]. Addio, siamo in lutto per l'arrivo del Farinacci. Che Dio ce la mandi buona! Quando andiamo tutti all'estero? [...]». Molti anni dopo, in un intervista per la Rai curata da Giancarlo Vigorelli e trasmessa nel febbraio 1969, Montale ebbe a dichiarare che: «La prima [edizione] addirittura durò un giorno o due, perché bruciò il magazzino, circa metà delle copie andarono così felicemente esaurite [...] mio padre [...] ignorava l’esistenza della prima edizione». Barile, Bibliografia montaliana, A1 ; Accame-Lanzillotta, Le edizioni e i tipografi Gobetti, n. 69 ; Gambetti, Preziosi del Novecento (Alai 3, 2017), p. 21
Edizione originale di parte del «Misogallo». Minimo foxing, molto leggero e marginale solo su alcune carte, nel complesso un ottimo esemplare in barbe. A p. 12 una mano antica (di Alfieri?) corregge l’ipometria del verso «Nascenti in cima a una vil pancia» aggiungendo la parola «cima» (la lezione definitiva recita «in cima in cima»). «Per mezzo del corriere Bruni riceverete franco di porto un piccolo involtuzzo. Contiene otto o dieci copie di alcune inezie mie stampate con mio consenso senza il mio nome da un libraiuccio che le aveva manoscritte presso di sé, e sfigurate come suol essere di quelle poesiuzze che corrono manoscritte. Queste sono un frammento del Misogallo; una brochure de circonstance direbbero quei buffoni così abili nel dar nomi ed inabili nel far cose. Una delle copie in carta alquanto meno cattiva e un pochino più grande, è inscritta a voi, e quella vi serberete. Dell’altre, datane una a mia sorella per parte mia, ne disporrete come vi piace, ma noterete però che codesto è un contravveleno da non poter piacere se non se a quelli che non han preso il veleno prima» (G. Mazzatinti, «Lettere edite e inedite di Vittorio Alfieri», 1890, p. 359). -- Con queste parole, il 4 febbraio del 1800, Alfieri inviava all’abate Tommaso di Caluso alcuni esemplari del «Contravveleno poetico», l’unica parte del «Misogallo» pubblicata in vita l’autore: l’opera completa fu stampata per la prima volta solo molti anni più tardi, nel 1814, a Pisa, presso Sebastiano Nistri. -- Il prezioso volumetto raccoglie «sette sonetti e undici epigrammi estratti dall’acido prosimetro [il Misogallo], insieme con l’epigramma “Misto coll’irto crin, del crin più sconcia” mordace caricatura di un rivoluzionario di Francia, abbozzata nel febbraio ’99, circa un anno dopo la chiusura del cantiere misogallico, e destinata alle Rime» (“Per far di bianca carta carta nera”, n. 12). -- L’edizione è rara e preziosa: ne sono censite solo 8 copie nel Catalogo Sbn. “Per far di bianca carta carta nera”. Prime edizioni e cimeli alfieriani, n. 12, pp. 92-92; Melzi, Dizionario di opere anonime e pseudonime, v. 1, p. 252; manca al Bustico.
Prima edizione, nell’emissione autonoma. Esemplare splendido, a pieni margini con barbe (160 x 110 mm), freschissimo. Rarissima stampa a sé della prima raccolta assoluta di poesie del Foscolo, con la quale, orgogliosamente, il poeta «rifiuta[va] tutte le altre fino ad oggi stampate [...] cose troppo giovanili [...]» (dalla nota in corsivo a p. [2], datata «Milano, Agosto 1802»). Il nucleo (otto sonetti e l’ode «A Luigia Pallavicini») era apparso nel «Nuovo giornale dei letterati», volume IV, ottobre 1802 (ma uscito in ritardo, almeno verso la fine dell’anno); il medesimo editore del giornale ne fece una pubblicazione autonoma, in alcuni esemplari posta in appendice, con propria numerazione, alle «Poesie di Giuseppe Parini milanese» (stampate sempre dalla Tipografia della Società Letteraria di Pisa nel 1803); la plaquette venne venduta anche separatamente — e come tale era nota a bibliografi e studiosi, fino a che non ne fu rivelata la presenza in coda al Parini in un articolo pubblicato alle soglie del nuovo millennio sulla rivista per bibliofili «Wuz». Data l’estrema rarità della plaquette, grande mistero era sempre aleggiato intorno a questa stampa: «Non è noto con certezza quando sia stata diffusa questa edizioncina, che reca per la prima volta il titolo ‘Poesie di Ugo Foscolo’, né in quale momento Foscolo l’abbia conosciuta. A metà di aprile non doveva avere ancora notizia dell’edizione pisana, ed è probabile che questa, pur già stampata, non fosse ancora in circolazione» scriveva Gianfranco Acchiappati nel 1988, recensendo l’esemplare in emissione autonoma della sua collezione. -- Sette degli otto sonetti stampati nella raccolta apparivano al pubblico per la prima volta (Non son chi fui...; Che sta? Già il secol...; E tu ne’ carmi avrai...; Perché taccia il rumor...; Così gl’interi giorni...; Meritatamente, però ch’io potrei; Solcata ho fronte...); «Te nudrice alle Muse...» era già stato stampato su «Il Parnasso democratico», vol. II (Bologna 1800); l’ode «A Luigia Pallavicini» appare qui con varianti sostanziali rispetto all’edizione originale pubblicata sempre nel 1800 dalla Stamperia Frugoni di Genova. Milani, Un Foscolo in coda a Parini, Wuz 7 settembre 2002, pp. 48-49; Raccolta foscoliana Acchiappati, n. 31; Scotti, Foscolo ed. nazionale I, p. 12
- circa 1917-1918, 22,3x27,6, une feuille sous chemise et étui. - Remarquable poème de jeunesse autographe d'André Breton, intitulé "André Derain", 25 vers à l'encre noire sur papier vergé, composé en mars 1917. Notre manuscrit fut rédigé entre mars 1917 et le début de l'année 1918. Notre poème est présenté sous chemise et étui aux plats de papier à motifs abstraits, dos de la chemise de maroquin vert olive, gardes et contreplats de daim crème, feuille de plexiglas souple protégeant le poème, étui bordé de maroquin vert olive, étiquette de papier olive portant la mention "poème autographe" appliquée en pied du premier plat de l'étui, ensemble signé de Thomas Boichot. Poème essentiel de la période pré-dadaïste de l'auteur, il fait partie d'un ensemble cohérent de sept poèmes manuscrits de Breton (désigné sous le nom de coll.X. dans les uvres complètes d'André Breton, tome I de La Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, 1988, p. 1071). Ces poèmes, de sa graphie de jeunesse, sont soigneusement calligraphiés à l'encre noire sur papier vergé filigrané. Cet ensemble a été adressé à son cercle d'amis et d'écrivains, où figurent notamment Valéry, Apollinaire, Théodore Fraenkel, et son frère d'armes André Paris. Il fut par la suite publié dans son premier recueil, Mont de piété, qui parut en juin 1919 à la maison d'édition Au sans Pareil, nouvellement fondée par son ami René Hilsum. La datation précise de cet ensemble de poèmes autographes est déterminée par l'écriture de ce poème, dernier de la collection, composé le 24 mars 1917, qui offre un terminus post quem absolu. En outre, une version plus ancienne du poème « Age », dédié à Léon-Paul Fargue, figure dans notre collection sous son nom originel « Poème ». Daté par l'auteur du 19 février 1916 - le jour de ses vingt ans - et créé 10 jours plus tôt selon sa correspondance, il ne fut rebaptisé et remanié que pour sa publication en juillet 1918 dans Les Trois Roses. Selon toute vraisemblance antérieurs à la parution de ce dernier poème, les sept poèmes autographes furent probablement rédigés courant 1917 ou au début de l'année 1918, alors que Breton poursuit son internat au Val-de-Grâce et fait la rencontre décisive de Louis Aragon. Les poèmes qui constitueront Mont de piété représentent un rare et précieux témoignage de ses influences de jeunesse, à l'aube de son adhésion au mouvement Dada et sa découverte de l'écriture automatique. Assez brefs et parfois sibyllins, on y sent poindre des accents symbolistes empruntés à Mallarmé, qu'il redécouvre lors de matinées poétiques au théâtre Antoine, au Vieux-Colombier, en compagnie de son camarade de lycée Théodore Fraenkel. Durant le premier mois de la guerre, Breton se consacre également à Rimbaud, et se plonge dans Les Illuminations, seul ouvrage emporté dans la confusion et la hâte qui suivit la déclaration de guerre. De ses lectures rimbaldiennes naquirent les poèmes « Décembre », « Age », et « André Derain », tandis qu'il emprunte à Apollinaire sa muse Marie Laurencin à qui il dédie « L'an suave ». Par ailleurs, l'héritage poétique de l'auteur sera particulièrement marqué par la figure de Paul Valéry, avec qui il entre en correspondance dès 1914. Valéry joue dans l'écriture des poèmes de Mont de Piété un rôle considérable par l'attention et les conseils qu'il prodigue au jeune poète. Admiratif de l'audace de son disciple, qui lui adressa chacun de ses poèmes, il apprécie le poème « Facon » (1916) en ces termes : « Thème, langage, visée, métrique, tout est neuf, mode future, façon » (Lettre de juin 1916, uvres complètes d'André Breton, tome I de La Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, 1988, p. 1072). Ces fleurons incontournables de la jeunesse de Breton furent composés entre sa dix-septième et vingt-troisième année. Surpris à Lorient par la déclaration de guerre, il devient infirmier militaire, puis officie dans plusieurs hôpitaux et sur le front pendant l'offensive de la Meuse. Il fait à Nantes la connaissance de Jacques Vaché
- circa 1917-1918, 22,3x27,6, une feuille sous chemise et étui. - Remarquable poème de jeunesse autographe d'André Breton, intitulé "Façon", 19 vers à l'encre noire sur papier vergé, composé en juin 1916. Notre manuscrit fut rédigé entre mars 1917 et le début de l'année 1918. Il servit d'inspiration à Louis Aragon pour céer l'alter-ego de Breton, Baptiste Ajamais, dans son premier roman Anicet ou le panorama. Notre poème est présenté sous chemise et étui aux plats de papier à motifs abstraits, dos de la chemise de maroquin vert olive, gardes et contreplats de daim crème, feuille de plexiglas souple protégeant le poème, étui bordé de maroquin vert olive, étiquette de papier olive portant la mention "poème autographe" appliquée en pied du premier plat de l'étui, ensemble signé de Thomas Boichot. Poème essentiel de la période pré-dadaïste de l'auteur, il fait partie d'un ensemble cohérent de sept poèmes manuscrits de Breton (désigné sous le nom de coll.X. dans les uvres complètes d'André Breton, tome I de La Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, 1988, p. 1071). Ces poèmes, de sa graphie de jeunesse, sont soigneusement calligraphiés à l'encre noire sur papier vergé filigrané. Cet ensemble a été adressé à son cercle d'amis et d'écrivains, où figurent notamment Valéry, Apollinaire, Théodore Fraenkel, et son frère d'armes André Paris. Il fut par la suite publié dans son premier recueil, Mont de piété, qui parut en juin 1919 à la maison d'édition Au sans Pareil, nouvellement fondée par son ami René Hilsum. La datation précise de cet ensemble de poèmes autographes est déterminée par l'écriture du dernier poème de la collection (« André Derain »), composé le 24 mars 1917, qui offre un terminus post quem absolu. En outre, une version plus ancienne du poème « Age », dédié à Léon-Paul Fargue, figure dans notre collection sous son nom originel « Poème ». Daté par l'auteur du 19 février 1916 - le jour de ses vingt ans - et créé 10 jours plus tôt selon sa correspondance, il ne fut rebaptisé et remanié que pour sa publication en juillet 1918 dans Les Trois Roses. Selon toute vraisemblance antérieurs à la parution de ce dernier poème, les sept poèmes autographes furent probablement rédigés courant 1917 ou au début de l'année 1918, alors que Breton poursuit son internat au Val-de-Grâce et fait la rencontre décisive de Louis Aragon. Les poèmes qui constitueront Mont de piété représentent un rare et précieux témoignage de ses influences de jeunesse, à l'aube de son adhésion au mouvement Dada et sa découverte de l'écriture automatique. Assez brefs et parfois sibyllins, on y sent poindre des accents symbolistes empruntés à Mallarmé, qu'il redécouvre lors de matinées poétiques au théâtre Antoine, au Vieux-Colombier, en compagnie de son camarade de lycée Théodore Fraenkel. Durant le premier mois de la guerre, Breton se consacre également à Rimbaud, et se plonge dans Les Illuminations, seul ouvrage emporté dans la confusion et la hâte qui suivit la déclaration de guerre. De ses lectures rimbaldiennes naquirent les poèmes « Décembre », « Age », et « André Derain », tandis qu'il emprunte à Apollinaire sa muse Marie Laurencin à qui il dédie « L'an suave ». Par ailleurs, l'héritage poétique de l'auteur sera particulièrement marqué par la figure de Paul Valéry, avec qui il entre en correspondance dès 1914. Valéry joue dans l'écriture des poèmes de Mont de Piété un rôle considérable par l'attention et les conseils qu'il prodigue au jeune poète. Admiratif de l'audace de son disciple, qui lui adressa chacun de ses poèmes, il apprécie le présent poème « Facon » en ces termes : « Thème, langage, visée, métrique, tout est neuf, mode future, façon » (Lettre de juin 1916, uvres complètes d'André Breton, tome I de La Bibliothèque de la Pléiade, Gallimard, 1988, p. 1072). Ces fleurons incontournables de la jeunesse de Breton furent composés entre sa dix-septième et vingt-troisième année. Surpris à Lorient par la déclaration de guerre, il devient infirmier mi