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Zaragoza-Jaca, CSIC, 1972. 4to.; 163 pp. Ilustraciones y mapas, mas una carpeta con un gran mapa plegado impreso en color: "Esquema Litológico del Alto Aragón Occidental". Cubiertas originales.
Zaragoza-Jaca, CSIC, 1970. 4to.; 139 pp. Mapas e ilustraciones fotográficas. Cubiertas originales.
Huesca, 1987. 4to.; 319 pp. Ilustraciones entre el texto. Cubiertas originales.
Huesca, 1983. 4to.; 206 pp. Numerosas ilustraciones entre el texto. Cubiertas originales.
Salamanca, Ambos Mundos, 1997. 4to.; 368 pp. Cubiertas originales.
Málaga, 1999 4to. menor; 244 pp. Rncuadernación original.
br. Intorno a figure familiari come padre e madre ruotano luoghi comuni carichi d'implicazioni psicologiche e politiche. Il libro s'interroga sull'esclusione che l'immaginario cristiano riserva al padre terreno, una esclusione sempre più marcata dal medioevo fino a oggi. L'ipotesi è che il simbolico cambia considerevolmente nel corso del tempo mentre rimane stabile la natura "materna" del potere come dominio. Da Sofocle a Freud lo scenario manda il messaggio di un crescente disagio per l'assenza del padre e lo strapotere della madre. Alle donne e al femminismo nella contemporaneità spetta il compito sia di ridimensionare la figura materna, sia di ripensare la figura paterna restituendole umanità e realtà.
br. Campioni di esotismo e simbolo di uomini primitivi per molti, i Pigmei entrano in contatto con gli Europei nel XIX secolo. Vengono osservati e 'misurati' dagli scienziati dell'epoca, esibiti sui palcoscenici e negli zoo dell'Occidente al fianco delle scimmie. Nel corso del Novecento saranno gli etnologi e gli antropologi a indagare il loro mondo, a valorizzarne la musica, la visione della natura, la particolare organizzazione sociale. Il volume non è soltanto un libro su di loro, sui Pigmei, è anche un libro su di noi, sulla presunzione della cultura occidentale sempre pronta ad autocelebrarsi. Gli artefatti, le pratiche e le visioni del mondo dei Pigmei sfuggono, per la loro distanza e diversità, alle più magnificate tradizioni intellettuali, ma rientrano, per la loro equivalenza di valore, nel repertorio della cultura umana che non è tutto interno al nostro patrimonio intellettuale. L'autore dimostra come esistano molti modi di 'fare scienza', di fornire accurate rappresentazioni della realtà e che non è sempre vero che un maggiore indice di percezione di scientificità significhi maggiore precisione nei dati ottenuti. "Riflettere sulla marginalità dei Pigmei ha voluto dire riflettere anche sulla marginalità degli antropologi all'interno delle comunità intellettuali. Entrambi, Pigmei e antropologi, sembra abbiano a che fare con un non ben precisato 'deficit di tradizione'".
br. L'autore analizza il rapporto fra iniziazione e antropologia in una duplice prospettiva: da un lato, illustrando il contributo degli antropologi alla comprensione di quei processi di trasformazione e formazione degli esseri umani che sono comunemente definiti "riti di iniziazione"; dall'altro, chiarendo forme e modalità di quello che gli antropologi spesso percepiscono e vivono come il proprio percorso iniziatico alla professione. Lo studio dei rituali iniziatici assume così il senso di un'ideale palestra dove sintetizzare alcune componenti fondamentali dell'antropologia: la centralità della ricerca sul campo, la possibilità di attuare comparazioni e generalizzazioni convincenti, la necessità di seguire le trasformazioni storiche connesse a ciò che si sta studiando.
br. Quando nel maggio del 1933 l'Associazione Studentesca Tedesca bruciò i libri di autori ebrei nella piazza dell'Opera di Berlino, le pagine de "L'uomo primitivo" furono parte del "combustibile" che alimentò il grande rogo. Nelle fiamme rischiava di perdersi un trattato oggi considerato un classico dell'antropologia moderna. In questo libro Boas sostiene la tesi, ampiamente documentata, secondo cui razza, linguaggio e cultura sono delle variabili indipendenti, ricorrendo a un'analisi comparativa molto accurata che include dai Vedda di Ceylon alle tribù della California, e contrapponendosi così, con le armi della ricerca e dell'interpretazione dei dati, ai sostenitori delle teorie della razza.
ill., br. Lo spazio è una dimensione cognitiva imprescindibile. Non è dunque casuale che le raffigurazioni spaziali siano quelle che rendono immediatamente leggibile la soggiacente struttura di potere. Come testimonia una vastissima iconografia, la disposizione dei corpi nello spazio - al centro o ai margini, in alto o in basso, in grande o in piccolo - permette infatti di cogliere in tutta la loro evidenza le relazioni sociali proprie di un dato contesto. Ed è grazie al suo sguardo di antropologo che Boni ha potuto costruire questo originale percorso visivo che individua, nel tempo e nello spazio, le multiformi figure assunte da un potere a vocazione gerarchica e da un principio egualitario propenso invece alla circolarità. Così, attraverso un'analisi delle posture corporali, delle coreografie rituali, delle strutture architettoniche e dei tanti dispositivi associati alle posizioni apicali, si delinea un'inedita storia di quella contrapposizione tra alto e basso che attraversa tanto la modernità quanto l'etnografia classica, per riproporsi intatta oggi nell'inesausta tensione tra l'orizzontalità sperimentata dai nuovi movimenti sociali e l'iper-verticalità che connota i poteri globali, finanza in testa.
br. Massimo Centini è un grande divulgatore. Negli anni si è occupato di tradizioni popolari e criminologia, ottenendo successo di pubblico per la scelta dei temi e la scrittura scorrevole e lineare. "Lupus in fabula" non fa eccezione, il tema del licantropo, grande protagonista del folklore popolare, prestato alla letteratura e al cinema horror, viene raccontato in tutte le sue sfaccettature, psicologiche e antropologiche, storiche e mediche, con un linguaggio alla portata , di tutti. Il mito di un essere umano che si trasforma in lupo a ogni plenilunio è antichissimo e presente in molte culture, ma è nei secoli della caccia alle streghe e dell'Inquisizione che diviene un vero e proprio demone collettivo. Centini, partendo da questo affascinante momento storico, racconta le evoluzioni del mito del licantropo, fino al suo approdo contemporaneo alla letteratura e al cinema horror.
br. Massimo Centini è un grande divulgatore. Negli anni si è occupato di tradizioni popolari e criminologia, ottenendo successo di pubblico per la scelta dei temi e la scrittura scorrevole e lineare. "Lupus in fabula" non fa eccezione, il tema del licantropo, grande protagonista del folklore popolare, prestato alla letteratura e al cinema horror, viene raccontato in tutte le sue sfaccettature, psicologiche e antropologiche, storiche e mediche, con un linguaggio alla portata , di tutti. Il mito di un essere umano che si trasforma in lupo a ogni plenilunio è antichissimo e presente in molte culture, ma è nei secoli della caccia alle streghe e dell'Inquisizione che diviene un vero e proprio demone collettivo. Centini, partendo da questo affascinante momento storico, racconta le evoluzioni del mito del licantropo, fino al suo approdo contemporaneo alla letteratura e al cinema horror.
brossura
br. L'Altro non è un altro da me ma solo un altro me stesso. Questo è il meditato convincimento che ispira la radicale critica che Alberto Mario Cirese muove in questo volume al relativismo culturale nelle sue forme più estreme: non tanto cioè alla scontata storicità dei costumi e delle idee quanto alla supposta relatività delle procedure del pensiero. A provare la tesi, con coerenza sostenuta da Cirese pur in anni diversi, basterebbero due inconfutabili fatti. Il programma informatico del calendario dei Maya, elaborato dallo stesso Cirese, dimostra la analogia tra le loro misure e quelle del calcolatore. Altra prova è data dalla terminologia di parentela del sistema Crow, che coincide perfettamente con il programma fornito dal computer. Sono solo due esempi ma l'intero discorso di Cirese, tanto relativo alle idee di noti antropologi quanto a singoli fatti culturali, conferma sostanzialmente in modo non questionabile che il cosiddetto pensiero "altro" non è in niente diverso dal nostro. A parte questa conquista di decisiva importanza nell'ambito delle scienze sociali, questa opera di Cirese è da considerare l'aspetto più maturo della riflessione di uno studioso la cui opera ha nobilitato gli studi antropologici non solo italiani.
ril. Le tematiche affrontate dall'autrice riguardano la questione della "natura umana", di come quindi gli esseri umani sono prodotti dalle culture cui appartengono e come a loro volta le producono. Tenendo a bada la modernità, e tutto quello che il Novecento ha prodotto, l'autrice scava nelle nostre tradizione etiche e conoscitive per trovare un modus operanti che ci permetta di vedere altri mondi già esistenti, relazionarsi e crescere con essi. "Antropo-logiche" è strutturato in 71 paragrafi, ciascuno dotato di una nota bibliografica, queste ultime costituiscono un reticolo anche tematico utile per gli approfondimenti.
br. "L'Etiopia è un luogo in cui mi è stato detto che l'energia è controllata da angeli e demoni, e gli sciamani possono aiutare un atleta ad acquisire il potere di un altro runner. È un luogo in cui un corridore nella foresta mi ha rivelato, con un'espressione assolutamente seria e mimando un tabellone immaginario, di aver sognato di correre i 10.000 metri in 25.32, quasi un minuto in meno del record mondiale. È un luogo di magia e follia, dove il sogno è sempre vivo." Per quindici mesi Michael Crawley si è allenato fianco (e spesso dietro) a corridori di tutti i livelli: dai guardiani notturni che sperano di cambiare le loro vite ai maratoneti di caratura mondiale, mosso dalla voglia di capire quale forza antica e potente porta con sé la corsa in Africa. Perché ha senso per i corridori etiopi alzarsi alle 3 del mattino per correre su e giù per una collina? Chi sceglierebbe di allenarsi su un terreno ripido e roccioso infestato dalle iene? E come mai gli etiopi detengono sei dei primi dieci tempi di maratona più veloci di sempre? Sport e antropologia per raccontare un mondo fatto di visioni, miti, leggende e fatica, nella terra dei corridori più forti del mondo.
br. "Come il mondo ha cambiato i social media" è il volume complessivo di comparazione dei risultati di un'ampia indagine etnografica, coordinata da Daniel Miller, dall'eloquente titolo "Why we post". Nove ricercatori, incluso Miller, hanno trascorso 15 mesi sul campo, in diversi paesi del mondo (Italia del sud, Turchia sudorientale, due siti in Cina, area rurale e area industriale, Trinidad, Inghilterra, India del sud, Cile settentrionale e Brasile) a osservare e studiare, con un approccio etnografico, i modi in cui le persone usano i social media. È un fatto indiscutibile che i social sono entrati nella nostra vita con prepotenza, in modo capillare, per certi aspetti invasivo. Con un linguaggio fluido, talvolta anche colloquiale, il lettore è condotto all'interno di un ambito che gli sembra di conoscere, se non altro perché ne siamo tutti, più o meno, utenti, scoprendo però quanto di valori, di comportamenti culturalmente codificati, di 'polizia morale' ci sia dentro i social media. L'approccio qui presentato parte infatti da un'idea un po' diversa rispetto a quelle più diffuse, e avvalorata nel corso della ricerca: se è indubbio che i social media hanno cambiato il mondo, la questione più interessante riguarda però il modo in cui il mondo li ha cambiati.
br. Letture, interpretazioni critiche e appropriazioni artistiche dell'Antropofagia culturale sono avvenute, incessantemente, a partire dalla riscoperta delle opere di Oswald de Andrade e del suo celebre Manifesto Antropófago (1928). Partendo dalla constatazione delle ambiguità costruite tra le letture dell'Antropofagia e le principali immagini interpretative che hanno generato miti e stereotipi sul Brasile, sono state indagate le numerosissime appropriazioni artistiche e teoriche della metafora antropofagica - dal Tropicalismo alle più recenti applicazioni psicanalitiche - per comprendere come l'Antropofagia si sia trasformata e che cosa abbia significato e prodotto nel contesto politico e culturale del Brasile contemporaneo.
br. Letture, interpretazioni critiche e appropriazioni artistiche dell'Antropofagia culturale sono avvenute, incessantemente, a partire dalla riscoperta delle opere di Oswald de Andrade e del suo celebre Manifesto Antropófago (1928). Partendo dalla constatazione delle ambiguità costruite tra le letture dell'Antropofagia e le principali immagini interpretative che hanno generato miti e stereotipi sul Brasile, sono state indagate le numerosissime appropriazioni artistiche e teoriche della metafora antropofagica - dal Tropicalismo alle più recenti applicazioni psicanalitiche - per comprendere come l'Antropofagia si sia trasformata e che cosa abbia significato e prodotto nel contesto politico e culturale del Brasile contemporaneo.
br. «Per i popoli dell'Africa subsahariana, la natura è qualcosa di più di ciò che si offre alla vista. È la prima manifestazione simbolica di Dio, il suo riflesso. Il sole e le stelle, i fiumi, i boschi, le alte vette, un bufalo maestoso che percorre la savana o un piccolo camaleonte che si arrampica su un ramo, rappresentano legami con la realtà invisibile che ne decreta e ne determina anche la sacralità. Ciascuno di essi, al fianco di un'umanità intesa come il centro di un mondo creato a suo beneficio, è considerato parte di un insieme dinamico e solidale» (dall'Introduzione).
br. Si può affermare il proprio presente (di individuo o di collettività) attraverso la continuità con il passato oppure attraverso una rottura radicale con esso, spingendosi fino all'oblio; e, tuttavia, tra questi due estremi si colloca una serie continua di possibilità intermedie. Il volume approfondisce l'articolazione tra passato e presente attraverso i concetti di identità e memoria, sia dal punto di vista teorico sia mediante una raccolta di testi della letteratura storica ed etnografica, illustrando la complessità e l'importanza della costruzione culturale del passato.
br. È sempre più evidente che le serie televisive rispondono alle necessità di un pubblico più consapevole della complessità del mondo e più attento alle tematiche sociali. Elena Garbarino e Mara Surace evidenziano questo cambiamento di sensibilità e aggiungono le narrazioni seriali alla cassetta degli attrezzi dell'antropologia, sottolineando come i prodotti seriali possano innescare riflessioni antropologiche, anche quando non è il loro fine principale. In "Spoiler!" alcuni passaggi di serie TV come Orange Is the New Black, Pose, Il racconto dell'ancella, Lovecraft Country - La terra dei demoni, Sex Education e Vida aiutano così a far emergere temi urgenti della contemporaneità, quali la costruzione dell'identità, la rappresentazione della diversità, la crisi e lo spaesamento dell'individuo postmoderno, nonché la necessità di dare voce a chi non ha avuto il privilegio di raccontare e raccontarsi. Prefazione di Antonia Caruso.
br. È sempre più evidente che le serie televisive rispondono alle necessità di un pubblico più consapevole della complessità del mondo e più attento alle tematiche sociali. Elena Garbarino e Mara Surace evidenziano questo cambiamento di sensibilità e aggiungono le narrazioni seriali alla cassetta degli attrezzi dell'antropologia, sottolineando come i prodotti seriali possano innescare riflessioni antropologiche, anche quando non è il loro fine principale. In "Spoiler!" alcuni passaggi di serie TV come Orange Is the New Black, Pose, Il racconto dell'ancella, Lovecraft Country - La terra dei demoni, Sex Education e Vida aiutano così a far emergere temi urgenti della contemporaneità, quali la costruzione dell'identità, la rappresentazione della diversità, la crisi e lo spaesamento dell'individuo postmoderno, nonché la necessità di dare voce a chi non ha avuto il privilegio di raccontare e raccontarsi. Prefazione di Antonia Caruso.