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23 quaderni di 25 totali (mancano quaderni XXIV e XXV). Fascicoli con normali tracce d’usura e fioriture, carte e tagli leggermente bruniti. Esemplari complessivamente in ottimo stato. I quaderni III e IV conservano l’estratto con le traduzioni italiane di poesie inglesi e americane. Raccolta di 23 quaderni di 25 totali (mancano i due quaderni conclusivi dell’autunno 1959 e della primavera 1960) della rivista letteraria «Botteghe Oscure» (1948 - 1960) fondata a Roma nell’omonima via da Marguerite Gilbert Chapin Caetani. I quaderni I – II – III – IV – V – VI – VII – VIII – IX – XI – XII presentano la sola brossura color crema; i quaderni X – XIII – XIV – XV – XVI conservano la fascetta editoriale rossa e bianca; i restanti quaderni (XVII – XVIII – XIX – XX – XXI – XXII – XXIII) conservano la brossura bicolore riproducente i nomi degli autori presenti nel numero. Letterata, collezionista d’arte e mecenate statunitense – originaria di Waterford, Cunnecticut - naturalizzata italiana in seguito al matrimonio con il compositore Roffredo Caetani, Marguerite Caetani era già stata protagonista dell’importante esperienza con la rivista «Commerce», da lei creata a Parigi nel 1924 e pubblicata - come sarà poi anche per «Botteghe Oscure» - in francese, inglese e italiano fino alla chiusura nel 1932. Stabilitasi a Roma con il marito dopo la fine della seconda guerra mondiale, qui la Caetani fonda - con Elena Croce - il circolo «Il Ritrovo», luogo di incontri di scrittori e artisti in cui si fa largo l’idea di dare forma a una nuova rivista sul modello della precedente «Commerce». Nasce così, nel 1948, «Botteghe Oscure», periodico semestrale che prende il nome della via romana in cui si trovava il palazzo della coppia votato alla pubblicazione di testi e versi inediti di scrittori - almeno nella maggior parte dei casi - emergenti o semplicemente sconosciuti, pur non mancando contributi di romanzieri e poeti già affermati del panorama nazionale e internazionale. Priva di recensioni e di letteratura critica, la rivista intende lasciare che la parola possa esprimersi liberamente, senza mediazioni, forzature, pregiudizi o linee poetiche, teoriche e/o ideologiche da seguire o da cui essere condizionati. Francese, inglese e italiano - e, successivamente, anche tedesco, spagnolo, polacco, olandese, filippino ... – diventarono, in proporzioni diverse e variabili da un fascicolo all’altro, le lingue di «Botteghe Oscure», originando non una Babele letteraria, ma uno spazio realmente e armoniosamente internazionale (benché a nutrirlo fosse stato e fosse il fermento culturale italiano del secondo dopoguerra). E così Ungaretti, Svevo, Pasolini, Calvino, Bertolucci, Sbarbaro, Saba, Ginzburg, Cassola, Tomasi di Lampedusa sono solo alcuni dei nomi che, tra prosa e poesia, si accompagnano a Valéry, Camus, James Spencer, Bertolt Brecht, Dylan Thomas, René Char, Truman Capote, Maria Zambrano, Marianne Moore ... Un luogo di scoperta, nonché un atto d’amore per gli autori coinvolti e per i lettori che, attraverso «Botteghe Oscure», potevano – e ancora possono – prendere contatto con il libero fluire e con il libero darsi e imporsi di parole e mondi, come già si diceva, non costretti, non tradotti (fatta eccezione per poesie coreane, olandesi, filippine, indiane, polacche e pakistane presentate in inglese e considerando gli estratti con alcune traduzioni), non oppressi da giudizi, spesso fin lì trascurati dalla critica e lì, finalmente, portati alla luce. Nel «Congedo» - unico “saggio” pubblicato nei 25 quaderni - posto a chiusura dell’ultimo fascicolo della primavera 1960, Giorgio Bassani - storico e raffinatissimo redattore capo della rivista – scriveva giustamente che Marguerite Caetani aveva: «avvertito con esatta intuizione il clima, la fertilità del momento», decidendo di creare uno spazio che «accoglieva di preferenza, per non dire in modo esclusivo, contributi di persone niente affatto famose: persone oscure, appunto, cioè scarsamente conosciute nei loro stessi Paesi, e perfino nel ristretto ambito dei cenacoli letterari. Giovani, per lo più. “Botteghe oscure” non ha mai stampato saggi critici, recensioni, inchieste [...] Per ciò che riguarda la sezione italiana ritengo che i criteri di scelta del materiale siano bastevoli a esercitare un’influenza critica notevolmente incisiva sul corso della letteratura italiana del dopoguerra e sull’orientamento del gusto del nostro Paese […] Il fatto è, bisogna dirlo, che molti degli scrittori più largamente ospitati da “Botteghe oscure” in quegli anni – scrittori allora ignoti o quasi – ci hanno poi dato parecchi libri importanti, senza menzionare i quali nessun discorso serio sarebbe possibile, oggi, sulla nostra letteratura». S. Valli (a cura di), «La rivista “Botteghe Oscure” e Marguerite Caetani. La corrispondenza con gli autori italiani, 1948 - 1960, L’Erma di Bretschneider, Roma 1999; G. Bassani, «Congedo», in «Botteghe oscure», XXV, primavera 1960, pp. 434-439.
Prima edizione autonoma. Ottimo esemplare (restauro professionale al piede del primo bifoglio), freschissimo e molto pulito (206 x 127 mm). L’edizione risulta molto rara: se ne contano solo cinque copie nel catalogo SBN. Quando Gabriele Verri, figlio minore di Pietro Verri, sposò Giustina Borromeo, l’avvocato Cesare Caporali decise di donare agli sposi una miscellanea di scritti poetici di vari autori, stampata presso Antonio Lamperti: tra gli altri, parteciparono anche Tommaso Grossi e Carlo Porta con 39 sestine composte a quattro mani firmate «La Ditta G. e P.». Contemporaneamente alla miscellanea venne pubblicato l’opuscolo qui presentato: «questo componimento forma parte della scelta collezione di poesie scritte in occasione dell’indicato matrimonio, ed è stata graziosamente accordata la permissione al sottoscritto di farne una separata edizione», scrive l’editore Vincenzo Ferrari nella nota che apre la plaquette. La composizione dell’epitalamio fu per Porta piuttosto faticosa: l’unico autografo che tramanda il testo ci consegna infatti solo i primi 48 versi, poi il poeta interruppe il lavoro, giudicandolo troppo complesso, e ripiegò sulla stesura di qualche strofetta saffica. Costretto a letto dalla gotta per una quindicina di giorni, cambiò nuovamente idea: nel corso delle visite quotidiane di Tommaso Grossi, decise di ritornare alle sestine lasciate in sospeso e di completarle insieme all’amico (Poesie ed. Meridiani, pp. 874-9). Nacque così il presente componimento che, sotto il travestimento letterario del sogno, mette in scena una forte polemica nei confronti dei classicisti. Per intervento della censura, le quaranta sestine previste dai due autori furono ridotte a trentanove e fu cassata una nota con riferimento al melodramma I Romanticisti, firmato dagli «astronomi X.Y.Z.», pseudonimo sotto il quale si nascondeva lo scrittore Giovanni Paganini, acerrimo nemico dei romantici (Isella, Ritratto dal vero, pp. 300-1). Grazie all’epistolario portiano siamo in grado di individuare con precisione anche il responsabile della censura: «Il Conte Caleppio — scrive Porta a Luigi Rossari in una lettera datata Milano, 23-26 giugno 1819 — me ne ha fatta una di fresco anche in questa circostanza. Mi ha impedito una innocentissima nota [...]. Se vi fosse stata ingiuria, o persona nominata pazienza ma impedire le citazioni di cose stampate è una tirannia da Turco peggiore dell’impalamento» (Lettere, pp. 374-5). Nonostante i tagli della censura, il successo della poesia negli ambienti più illuminati fu immediato; basti qui ricordare la lettera che Luigi Porro Lambertenghi, il promotore sia finanziario sia morale del «Conciliatore», scrisse a Porta il 20 giugno 1819: «Egli sarebbe gratissimo ai sig.i Porta e Grossi, autori della bella poesia per le nozze Verri e Borromeo, se volessero fargli il favore di venire a pranzo coi romantici, e di portare a questi la suddetta poesia. La lettura d’una composizione tanto spiritosa porrebbe il colmo di gioja con cui si deve celebrare il nome dei Luigi» (Lettere, p. 373). Bibliografia delle edizione portiane (Braidense), nn. 94 e 95. Parenti, Diz. dei luoghi di stampa, p. 217.
Collezione completa. Straordinario insieme in eccellenti condizioni di conservazione, completo, nelle fragili scatole originali (distacco netto ad alcuni degli angoli delle scatole, fermato con nastro filmoplast; scatola n. 3 con segni d’urto agli stessi angoli). Importante rivista/raccoglitore di libri d’artista, pubblicata a cadenza annuale in tiratura limitata a 500 esemplari; fanno eccezione i volumi 3 e 4, entrambi usciti nel 1977, e l’ultimo numero, il 7, pubblicato in 1100 esemplari numerati nel 1981, dopo la mancata uscita nel 1980. All’interno delle scatole sono contenuti veri e propri libri e plaquettes, ciascuno contrassegnato dalla sigla della scatola d’appartenenza (i. e. «Tau/ma 1» su tutti i volumetti della prima scatola, 1976), in un sapiente dosaggio di edizioni originali affiancate da ristampe anastatiche di testi fondativi delle avanguardie storiche. Il libri sono legati tramite incollatura a pressione, senza dorso. -- Oltre a varie opere dei direttori, contiene contributi di Emilio Villa (Alphabetum Coeleste, n. 3/1977; Verboracula, n. 7/1981), Adriano Spatola (Cantico delle creature, n. 4/1977), Edoardo Sanguineti con il figlio Federico (Papiro, n. 5/1978), Luciano Caruso (Piccola teoria della citazione, n. 5/1978), Michelangelo Pistoletto (Le stanze, n. 5/1978), Jannis Kounellis (Hotel Louisiane, n. 7/1981), Mimmo Paladino (Una piccola storia, n. 7/1981), Giulia Niccolai, Julien Blaine, Gian Pio Torricelli, Vito Acconci, Luigi Ballerini, Heinz Gappmayr, Jiri Kolar, Haroldo de Campos e Regina Silveira, Agnes Denes, Joan Jonas, JCT, Adalgisa Lugli, Ladislav Novak, Emilio Prini, Jochen Gerz, Madeline Gins, Richard Nonas, Luciano Bartolini, Elsa Ruiz, Adriano Malavasi, Carlo Serveri, Patrizia Vicinelli, Konrad Balder Schäuffelen, Francesco Pellizzi, Remo Guidieri, Robert Lax, Carlo Finale. -- Tra le ristampe anastatiche, meritano particolare menzione quelle relative a recuperi di testi antichi e raro contenenti virtuosismi calligrafici, come l’«Unius Libri versum» di Bernard Bauhus (1617), il «De furtivis literarum notis» di Giovan Battista Della Porta (1602), la «Lettera apologetica» di Raimondo di Sangro (1750), il «Musarum Liber XXV» di Baldassarre Bonifacio (1628). Maffei & Peterlini, Riviste d’arte e d’avanguardia, pp. 144-5 7 voll.
Romanzo di Gualtieri di San Lazzaro con 12 incisioni originali all'acquaforte di Franco Gentilini firmate a matita (cm 21x14,5) Edizione su carta a mano della Cartiera Ventura. Stampa a cura di Sergio Tosi. Incisioni stampate sotto la direzione dell'Artista su torchio a mano a Pesaro presso Pier Giorgio Spallacci. Rami biffati dopo la stampa. Esemplare riservato allo stampatore. 4to (cm 36x26). pp. 208. . Ottimo (Fine). . Prima edizione di 145 es. numerati. .
Edizione definitiva, in parte originale, dell’opera omnia di Alessandro Manzoni. Pregevole insieme in legatura uniforme dell’epoca (il titolo ai dorsi è «Manzoni — Opere || vol. I.» e «... vol. II.»), a grandi margini, con i «Promessi sposi» in esemplare molto fresco e pulito e le «Opere varie» con le usuali fioriture sparse, dovute alla qualità della carta. Tredici anni dopo la pubblicazione dell’edizione originale dei «Promessi sposi» — la cosiddetta «Ventisettana» — Alessandro Manzoni diede alle stampe una nuova edizione del suo capolavoro: profondamente rivista e aumentata, uscì a dispense tra il 1840 e il 1842, e prese conseguentemente il nome di «Quarantana». È l’edizione definitiva del più importante romanzo italiano dell’Ottocento. Come noto, l’autore introdusse tre novità fondamentali: in primo luogo, eliminò tutti i tratti linguistici e lessicali riconducibili alla Lombardia, di cui la Ventisettana abbondava (la celebre «risciacquatura dei panni in Arno»). Quindi, non meno importante, decise di dare alle stampe un’edizione riccamente illustrata: da una parte perché affascinato dalle magnifiche edizioni illustrate che sempre più frequentemente fiorivano in Francia; dall’altra, perché la presenza delle illustrazioni costituiva un valido strumento per difendersi dalla pirateria editoriale. Infine, Manzoni pose a suggello dell’opere la «Storia della Colonna infame», prezioso saggio di letteratura storica, che vide qui la luce in edizione originale. È l’ultimo capitolo effettivo dei «Promessi sposi»: nella Quarantana la parola «fine», stampata in grande, appare solo al termine di esso. -- L’edizione delle «Opere varie» fu pubblicata in 8 fascicoli usciti nell’arco di dieci anni, dal 1845 al 1855. Manzoni si affidò a Redaelli, ormai separatosi da Guglielmini, e i due progettarono un libro in tutto simile alla “Quarantana”. L’impianto grafico, le illustrazioni, i caratteri impiegati, le cornici a doppio filetto che racchiudono il testo: sono moltissimi gli elementi che richiamano esplicitamente l’edizione definitiva dei «Promessi sposi», quasi le «Opere varie» fossero un complemento di questa. Nel portare a termine l’impresa, Manzoni non si accontentò di ripubblicare testi già stampati: tornò infatti sui suoi versi e sulle sue prose, modificandoli ampiamente (è il caso ad esempio del «Discorso sui Longobardi» e della «Morale Cattolica»); pubblicò scritti mai apparsi prima (come «Del romanzo storico», o «Il cinque maggio», circolato solo in stampe non autorizzate); e addirittura inserì opere composte nei dieci anni successivi all’uscita del primo fascicolo (come il dialogo «Dell’invenzione»). Al termine dell'immenso lavoro, il volume risulterà dunque così strutturato: «Adelchi» (con illustrazioni all’antiporta di ogni atto); «Discorso sui Longobardi»; «Il conte di Carmagnola» (con illustrazioni all’antiporta di ogni atto); «Lettre à M. C***»; «Del romanzo storico»; «Dell’invenzione»; «Sulla lingua italiana»; «Osservazioni sulla morale cattolica»; «Inni sacri» (ciascuno illustrato in testa); «Strofe per una prima comunione»; «Il cinque maggio». Fahy, Per la stampa dell’edizione definitiva dei “Promessi Sposi” (Saggi di bibliografia testuale, Padova 1988, pp. 213-244); Poggi Salani, Alessandro Manzoni: I promessi sposi: testo del 1840-42, («Edizione nazionale ed europea delle opere di Alessandro Manzoni» 2, Milano 2013); Isella, «Itinerario manzoniano» (Manzoni. Scrittore e Lettore Europeo, Roma 2001), pp. 11-32 2 voll.
Edizione originale. Minimi restauri conservativi al sottile dorso muto, nel complesso esemplare sostanzialmente perfetto. La plaquette per le nozze Bemporad – Padovano contiene l’edizione originale della corona di madrigali «Finestra Illuminata», entrata poi a far parte delle «Myricae» nella quarta edizione del 1897. Rispetto al testo della plaquette, Pascoli introdusse modifiche in special modo sulla punteggiatura, operò qualche aggiustamento metrico e limitò l’impiego delle maiuscole, qui molto diffuso in chiave di personificazione. Sorprende, nel «Povero dono», v. 3, la lezione «canta» ai limiti della grammaticalità (forse un refuso?), nelle edizioni successive corretto in favore di «canti» («[...] Aspetta ancora, aspetta | che il gallo canta per la città nera»). Il testo è anticipato dalla dedica del Pascoli alla signorina Ada Bemporad. Bella testatina illustrata a p. 5: rinchiuso in un tondo, un uccellino si sporge dal suo ramo, a replicare l’atmosfera campestre della poesia. Molto raro, 2 copie in Iccu (Biblioteca Provinciale Giulio e Scipione Capone, Avellino; Biblioteca del Dipartimento di Filologia classica e Italianistica Alma Mater Studiorum - Università degli studi di Bologna). G. Pascoli, «Myricae», ed. Nava, p. CCLXXV [testi a pp. 115, 420]. Gambetti - Vezzosi, «Rarità bibliografiche», p. 642.
Edizione originale. Esemplare numero 248 della serie numerata stampata su carta «doppio Guinea», con eccezionale provenienza: in copertina il timbro della Libreria Antica e Moderna di Umberto Saba; in ultima carta il timbro del «Notaro Dott. Manlio Malabotta | Montebelluno», dalla cui collezione proviene (cfr. «Venezie d’inchiostro e di carta: La biblioteca di Manlio Malabotta», Ronzani ed. 2021, n. 72). Carte uniformemente brunite e restauro al dorso e alle unghiature; nel complesso in più che buone condizioni, conservato in astuccio conservativo su misura in mezza tela blu. Opera prima molto rara, stampata in soli 305 esemplari numerati su carta «doppio Guinea» (oltre a cinquanta esemplari su carta comune «riservati al servizio stampa»). La raccolta raduna poco più di cinquanta poesie molto brevi, ciascuna delle quali occupa una sola pagina. L’esordio di Sandro Penna, uno dei maggiori poeti del medio Novecento italiano, avvenne relativamente tardi, verso i quarant’anni, per le cure e l’interessamento di Umberto Saba, prima, e poi di Sergio Solmi: cominciato nel 1938, «il periodo milanese si rivelò cruciale per l’esordio in volume di Penna. Perduto l’interesse di Montale e trascurato quello di Saba, Penna trovò in Solmi e in Giansiro Ferrata nuovi e attenti estimatori, disposti ad adoperarsi sia per l’allestimento del volume sia per trovare un nuovo editore. Conclusa l’esperienza di “Solaria”, il nuovo periodico letterario di riferimento a Firenze era divenuto “Letteratura”, diretto da Alessandro Bonsanti: e a lui i due giovani critici si rivolsero per la pubblicazione, nella collana della rivista pubblicata dai fratelli Parenti, delle poesie di Penna. [...] Il volumetto, stampato in trecento copie, fu accolto con favore da lettori di diversa estrazione e lo stesso Solmi ne dette anticipazione su “Circoli” nel numero di gennaio; all’uscita del libro non tardarono le reazioni positive, fra cui quelle di Luciano Anceschi, Lanfranco Caretti, Ruggero Jacobbi» (Roberto Deidier, voce DBI, vol. 82, 2015).
Volume originale del 1590, rilegato in epoca successiva (fine XIX secolo), in mezza pelle e carta con scritte e decorazioni in oro zecchino. Interni ben leggibili, praticamente perfetti per l'età del volume. Opera in lingua latina.
8 incisioni all'acquatinta originali a piena pagina, numerate e firmate, di Roberto Ciaccio (cm 44x33). Traduzione di P. Chiodi ed A. Hofstadter. Testo in italiano, inglese e tedesco. Opera eseguita tra aprile 1990 e febbraio 1992. Edizione di 99 + XXX es. numerati e firmati dall'Artista e dall'Editore. Gli esemplari in numerazione romana contengono la suite delle acquatinte Carta Hahnemuhle 300 gr per le incisioni, Hahnemuhle 220 gr e Shiohara per il testo. Incisioni tirate al torchio da Giorgio Upiglio e Pierluigi Puliti. Tipografia Rodolfo Campi, carattere Univers monotype, corpo 8 e 9. Custodia di Giovanni De Stefanis. Esemplare n. 18/99. Folio (cm 47,5x36,5). pp. 40. . Ottimo (Fine). . Edizione di 99 + XXX esemplari numerati e firmati (Edition of 99 + XXX numbered and signed copies). . Annotazioni di luce in otto momenti vuole essere un confronto, un'analogia tra i testi del filosofo Martin Heidegger e le forme che divengono linguaggio, una presenza ottica visiva attraverso la differenza arcaica fra luce e oscurità, fra bianco e nero.
Quatre eaux-fortes originales de André Masson (cm 21,5x14,8; 26,2x7,5; 26,2x8,2; 25,8x8,8). Exemplaire numéro 5 avec suite sur Japon nacré (12 eaux-fortes). Les gravures ont été tirées par l'Atelier Crommelynck. Le texte, composé en Baskerville corps 24 a été imprimé par Fequet et Baudier typographes Exemplaires tous sur vélin d'Arches. Uno dei 15 esemplari con una suite di 12 incisioni su carta Japon nacré stampate in 3 diversi colori. Folio (cm 38x29). pp. 36. . Perfetto (Mint). . Edition originale de 150 exemplaires. .
Prima edizione delle Rime. In-4°; cc. (54) comprese la bianca iniziale e finale. Al recto di A2 un sorta di frontespizio manoscritto annuncia le opere contenute (incluso il Libro degli Amori di di Tasso non presente), ancora un titolo manoscritto al principio delle rime per Ottaviano Fregoso; al verso dell’ultima carta diffuse note manoscritte antiche. Legatura in piena pergamena con titolo dorato al dorso. Sporadiche leggere gore.
Very Good Turkish, Ottoman (1500-1928) Contemporary quarter leather binding with gilt decorations without title lettering. Demy 8vo. (22 x 14 cm). In Ottoman script (Old Turkish with Arabic letters). Seven different books and tractates (nine works) in one volume: (235, [1] p., 24 p., 143 p., 80 p., [6], 71 p., 84 p., 22 p.). Two leaves are torn from the hinge in the first book but not missing, one tractate is trimmed by margins, the board's extremities are worn, overall a good volume including multiple books. First editions (except for one) of these exceedingly rare poetic tractates collected together contemporarily in one handsome volume, reflecting early Ottoman poetic pleasure, including thematic mystic and erotic poetry mostly printed in the early 19th century. This volume includes the multiple works of Enderunlu Fazil and Sünbülzâde Vehbi, which are the earliest erotic and homosexual poems that seem to have been concealed by adding Keçecizâde's works to the beginning and the end of the volume. "Defter-i ask" [i.e. The book of love] by Fazil, in which he tells about his own romances, is a masnavi of 438 couplets. It begins with a description of divine love and tells the story of the poet's romances, which he fell into only to regret and repent afterward. "Hubannâme" [i.e. The book of beautiful young men] consists of 796 couplets with various titles and it has a mystical analysis of beauty in the first chapter. After an introduction that gives geographical information that may be considered novel for its period, it describes the beauties of male bodies of many countries from India to America. This style is unique and the first in Turkish / Ottoman literature. In the work titled "Zenannâme" [i.e. The book of women], which is a masnavi of 1101 couplets, women of various nations are described. The poet indicated in the introduction of his work that he does not want to talk about women, and that he has no orientation towards women. Enderunlu Fazil was an Ottoman poet who depicted the beauty of men from various lands of the Ottoman Empire. He achieved fame through his erotic works, which were published posthumously. Among his most famous works is The Book of Women, which was banned in the Ottoman Empire. The book describes the advantages and disadvantages of women from different nations. Fazil was born in Acre into an Arab family originally of Medina. He spent his early years in Safed in Ottoman Palestine. His grandfather Zahir al-Umar and father Ali Tâhir were both executed (in 1775 and 1776, respectively ) for participating in a rebellion. After his father's death, Fazil moved to Istanbul. There, he was admitted to the Enderun palace school (thus taking on the name Enderuni or Enderûnlu), but was expelled in 1783 as a result of his love affairs with other men there. In 1799, he was exiled to Rhodes because of his satirical writings and was only allowed to return to Istanbul after becoming blind. He spent the rest of his life there, ill and bedridden. Other books in the volume: Manzumetü'l-müsemma be-mihnet-kesan, Ceride-i Havadis Matbaasi, Ist., AH 1269 = AD 1853. 235 p., 1 portrait of Keçecizâde. Lithography. Özege 13354.; Two copies are located in OCLC 57242940 - 51281526. This work is a social satire type masnavi in which Izzet Molla was exiled to Kesan, telling of the troubles he suffered there, and his pardon and returns to Istanbul. Destar-i hayâl., Osman Nevres Efendi (1820-1876), Matbaa-i Âmire, Ist., AH 1289 = AD 1872. 24 p., Özege 3899. First and Only Edition. This rare work is a masnavi consisting of six stories. Defter-i ask, Hubannâme, Zenânnâme and Sevkengîz., Enderuni Fazil (1757-1810) and Sümbülzâde [or Sünbülzâde] Vehbi, (1718-1809)., Darü't-Tibaatü'l-Âmire, Ist., AH 1253 = AD 1837., 143 p. (pp. 1-20 Defter-i ask; pp. 22-55 Hubânnâme; pp. 56-111 Zenânnâme; pp. 112-143 Sevkengîz.). Özege 18902. First Edition. Tuhfe-i Dilkes Nâli, Yusuf Nabi [sic] [Nâlî, Muhammed b. Osman el-Konevî, (For more info please visit our website)
Pt. In-4, non paginé Edition originale limitée à 60 exemplaires illustrés de 5 gravures originales sur cuivre en couleurs de Staritsky. Celui-ci est un des 10 exemplaires de tete sur papier verveine de Puymoyen accompagnés d'un poème manuscrits de Guillevic et d'un collage original de Staritsky. Notre exemplaire est également accompagné d'un tiré à part de gravures sur vélin blanc BFK. A l'état de neuf.
Edizioni originali in tiratura di testa nella rarissima emissione con cofanetto editoriale. CON DEDICA Serie completa degli esemplari numero 2/50 di ciascun volume, tutti in ottime condizioni (tre completi del raro pergamino protettivo originale: Betocchi, Merini e PIerro) e tutti firmati dagli autori alla pagina del ritratto; cofanetto conservato in maniera eccellente Raccolta in cofanetto di sei dei primi sette volumi della collana «Campionario» nella tiratura di testa di soli 50 esemplari numerati e firmati dagli autori, stampati su carta Ingres di Fabriano (il terzo quaderno, «Un grido e paesaggi» di Ungaretti, dapprima annunciato con il titolo di «Monologhetto», uscì in formato più grande e non fu qui raccolto): «Primizie del deserto» di Mario Luzi (con un ritratto dell’autore di Ottone Rosai), «L’incertezza amorosa» di Alessandro Parronchi (ritratto da Mario Marcucci), «Un ponte nella pianura» di Carlo Betocchi (ritratto da Rolando Monti), «La presenza di Orfeo» di Alda Merini (ritratta da Giustino Vaglieri), «A mio padre, d’estate» di Giacinto Spagnoletti (ritratto da Luigi Bartolini) e «De Consolatione» di Michele Pierri (ritratto da Miriam Pierri). Le tirature di testa dei volumi di «Campionario» si distinguono per la rarità, la carta di pregio, per i colori dei titoli in copertina, diversi da un volume all’altro (ad eccezione dei primi due titoli) e soprattutto per la presenza dell’autografo dell’autore. -- I volumi furono pubblicati tra il 1952 e il 1953, quando la libreria di Arturo Schwarz era ancora un punto di ritrovo di letterati e intellettuali e non ancora l’iconica galleria d’arte in cui si sarebbe trasformata nel 1961, crocevia dei più noti artisti avanguardisti del Novecento. Vengono qui pubblicate le raccolte d’esordio di Alda Merini e di Michele Pierri e la seconda raccolta di Giacinto Spagnoletti (direttore della collana, che ancora giovane si era già fatto un nome come curatore e critico), mentre gli altri poeti erano già molto affermati: come si deduce dai risvolti di copertina di «Primizie del deserto» e dell’«Incertezza amorosa», Schwarz aveva progetti molto ambiziosi per la sua collana, che prevedeva anche testi di Alfonso Gatto (il cui posto fu poi preso dalla «Presenza di Orfeo» di Alda Merini), Vittorio Sereni, Attilio Bertolucci, Giorgio Caproni «e altri». -- Il primo volume di «Campionario», «Primizie del deserto», apparve a novembre 1952; l'ultimo, «De Consolatione», apparve ad aprile 1953, con annuncio al risvolto di copertina di altri due volumi nella collana, «Sciarada» di Gatto (che non fu mai pubblicato) e «Ombre» di Bartolini (che fu pubblicato come «Ombre sulle metope», primo volume dell’altra collana poetica di Schwarz, «Dialoghi con il poeta»). -- I contatti tra l’editore e Spagnoletti erano iniziati quando Schwarz (nato nel 1924 ad Alessandria d’Egitto ed espulso come trotzkista) ancora non era arrivato a Milano nel 1949. Intenzionato a inaugurare una collana di poesia, fu Spagnoletti a suggerire per primi i nomi di Luzi e dell'allora diciottenne Merini. L’attività editoriale prese avvio nell’aprile 1952 e proseguì frenetica fino al 1959, pubblicando autori come André Breton, Benjamin Péret, Leo Trotsky, Raffaele Carrieri, Elio Pagliarani, Salvatore Quasimodo e Tristan Sauvage, pseudonimo sotto cui si celava lo stesso editore Schwarz. 6 volumi
Edizione originale. Rara collezione completa (10 volumi). Esemplari in ottime condizioni con rare e normali abrasioni ai piatti (da segnalare solo fioritura al piatto del X volume). Carte pulite con qualche occasionale fioritura. Rarissima collezione completa di «Novissima» “albo d’arti e lettere” ideato e fondato da Edoardo De Fonseca tra il 1900 – anno in cui diede vita a Milano alla Società Editrice di Novissima - e il 1901, anno di pubblicazione del primo volume di questa bellissima – e unica nel suo genere – rivista dedicata alla letteratura, all’arte e all’illustrazione. Contraddistinta da una grafica curata e riccamente liberty, al suo interno «Novissima» raccoglieva testi e componimenti poetici di autori importanti (tra i molti, De Amicis, Pirandello, Pascoli, D’Annunzio), rubriche di teatro, musica e moda, inserzioni pubblicitarie ma, soprattutto, illustrazioni e tavole stampate su carte di tipo diverso. Bompard, Majani, Terzi, Dudovich, Kienerk sono solo alcuni degli illustratori che De Fonseca chiamò a sé per collaborare stabilmente al periodico annuale e per firmare le copertine, piccoli gioielli d’Art Nouveau. Nel dettaglio, «Novissima» si presentò con la copertina del 1901 - raffigurante una giovane donna tra i rami di ciliegio - firmata da Aleardo Terzi; nel 1902 con l’illustrazione di Antonio Rizzi; nel 1903 con l’elegante creazione dello scultore Edoardo Rubino, a metà tra bassorilievo e cammeo; nel 1904 con la grafica del notissimo cartellonista Marcello Dudovich; nel 1905, il piatto anteriore è affidato ad Augusto Majani, mentre nel 1906 nuovamente ad Aleardo Terzi; nel 1907, in un numero che affronta i temi emersi all’Esposizione Internazionale di Milano dell’anno precedente, la copertina - che ritrae un uomo intento a innaffiare un melograno - è di Duilio Cambellotti; nel 1908 il tema femminile è invece sviluppato da Giovanni Mataloni; nel 1909 è la volta di Alfredo Baruffi, a cui viene affidata anche l’illustrazione dell’intero volume, mentre nel 1910 la pubblicazione si congeda con la copertina di Umberto Bottazzi. Tra i contributi artistici accolti all’interno dei numeri, non si può non segnalare quantomeno la presenza di un’opera di Giacomo Balla nel volume del 1904. Perfettamente in linea con i tempi, l’esperienza di «Novissima» si concluse nel 1910 al mutare del gusto artistico e del clima culturale, rimanendo tuttavia una splendida testimonianza dello spirito a cavallo tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento, così sospeso, onirico e borghesemente languido. 10 voll.
Deux lettres de Jean Paulhan et quatre résponses de Georges Braque présentées par Castor Seibel. Deux lithographies de Georges Braque présentées par Fernand Mourlot / Due lettere di Jean Paulhan e quattro risposte di Georges Braque (riproduzione delle lettere autografe). Testo di presentazione di Castor Seibel. Alcune illustrazioni a colori. 2 litografie originali di George Braque, una in bianco e nero ("Essai: pemier lavis") e una in bianco, nero e marrone ("Epreuve avec le bistre"), firmate su lastra e numerate a matita, presentate da un testo di Fernand Mourlot ("Fernand Mourlot présente deux états inédits d'une lithographie de Georges Braque"). Misura del foglio e della litografia: cm 31x23,5 Esemplare n° 156/230. Stampato su carta vélin d'Arches, presso l'Atelier Bordas. La tipografia è dell'Atelier Mérat. 4to (cm 30,5x25) . pp. 42. . Ottimo (Fine). . Edizione originale di 230 esemplari numerati (Original edition of 230 numbered copies). . Il volume presenta due prove inedite di una litografia originale di George Braque, "Profil de femme".
"In-8°, 84cc, legatura in pergamena coeva, titolo manoscritto al dorso, bella incisione su legno dell’aquila imperiale al frontespizio. Buone condizioni. La prima apparizione in stampa di questi tre autori (a cura di Francesco Amadi): Brocardo, Delfino e Molza, e quindi la prima edizione del celebre poema di Molza La nimpha tiberina. Antonio Brocardo, figlio del celebre filosofo Marino Brocardo, nacque a Venezia all'inizio del Cinquecento e studiò poesia sotto Gabriel Trifone. Fu amico di Sperone che lo introdusse nel suo Dialogo della Rettorica e allude anche a un sonetto (mai pubblicato) in lode alle cortigiane nei suoi Amori. Commettendo l'enorme errore di tentare di screditare le opere di Bembo, allora tenuto in grande rispetto a Venezia e Padova, morì di crepacuore nel 1531, provocato dai selvaggi attacchi a lui, sostenendo Pietro Aretino di essere il capobanda. Molza, invece, fu celebrato dall'intera intellighenzia romana della prima metà del Cinquecento. Nato a Modena nel 1489 si trasferì presto a Roma dove la sua poesia sembra aver avuto un successo maggiore delle sue relazioni amorose, una delle quali quasi finì con la morte da un pretendente rivale e lo fece diseredare dal padre. Dal 1529 al 1535 fu alla corte del cardinale Ippolito de 'Medici e alla sua morte passò a quella del cardinale Alessandro Farnese. Morì nella sua città natale nel 1544. Dice Tiraboschi di lui ""Merita veramente questo onore (l’edizione proposta dal Cardinale Farnese delle opere di Molza nel 1547), in quanto è uno dei più dotti poeti in rima di questo secolo, e all'eleganza dello stile lega la nobiltà dei pensieri e di immagini ""Census B3755; non in Adams; NUC individua le copie a Columbia e Yale; RLIN aggiunge Michigan, Harvard e Folger; nessuna ulteriore copia individuata da OCLC. In-8°, 84cc, contemporary vellum binding, fine woodcut imperial arms on title-page. Good copy. The first appearance in print of these three authors (edited by Francesco Amadi): Brocardo, Delfino and Molza, and therefore the first edition of Molza’s celebrated poem La nimpha tiberina. Antonio Brocardo, the son of the celebrated philosopher Marino Brocardo, was born in Venice at thebeginning of the sixteenth century and studied poetry with Gabriel Trifone. He was a friend of Sperone who introduced him in his Dialogo dell Rettorica and also alludes to a sonnet (never published) in praise of courtesans in his Amori. Making the enormous mistake of trying to discredit the works of Bembo, then held in great respect in Venice and Padua, he died of a broken heart in 1531, brought about by the savage attacks on him, Pietro Aretino claiming to be the ringleader. Molza, on the other hand, was lionised by the entire Roman intelligentsia of the first half of the sixteenth century. Born in Modena im 1489 he soon moved to Rome where his poetry seems to have been a greater success than his love affairs, one of which almost ended in his death from a rival suitor and caused him to be disinherited by his father. From 1529 to 1535 he was in the court of Cardinal Ippolito de’ Medici and after his death he passed to that of Cardinal Alessandro Farnese. He died in his hometown in1544. Tiraboschi says of him “He truly deserves this honour (Cardinal Farnese’s proposed edition of Molza’s works in 1547), as he is one of the most learned rhyming poet of this century, and to elegance of the style he links the nobleness of thoughts and vividness of images” Censimento B3755; not in Adams; NUC locates the copies at Columbia and Yale; RLIN adds Michigan, Harvard and Folger; no furter copy located by OCLC."
Libro d'artista composto da una poesia inedita di Mario Diacono intitolata ''1950'' e interventi pittorici originali a mano, su 14 pagine, inclusa la copertina di Piero Varroni Stampato a mano con torchio litografico a stella E. Brisset in caratteri Bodoni su carta a tino Alcantara da 300 gr. Folio (cm 50x35). pp. 20. . Perfetto (Mint). . Edizione originale di 21 es. numerati e firmati. .
Libro d'artista composto da 12 testi poetici inediti di Mario Diacono e 12 tavole originali di Piero Varroni realizzate con pastelli ad olio Stampato su carta Arches da 185 gr. Copertina e cofanetto dipinti a mano da Piero Varroni. 4to (cm 36x26). . . Perfetto (Mint). . Edizione originale di 12+3 es. numerati e firmati. .
Edizione originale illustrata da Giacomo Manzù con sette litografie originali a piena pagina e sei testatine, stampata sui torchi di Piero Fornasetti su carta a mano delle Papeteries de Rives. Ogni esemplare reca le firme originali di Quasimodo e Manzù Litografie stampate da Piero Fornasetti. Matrici levigate dopo la stampa. Prima edizione di 193 + 7 + XIV f.c. es. numerati e firmati dagli Autori al colophon. Esemplare n. 72. 4to. pp. (4) 58. . Ottimo (Fine). . Prima ed. di 193+7+XIV es. numerati e firmati. . Una poesia già apparsa in ''Letteratura'' nel 1953, una in ''La Fiera Letteraria'' nel 1954 e 5 inedite.
Edizione originale. CON DEDICA Ottimo esemplare, eccezionalmente pulito all’interno e ben conservato anche alla copertina (uniforme brunitura; dorso rinforzato con supporto in carta simile; piccole mancanze a testa e piede) e pregiato da bella dedica autografa dell’autore vergata in grande alla terza pagina: «a G. Perinello | con affetto | Aldo Palazzeschi | Firenze 31 Dicembre 1913». Si tratta probabilmente del compositore Carlo Perinello (1877-1942), che nel 1939 musicò «Tre canzoni su parole di Aldo Palazzeschi». «Caro collega, ho ricevuto con vivissimo piacere i vostri poemi, e, guidato da un infallibile istinto, ne ho intrapresa immediatamente una lettura attentissima. | I vostri poemi mi hanno vivissimamente interessato per tutto ciò che rivelano in voi di non ancora espresso e di sicuramente originale. Vi è — nel vostro volume — [...] un odio formidabile per tutti i sentieri battuti, e uno sforzo, talvolta riuscitissimo, per rivelare in modo assolutamente nuovo un’anima indubbiamente nuova». Così Marinetti, al principio del 1909 (il curatore del carteggio data presuntivamente a maggio), risponde all’invio dei «Poemi» da parte di Palazzeschi: stampato in sole 250 copie a spese dell’autore, sotto le cure fittizie del «Cesare Blanc» che era poi il nome del suo gatto, rappresenta di fatto la raccolta d’inaugurazione della stagione futurista dell’autore, arruolato definitivamente nell’ottobre dello stesso anno e da lì fino al 1914 colonna portante del gruppo dei ‘poeti futuristi’. Impaginato con gusto preraffaelita, ricorda moltissimo nel formato e nella concezione l’opera prima, quei «Cavalli bianchi» tirati in sole cento copie e così acerbi sotto il profilo poetico. Nei «Poemi», invece, c’è già un Palazzeschi piuttosto maturo, apprezzato, tra gli altri, da Marino Moretti («Ci sono delle poesie in questo libro per le quali io vado pazzo addirittura», ) e Corrado Govoni, la cui poetica è mirabilmente sintetizzata nel componimento d’apertura «Chi sono?» (uno dei più antologizzati della storia della letteratura italiana del Novecento): l’autore nega di essere poeta mentre pubblica una raccolta di «Poemi»; nega di essere pittore mentre illustra la suddetta raccolta con un suo disegno; conclude dunque col saltimbanco, aprendo la strada che culminerà nel manifesto futurista del «Controdolore». -- «Sulla copertina naïve, disegnata dallo stesso Palazzeschi, si accampano come in un libro di fiabe tutti gli oggetti del suo surreale repertorio poetico» (Dal Vate al Saltimbanco, p. 187). Echaurren, Futurcollezionismo, p. 21-ss; Gambetti, Preziosi del Novecento, p. 35; Dal Vate al Saltimbanco, p. 187-90 n. 209
Prima edizione commerciale. Esemplare con prestigiosa provenienza attestata da ex libris. Questa edizione è preceduta solo dalla rarissima plaquette per nozze, dallo stesso titolo, pubblicata l’anno precedente con soli ventidue componimenti contro i settantadue qui raccolti. «Il 31 dicembre, il giorno che dedicava sempre ai dolci affetti, compose il terzo sonetto dal titolo Anniversario: “Già li vedevo gli occhi tuoi soavi...” e con esso licenziò proprio allora la nuova edizione di “Myricae” che fu considerata come 2a ma in realtà era la prima. A mezzo gennaio il volumetto, che raggiunse le 157 pagine, fu pubblicato» (Maria Pascoli, p. 319-20). Il libro è aperto dalla prefazione dell’autore, quasi una prosa lirica che amplia e giustifica la dedica a stampa per il padre Ruggero, posta dopo il frontespizio, e che nella terza edizione, considerata definitiva, sarà sostituita dalla prefazione. «Pressoché esaurite le copie venali dell’opuscoletto pel Marcovigi, l’editore Giusti propose a Giovannino di ristamparlo, offrendogli in compenso 60 esemplari della nuova edizione su 300 che ne avrebbe posto in vendita. L’affare era nullo per l’autore, tanto più che l’editore voleva che il volume del libro fosse notevolmente accresciuto. Tuttavia egli accettò e si pose all’opera» (Maria Pascoli, p. 319). Maria Pascoli, Lungo la vita, p. 319-20; Myricae, ed. Nava, pp. cclvii; Gambetti – Vezzosi, Rarità bibliografiche, p. 641.
Rarissima edizione originale. Lievi fioriture al piatto anteriore e restauro professionale al sottile dorso muto, ma ottimo esemplare. Rarissima plaquette stampata su iniziativa di Ermenegildo Pistelli per le nozze Fuochi-Turris. Edizione originale della raccolta di poesie in latino, chiamata «Silvula» sulla scia delle «Selve» di Stazio. Giano Nemorino del titolo era il nome che Pascoli talvolta assumeva nel mandare agli amici le sue poesie latine. Nella dedicatoria a Mario Fuochi, il Pistelli riconosce apertamente il valore di Pascoli nel comporre in latino: «Ora invece hai dei versi e quali versi! [...] il Pascoli è latinista vero e poeta vero; e perciò a lui, che ne scrive di così splendidi italiani, è permesso di far versi anche in latino». Il poeta, all’inizio degli anni ’90, progettava una serie cospicua di «odi-dedica» (Paradisi, p. 46) in latino da inviare ad alcune personalità dell’epoca; ne realizzò però solo nove, di cui cinque, quelle qui presentate, vennero offerte al Pistelli nell’aprile 1984 per essere stampate nell’opuscolo in onore delle nozze dell’amico Mario Fuochi. I testi della plaquette vennero ripubblicati solo a distanza di vent’anni, dopo la morte del poeta, nell’edizione dei «Carmina» uscita per Zanichelli e curata dallo stesso Pistelli, all’interno della sezione «Poematia et Epigrammata». Rarissimo, 1 solo esemplare in Iccu (Biblioteca Marucelliana - Firenze). G. Pascoli, «Carmina», a cura di Ermenegildo Pistelli, Bologna, Zanichelli, 1915
Prima edizione. Ottimo esemplare del tutto genuino (normale uniforme brunitura; principio di distacco alla testa della cerniera anteriore, non destinato a peggiorare; internamente pulito), conservato entro scatola conservativa su misura. Seconda raccolta poetica, molto rara, segue l’esordio «Resine» (1911), in seguito ripudiato dall’autore. Importantissima silloge del Novecento, che incise profondamente sulla poesia dell’entre-deux-guerres, registrando in particolare una notevole influenza nei versi del giovane Montale. Comprende ventinove poesie, di cui poco più di un terzo erano già apparse su periodici: principalmente sulla «Riviera ligure», la rivista che da “house organ” dell’Olio Sasso fu trasformata da Mario Novaro in una delle più importanti sedi di poesia del primo Novecento italiano, e su cui il ventenne Sbarbaro mosse i suoi primi passi letterari nel 1912; ma anche su «La Voce» di Giuseppe Prezzolini e Giovanni Papini, con cui collaborava dal 1913, e infine — nello stesso gennaio del 1914 — su «Quartiere latino» di Ugo Tommei. Il volume fu stampato a spese della sorella Clelia e venne definito dall’autore, poco prima di morire, «l’unico libro che ho fatto». Originariamente destinato a chiamarsi «Sottovoce», il titolo definitivo fu scelto da Papini, «ispirato da un concerto del musicista Giannnotto Bastianelli a cui aveva da poco assistito» (Gambetti). Un redazionale di «Lacerba» (2:9, 1° maggio 1914, p. 144) recitava, a ridosso dell’apparizione del libro: «In questi giorni Firenze ha ospitato tre uomini dei quali non parlando i giornali parleremo noi ad uso de’ curiosi futuri. Il primo è stato Camillo Sbarbaro, poeta, ligure, ex allievo dei Salesiani, collaboratore di “Lacerba”, della “Voce” e della “Riviera ligure”, impiegato dell’Ilva, che sta per pubblicare un libriccino piccino piccino di versi umili che chiamerà “Sottovoce” o “Sommessamente” o “Tout bas” o “Grisaglie” o “Pianissimo”. È un omino nient’affatto maestoso che non dimostra né i suoi ventisei anni né l’impegno poetico che forse possiede». -- «Gli anni tra il 1910 e il 1915 vedono il formarsi di quella situazione psicologico-conoscitiva da cui emergono le folgoranti intuizioni di “Pianissimo”. Solitudine, estraniazione, incomunicabilità, indifferenza, prima di diventare motivi poetici, sono il risultato di un’esperienza umana segnata da una violenta crisi esistenziale. Finito il liceo nel 1908, Sbarbaro si trova di fronte una realtà quotidiana che non riesce ad accettare: il soffocante ambiente della provincia, le ristrettezze economiche della famiglia, la lenta decadenza fisica del padre, poi l’impiego non gratificante alla Siderurgica di Savona, gli rendono più critico l’impatto con le responsabilità dell’età adulta» (Astengo). Da questo retroterra esperienziale nascono i versi di «Pianissimo», già maturi, in gran parte ambientati in una Genova spersonalizzata a generica «Città», «verso cui Sbarbaro proverà un sentimento di repulsione unito però alla certezza di aver trovato un adeguato correlativo alla propria aridità» (ibidem). -- «Pianissimo» è stato inserito da Lucio Gambetti nel suo catalogo dei «Preziosi del Novecento», ovvero quei libri che — nonostante la relativa frequenza sul mercato, nei cataloghi degli ultimi trent’anni — hanno mantenuto e ben incrementato il loro alto valore dalla fine del secolo scorso. Angeleri & Costa, Bibliografia degli scritti di Camillo Sbarbaro, pp. 4-ss; Astengo, Camillo Sbarbaro immagini e documenti, nn. 26-32; Gambetti, Preziosi del Novecento, Alai 3, 2017, p. 21
Con 19 acqueforti originali, firmate a matita, di Safet Zec (da cm 8,8x6,7 a 33x44,5). 5 poesie di Izet Sarajlic, un racconto di Mesa Selimovic e 5 poesie di Abdulah Sidran in italiano e serbo-croato Le incisioni sono state stampate su carta acquaforte da 200 gr. delle cartiere Magnani di Pescia. 4to. pp. 90. . Perfetto (Mint). . Edizione originale di 110 es. numerati. .